Aiutare… può essere un mestiere? Riflessioni sul metodo di Robert Carkhuff

Coloro che aiutano non hanno il tempo di consigliare.
 
Wesley D’Amico 
 

Cosa si intende per Aiuto

In linea generale si dice che l’aiuto è innato ed istintivo per molti di noi, se non per tutti. Quando, invece, si entra nel professionismo, l’aiutare, diviene un processo ben definito in cui si stabilisce un collegamento emozionale con l’altra persona e, tramite questo, si producono dei cambiamenti costruttivi e permanenti per il nostro interlocutore.

Aiutare è per molti una prassi, un motore silenzioso e poco appariscente che muove gli uomini da sempre. Sapere di poter fare leva sugli altri ha costruito il nostro vivere sociale. L’aiuto inteso in senso mutualistico, di cui hanno discusso filosofi e sociologi nel corso dei secoli, è una forma di innovazione sociale, seppur sia necessario tenerlo distante quanto possibile dalla semplicistica figura del Buon Samaritano: aiutare, infatti, non è etica a buon mercato o la pacca sulla spalla.

Perciò l’aiutare gli altri può essere considerata come un’attitudine, una forma innata che viene da lontano, quasi primordiale e necessaria all’Uomo per esistere nelle comunità e nelle società che lui stesso ha creato

Tuttavia la comprensione del coefficiente sociale dell’aiuto deve necessariamente passare tramite un processo di tipo razionale.

Per aiutare psicologicamente e nei fatti, qualcuno, e quindi per parlare di questo come di un’arte ed identificarlo come un mestiere, bisogna guardarlo come un processo intenzionale, creato secondo una metodologia ed un approccio di pensiero nel rispetto di un’etica professionale.

 

Aiutare secondo Robert Carkhuff

Lo psicoterapeuta Robert Carkhuff è stato colui che prima di altri ha proseguito la sua strada interrogandosi su cosa ci fosse in mezzo tra l’atteggiamento del terapeuta e l’esito della terapia stessa.

Si chiede:

esistono delle azioni specifiche e/o degli elementi che descrivono una relazione di aiuto che si ripetono?

Come influiscono sulla persona bisognosa di aiuto?

Come ne possono trarre giovamento i professional helpers, ma anche tutti quei professionisti che usano l’aiuto relazionale nel loro lavoro?

Il concetto di aiutare può essere spiegato usando una metafora, di tipo evolutivo: l’adulto in cerca di aiuto, è come se fosse un bambino in crescita.

Gli esseri umani sono  l’unico essere vivente esistente che, oltre a crescere fisicamente, hanno bisogno anche di una crescita emotiva e intellettiva, per sentirsi realizzati con Sé stessi e con gli altri. Questo tipo di crescita però non dipende solo dal Sé, ma anche da quanto gli altri fanno per loro, così come da quanto loro fanno per gli altri: in una parola, dal tipo di “nutrimento” che gli umani danno e ricevono dagli agenti di crescita.

Una madre prepara il figlio alla Vita attraverso un nutrimento così come l’operatore dell’aiuto prepara e nutre il cliente.

Quindi, imparare ad aiutare, significa mettere in fila delle tecniche che sviluppino in modo costruttivo un ciclo, serva: prestare attenzione, rispondere ai sentimenti, iniziare e comunicare.

Prestare massima attenzione, significa ricercare indizi-chiave in un racconto di vita, le cose importanti che vengono dette riguardo al sé al fine di esplorare l’esperienza. Per ascoltare bene ed andare in quella direzione, è necessario sospendere i giudizi e le considerazioni che facciamo dentro di noi e concentrarsi sulla, evitando possibilmente delle distrazioni. La nostra educazione social non è stata sviluppata in favore di questa abilità al contrario, non ascoltare e non sentire succede perché deformiamo queste azioni sulla sfera dell’intimità. La gente teme questo comportamento sociale, gli da una connotazione anti-sociale, quando in realtà sono molto naturali negli esseri umani.

Le azioni di risposta, possono riferirsi al comportamento fisico dell’altro (posture, atteggiamenti) e cosa veicolano: tristezza, speranza, gioia, etc. Il comportamento fisico di un individuo è la rappresentazione del suo grado di energia: a seconda di come si muove, di come risponde ad uno stimolo, riusciamo a percepire come si interfaccia alla vita. Si tratta comunque di una deduzione che però ci consente di ipotizzare il funzionamento di un essere umano ad alti o bassi regimi. Di norma, chi funziona a bassa energia, tende ad avere comportamenti ed atteggiamenti che ricalcano quelli degli altri, una sorta di imitazione o di stereotipo. Al contrario, chi prende la vita con energia ed entusiasmo, oltre che con un certo grado di autostima, avrà una postura eretta, fiera ma rilassata.

Non solo, e qui viene il bello…il nostro corpo non segue sempre il nostro versante emotivo: infatti sono spesso presenti nelle persone comportamenti che potremmo chiamare incongruenti tra quello che dicono e quello che fanno. La persona incongruente, è una persona che può avere dei problemi psicologici e lo scopo di un helper è comprendere questa incongruenza, per rispondere in maniera che sia efficace per la persona stessa, senza analizzare i problemi psicologici, ma andando dritti a identificarne il punto debole.

Iniziare, è quella fase in cui l’helper deve riuscire ad espandere le espressioni del cliente attraverso una empatia aggiuntiva, ovvero far capire all’altro dove si trova e dove vorrebbe essere. L’ampliamento della base, introducendo risposte adeguate al significato dei suoi sentimenti, diventa un dialogo continuo per andare a fondo sugli argomenti ed diventare più accurati. Gli argomenti ricorrenti sono una sentinella di ciò che è importante, così come un solo argomento importante che si distingue dagli altri, e la risposta aggiuntiva, serve a stimolare il focus sul punto di deficit che l’altro presenta: il deficit sono quei comportamenti deboli che rendono vulnerabile la persona.

E’ solo comprendendo questo che lhelper riuscirà a portare una persona da dove è a dove vorrebbe essere.

Comunicare, infine, è quella fase in cui il cliente decide che è arrivato il momento di adempiere alla propria personale responsabilità di essere completi. Comunicare con immediatezza il momento che si sta vivendo, per arrivare a rispondere e prendere iniziative, cioè: agire. L’helper può fungere da catalizzatore di questo bisogno finale del cliente, fungere da modello e proporre una direzione. Sviluppare una direzionalità è la fase cruciale del processo di aiuto, individuando un “corso di azione” che corrisponda alle vere esigenze del cliente.

Vivere pienamente?

…o lasciarsi morire lentamente: la decisione di crescita, che va oltre le piccole decisioni quotidiane od imposte (il lavoro, la casa, gli impegni…) a livello personale diventa lo scopo ma anche il veicolo principale per affrontare ogni scelta intima. “Ti senti…perché non riesci a…e hai bisogno di…per riuscire a…” forse è la frase che più rispecchia questo andamento, ed è a questo punto che…si farà il primo passo verso un cambiamento.

A questo punto il lavoro dell’helper sarà elaborare assieme al cliente un programma di azione più dettagliato.

la Vita è un processo di sviluppo. Vivere significa crescere. La crescita è l’obiettivo del processo di aiuto. Così come la vita è il risultato della Vita stessa”.    

 

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