Cosa sono le emozioni? Natura, filosofia e neuroscienze dallo studio di Caruana e Viola

Per le emozioni sembra valere lo stesso paradosso che S. Agostino attribuiva al Tempo: ”Tutti sanno che cosa sono, finché non gli viene chiesto di dare una definizione”.

Caruana; Viola (2018)

 

L’emozione: una prima definizione

Dunque, cominciamo dall’inizio. Cioè da una definizione da vocabolario,

Emozione: impressione viva, turbamento, eccitazione.

Treccani on-line

e continuiamo con una definizione in uso nelle scienze psicologiche che un pò riassume questo fenomeno,

Emozione: reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

In entrambe le definizioni generali, quando si parla di emozioni, sembra esserci un ricorso a qualcosa che si fa…oltre che a qualcosa che si sente. Come a dire che l’emozione non esiste di per sé, non è una illusione della mente, ma per essere tale si…agisce. Pertanto, possiamo dire che quando si parla di emotività, al di là del lato psicologico che indaga il nostro vissuto introspettivo, per le moderne neuroscienze questo fenomeno può essere misurato e…reso oggettivo.

Ma come, le emozioni… sono misurabili?

A quanto pare sì, e ora scopriremo come si è arrivati a questa conclusione.

Le prime definizioni di emozione, partono dalla fine del XIX secolo ad opera di psicologi sperimentali di orientamento strutturalista (Wundt e Titchener) che già andarono oltre l’introspezione per cercare di classificare gli stati soggettivi della coscienza. Non fu da meno la scuola comportamentista americana di quegli stessi anni che, fondandosi su dati oggettivi derivati da osservazioni sui pazienti, contribuirono a spostare la prospettiva asserendo che le emozioni siano sicuramente stati interni esperiti dal soggetto ma che, tuttavia, danno sempre luogo a comportamenti che si manifestano nella realtà.

Li seguirono negli anni ’50 gli psicologi cognitivisti, i quali cominciarono a vedere le emozioni come dei meccanismi mentali.

Solamente negli ultimi 20 anni, è tornata di moda il termine coscienza sia tra i filosofi e i cultori delle scienze umane, oltre che tra i neuroscienziati.

Da allora, le definizioni di emozione maggiormente utilizzate, ricalcano queste tre affermazioni, molto sintetiche:

“esperienza soggettiva variamente definibile”

“variazione fisiologica a partire da uno stato omeostatico di base”

“comportamento mimico”

Tutto ciò, per dire una cosa molto semplice: una Emozione, per essere tale, dovrò sempre manifestare una componente fisica che servirà a coadiuvare quella psichica come, ad esempio, l’aumento del battito cardiaco, la sudorazione, il tremore, l’adrenalina e via dicendo, che va di pari passo con la componente fenomenologica del vissuto di un individuo.

Tuttavia, lo studio delle emozioni è risultato molto più complesso di questa prima descrizione e, nel corso del tempo, queste prime battute sono state rielaborate innumerevoli volte da psicologi e neuroscienziati.

La questione interessante è che le differenze tra i vari punti visti sull’argomento sono talmente sfumate da risultare quasi impercettibili e calate nel dettaglio del fenomeno emotivo, più che nella sostanza, che forse è abbastanza chiara.

Quindi, caliamoci se pur brevemente nel fenomeno emotivo e negli studi ad esso collegati.

 

Le teorie sulle emozioni

Da Charles Darwin a George Mead

Le emozioni, viste come studio scientifico, sono apparse nel dibattito già con Charles Darwin nel 1872, data in cui appare il manoscritto “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”. In questo testo, Darwin innesca il dibattito partendo dalla loro espressione: le emozioni sono il frutto dell’evoluzione della muscolatura donata all’Uomo per esprimersi. Esse vengono spiegate sulla base si tre principi: le abitudini associate, l’antitesi quando sono contrarie all’espressione dell’altro, e l’azione diretta del sistema nervoso, che le vede indipendenti dalla volontà o dalle abitudini, ma una mera risposta-stimolo. Le emozioni, secondo Darwin avrebbero una sola funziona adattiva, che non procede oltre, se non per la sopravvivenza della specie.

