Potere o… empowerment? Lo sviluppo della potenza che c’è in noi

Io sono di più di quello che sembro, racchiudo in me tutta la forza e la potenza del mondo.
 
Robin Sharma 
 

Le origini del termine

L’empowerment, che può essere tradotto in italiano con un termine bruttissimo, “potenziamento”, è sia un concetto che una pratica, e…non ha dei confini ben definiti. Infatti viene trattato da molti studiosi e operatori delle scienze umane come psicologi, sociologi e politologi, e viene utilizzato da altrettanti professionisti in diversi ambiti.

Dalla politica all’impresa, dallo sviluppo personale alla psicoterapia.

Si tratta di una parola semplice ma di forte impatto perché è sempre associato ad una finalità trasformativa dell’individuo. L’Empowerment nasce in ambito politico,  sviluppando una sua parabola a dir poco paradossale: veniva infatti utilizzato spesso dalle minoranze e dai gruppi che rappresentavano maggioranze politiche allo scopo di far crescere il potere a chi aveva poco potere. E’ passato poi nelle teorie della psicologia sociale e di comunità, fino ad approdare a quella individuale e successivamente ad essere applicato all’ambito aziendale.

Si potrebbe dire che l’Empowerment è il Potere…contestualizzato e centrato su una situazione particolare, un individuo, una comunità… 

Perciò, parlando di sfera individuale, l’Empowerment serve ad accrescere le potenzialità personali:

da potere (inteso in senso politico, o influenza) a potenziale, da potere a potenza, fino all’espansione di una potenzialità. 

Quindi, concentrandosi sulla persona, l’equazione è la seguente:

empowerment = sviluppo di una potenzialità

Trattando invece la sfera dei contesti organizzativi, anche aziendali, l’Empowerment viene inteso  come l’acquisire una responsabilizzazione che avvii un processo che renda “meglio”, che produca innovazione e che “faccia stare meglio” le persone implicate in quel processo.

Anziché, quindi, concentrare le potenzialità in un’unica persona, le moltiplica e le espande nel contesto aziendale, perché rinuncia alle “irresponsabilità” che stanno alla base e le punta verso i livelli dirigenziali. Lo scopo dell’Empowerment nelle aziende è proprio questo: fare in modo di generare un potere pro-attivo. 

Nelle comunità viene utilizzato per comprendere a che livello sono le comunità di cui ci si occupa, per orientare in qualche direzione le strutture di appartenenza. 

Per come la utilizziamo oggi, la parola assume un significato che parte dagli anni ‘50-’60 negli Stati Uniti, anni in cui la questione assume un significato diffuso ad esempio nelle comunità di minoranze che lottavano per l’affermazione dei loro diritti (es. afro-americani, femministe, homeless, battaglie contro le guerre, etc.) ed è  condivisa non casualmente anche in ambito Counseling, che si sviluppa in anni non lontani da questi. 

In Psicologia, prende corpo e si sviluppa il concetto con altri significati: l’idea è che sia importante un rovesciamento di prospettiva su ogni azione umana.

L’individuo non è più mancante, sbagliato o patologico, e quindi “da riparare” ma possiede delle potenzialità interiori (vedi Rogers, e la c.d Scuola del potenziale umano) e delle risorse che ciascuno può attivare di fronte alle difficoltà…basta “solo” sapere…come fare!

Questa impostazione altro non è che una critica feroce alla psicoanalisi, che si concentra sul problema o sulla difficoltà, ma è anche una auto-critica nei confronti di chi la pensa così perché induce ad auto-imporsi di agire diversamente concentrandosi sulla forza, e non più sulla debolezza. 

Nella pratica del Counseling, questa premessa ci suggerisce almeno due considerazioni:

  1. è necessario che il counselor faccia un lavoro di self-empowerment, sperimentando su se stesso gli effetti di questo;
  2. bisogna dare quasi “per scontato” che ogni persona abbia una sua potenzialità e che quindi “empower-zzare qualcuno” significa farlo uscire dal senso di inadeguatezza comprendendo anche l’accettazione delle inadeguatezze che lo bloccano.

 

Esistono delle modalità di attivazione dell’Empowerment?

Ma certamente! E sono molto più facili da raccontare, che da applicare.   

Per onestà, diciamo che non esistono ricette per generare un Empowerment standard, ma possono essere sviluppati almeno 6 step generali che sono quasi sempre universali a chiunque ci si rivolga.

Eccoli:  

  1. Cercare di cogliere le inadeguatezze, adottando un atteggiamento fenomenologico, basato cioè su ciò che accade, allo scopo di comprendere che ci sono sempre dei punti deboli e dei punti di forza negli avvenimenti;
  2. Prendere coscienza che non si tratta di qualcosa di pronto, la stessa facilitazione del processo, deve partire dal cliente, non da chi lo aiuta;
  3. Prestare attenzione a ciò che viene raccontato, perché nasconde numerosi indizi sulle potenzialità che egli stesso possiede; 
  4. De-strutturare la lamentela o la negativitàfargli perdere forza. Questo atteggiamento è insidioso perché tende ad auto-alimentarsi, e a generare un senso suo proprio, che non attiene alla realtà;
  5. Cogliere delle abilità che sono già insite nella personarimanendo sensibili al cogliere una direzione, che nell’approccio umanistico significa orientare alla liberazione del potenziale individuale;
  6. Formulare un’azione consapevole, si intende una prova di consapevolezza delle difficoltà che sono il principio per allenarsi a fronteggiarle.

 

L’azione consapevole

L’azione consapevole e condivisa, vuole dire fare in modo che l’attività svolta dall’esterno inneschi una consapevolezza e un cambiamento.

La scarsità o nullità nell’agire trova un terreno fertile nelle situazioni che a prima vista sembra più grandi di sé per agire contro. Per questo, l’essere “molecolari” significa moltiplicare, attraverso una connessione col gruppo, l’influenza che si ha sulle cose che, invece, all’interno di questo grande problema, possono essere gestite.

Un tale approccio funziona soprattutto nel Counseling individuale, perché parte dalle piccole cose, da ciò che si può controllare, non valuta i “grandi schemi” o “destini dell’umanità”…

L’importante rimane sempre fornire delle inversioni di tendenza partendo, appunto, da cosa infinitesimali e/o da piccoli obiettivi o scopi quotidiani.

Un Empowerment agito con equilibrio, evitando sia di fare troppo o di non-fare nulla, è favorevole alla persona. Questo si deve adattare al soggetto, e dipende sempre da chi si ha di fronte. Viene bandito l’atteggiamento assistenzialistico così come quello non interventista.

La chiave è un operato che serva a vivificare quello che c’è negli altri, potenziando le reazioni agli eventi.

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