Fu William James, probabilmente lo studioso di partenza delle neuroscienze affettive contemporanee e fondatore della psicologia funzionalista, a ritenere come i processi psichici siano biologici, non astratti, e il risultato evolutivo di meccanismi che nell’uomo appaiono quando rapporta il proprio organismo all’ambiente.

In Principi di Psicologia, James afferma che le emozioni sono prima di tutto sensazioni e che la vita emotiva, è un susseguirsi continuo di emotività: è sbagliato dire che prima proviamo una emozione e solo dopo ne esprimiamo il modo. Esiste una compenetrazione tra elementi sensoriali e motori e le emozioni avvengono al centro di questi due elementi. Per questo autore, quindi non è che ridiamo perché proviamo felicità, ma la felicità è espressa dal riso nello stesso istante. Anche la razionalità è vista come una manifestazione di una emozione che deriva da un sentimento di inadeguatezza: è una favola credere che il “pensare razionale” sia distaccato come un pensiero logico, freddo, astratto, quanto piuttosto altro non è che una funzione che serve a portare un sentimento di pace e agio all’individuo in determinate situazioni.

Anche le scoperte di John Dewey e di George Mead hanno avuto il loro seguito alla fine del XIX secolo. Le emozioni per Dewey sono modelli di comportamento finalizzati ad uno scopo, un’idea darwiniana, che si riflettono sulle sensazioni soggettive in un determinato ambiente. Ed è qui che entra in gioco Mead, il quale riprendendo le idee di Wundt, afferma che l’emozione è un comportamento che si manifesta come risposta a chi lo osserva. L’espressione di una emozione diventa quindi un atto sociale che funziona come una specie di “promessa d’azione” verso uno o più interlocutori, generando una risposta ed avviando un dialogo.

Detta in altri termini più laici, l’emozione è una espressione che muove i primi passi verso la costruzione di una forma di comunicazione che precede la comunicazione verbale ed intenzionale. Per Mead, quindi, le emozioni sono alla base del nostro sistema di comunicazione. Pertanto, le emozioni sono costruzioni sociali: non stanno solo nel nostro cervello, ma anche fuori ad esso e sono il risultato di una interazione sociale.

La teoria delle emozioni di base di Paul Ekman

Quello che succederà poi, sarà un ritorno alla teoria evoluzionista di Darwin, rivista da un autore singolare che sviluppò la teoria delle emozioni di base: Paul Ekman.

Ekman, nella sua formulazione moderna dell’evoluzionismo, sostiene che almeno alcune emozioni dipendono da istinti biologicamente innati ed indipendenti dalla cultura e dal linguaggio di appartenenza. Le emozioni di base, appunto. Che sono universali. Arriva a questa conclusione viaggiando molto ed analizzando le stesse espressioni degli esseri umani in varie parti del mondo, sviluppa il FACS (Facial Action Coding System) una classificazione strutturata in unità di azione delle micro-espressioni facciali che generano l’emozione di base:

  • rabbia; paura; tristezza; gioia; sorpresa; disgusto (dal 1972)
  • divertimento, disprezzo, contentezza, imbarazzo, eccitazione, colpa, orgoglio, sollievo, soddisfazione, piacere, vergogna (dal 1992)

Non solo. La teoria si amplia come una teoria modulare: le emozioni sarebbero quindi dei sistemi cognitivi biologicamente ereditati e contraddistinti dal possesso di alcune caratteristiche, che sono queste:

  • le micro-espressioni sono universali e sono indotte da uno stesso tipo di situazione e immediatamente dopo uno stimolo;
  • ogni emozione viene attivata da un meccanismo di tipo valutativo degli stimoli automatico ed inconscio;
  • ogni emozione di base è associata con uno stesso tipo di pensiero ed è distinta da una medesima fenomenologia;
  • tutte le emozioni possono essere usate sia in senso costruttivo che in senso distruttivo;.

Infine, per Ekman le emozioni sono manifestazioni distinte dagli umori, dalle attitudini e dai tratti emotivi, come ad esempio la malinconia, la speranza o l’invidia, che sono attributi psichici da non prendere in considerazione.

La teoria è stata abbastanza criticata, ma propone degli spunti universali che ancora oggi sono utilizzati, come vedremo. Di certo, l’aspetto più interessante è definire le emozioni automatiche, intendendo con questo solo il modo in cui le esse operano, cioè fuori dal nostro controllo cosciente. Cioè l’emozione non è una cognizione, ovverosia non ha a che fare con la nostra coscienza, cioè con un pensare! Come ha dimostrato anche lo psicologo Zajonc nel 1980, le nostre preferenze possono procedere indipendentemente dalle nostre cognizioni: cioè una cosa è per noi positiva o negativa a seconda di come la preferiamo, non di come la pensiamo usando un certo grado di cognizione che opera una scelta.

Le teorie critiche

Cosa c’è di base nelle emozioni di base? Autori come Andrew Ortony e Terence Turner saranno i primi a muovere questa critica sull’universalità delle emozioni “da catalogo” previste da Ekman, introducendo alcuni aggiustamenti. Innanzi tutto, l’emozione è da ritenersi di base quando è un prototipo, nel senso che le riconosciamo come centrali nelle nostre tassonomie concettuali. Per fare un esempio, la Paura è un concetto emotivo prototipizzato a cui si legano le sottocategorie ansia, terrore o angoscia. Quindi, sostengono questi autori, non è la Paura ad essere “di base”, ma le rappresentazioni cognitive e linguistiche della paura, cioè una sua manifestazione. Insomma, i concetti emotivi o prototipi ampliano e non di poco le idee di Ekman.

Le tecniche di neuroimmagine tutt’ora utilizzate, ma non diffuse ai tempi di Ekman, mostrano come le emozioni siano in realtà costruite dal cervello umano in vivo. L’attività celebrale produce scariche elettrice e ha bisogno di ossigeno portato dal sangue, e quindi tecniche emodinamiche come la PET (Positron Emission Tomography) o le risonanze magnetiche, hanno mostrato come le emozioni siano la conseguenza del nostro flusso sanguigno segnalando quali aree possono essere “più attive” quando le proviamo. Ciò che è stato compreso è che la questione emotiva risulta alla prova delle evidenze scientifiche, molto più complessa di quello che si ritenesse.

Durante la manifestazione emotiva, non vi è infatti un’associazione di una singola area del cervello quanto piuttosto un pattern di attività caratteristiche che stimola molte più aree (Vytal e Haman, 2010). In sostanza, assistiamo ad un neo-costruzionismo in tema di emozioni: le attivazioni celebrali distribuite proverebbero che ogni emozione viene “assemblata” da varie aree disparate.

La costruzione delle emozioni

E siamo arrivati alla teoria alternativa alle emozioni di base. James Russel ritiene che per catturare quanto ci sia di veramente innato e biologico nelle emozioni, sia più utile suddividerle in due assi ed incrociare i dati:

  • l’arousal o grado di attivazione dell’emozione;
  • la valenza edonica, cioè se è piacevole o spiacevole.

Le due coordinate che derivano dalle incroci di questi due parametri, ci dicono sempre dove ci troviamo da un punto di vista emotivo stabilendo il nostro core affect o stato affettivo di base, che definisce la fenomenologia della nostra vita emotiva, assieme al nostro bagaglio di cultura e linguaggio che da un senso, cioè concettualizza, i nostri stati affettivi. Esso si base sulla nostra esperienza sviluppata in un contesto sociale e culturale: va da sé come ci siano tanti stati emotivi quanti sono le nostre interpretazioni. Non a caso i costruzionisti sono molto attenti a come descriviamo e classifichiamo le emozioni: in che modo proviamo paura? quanto siamo arrabbiati? Insomma, il Costruzionismo del tema emotivo, ci avvicina più di ogni altro approccio, all’umanizzazione delle nostre emozioni. Non si tratta più solo di biologia, universalità o di risposte celebrali calcolabili, ma anche di incroci con variabili culturali, esperienziali, storiche e derivate dal nostro ambiente sociale.

La complessità neurobiologica delle emozioni di Jaak Panksepp

Di recente, nel 2012, il neurobiologo Jaak Panksepp elabora una versione molto raffinata e scientificamente solida di teoria delle emozioni. Partendo dalla teoria del cervello trino (MacLean) secondo la quale il cervello umano si è sviluppato in tre fasi cronologiche distinte, che sono:

  • il cervello rettiliano o cervello primitivo (mesencefalo e parte del telencefalo), nelle regioni più profonde;
  • il cervello limbico (corteccia celebrale , cingolo, insula);
  • la neocorteccia, il più recente e responsabile di funzioni superiori come il linguaggio, il pensiero astratto, la pianificazione.

Le prime due parti del cervello, le più antiche, sono sostanzialmente identiche nell’Uomo come negli animali e sono responsabili della nostra vita emotiva; contrariamente alla neocorteccia cui l’autore non attribuisce importanza per la nostra vita emotiva.

In sintesi estrema, è come se le emozioni fossero antiche e replicabili e noi fossimo i regolatori di un dominio emozionale. Il dominio emozionale, per Panksepp è diviso in tre processi:

  • primari: sono gli affetti emotivi, affetti omeostatici come la fame, la sete, e gli affetti sensoriali, come il piacere e il dispiacere. Veicola aspetti che sono comuni a molte specie animali nel senso di urgenze emotive;
  • secondari: sono un intreccio tra i primari e i fenomeni di apprendimento e memorizzazione. La paura stessa è un effetto secondario dovuto ad abitudini comportamentali che si instaurano con l’esperienza.
  • terziari: hanno a che fare con le funzioni cognitive, come la regolazione delle emozioni (“il trattenere la rabbia”, per capirci) e funzioni superiori.

Secondo Panksepp, le nostre emozioni quotidiane sono in realtà il frutto di commistioni tra questi tre processi, e sono piuttosto intrecciate, oltre al fatto che bisogna abbandonare l’idea che la vita emotiva sia esclusiva agli esseri umani perché, come abbiamo visto non dipendono dalla neocorteccia ma da parti del cervello che sono comuni anche agli animali. In altri termini: l’emozione non è conosciuta intellettualmente, perché noi non abbiamo bisogno di sapere cosa stiamo sentendo, lo sentiamo e basta. E sono proprie le emozioni grezze che innescano le nostre azioni.

Per quanto riguarda invece i livelli superiori, secondari e terziari, in cui la neocorteccia svolge un ruolo importante, si innescano dei meccanismi detti di adattamento. Tra gli scienziati cognitivi, ormai da tempo, è risaputo che i processi che noi chiamiamo “pensieri” utilizzino risorse neurali che originariamente sono dedicate ai domini sensorimotorio e viesceromotorio: le nostre risorse neutrali posso inibire i nostri domini evolutivi, riallacciarli a circuiti cognitivi e linguisti e disconnetterle da determinati output.

In una parola, possono controllarli. Se sono arrabbiato e non sfogo la rabbia facendo del male a qualcuno operando un controllo a monte, non lo devo al “buon senso”, ma alla neocorteccia che agisce in senso cognitivo.

Le teorie dei network neurali

Questo riuso neurale (neural reuseAnderson, 2010) è una teoria molto in voga che vede il nostro cervello come un insieme di strumenti, di parti, talune per disgustarci, tal altre per renderci felici, altre per risolvere problemi, altre per parlare. E nel caso delle emozioni, che come abbiamo detto mostrano delle reazioni, sono sviluppate dal cervello in maniera plastica e in molti modi. Questi molti modi, sono in realtà i network neurali, ovvero insiemi di aree attive tutte in uno stesso momento per sviluppare le mozioni che devono essere letti con il sistema del brain reading.

Secondo Luiz Pessoa (2013) cioè che favorisce la formazione di un network è lo scopo di un soggetto in un dato momento e in un dato contesto. Una stessa area del network può far emergere un determinato stato emozionale e contribuire anche allo stato emozionale opposto, e nello stesso instante temporale! Insomma, per farla breve: grazie a questo meccanismo neurale, una persona può provare nello stesso momento emozioni distinte o allontanarsi da esse, per poi tornarci, e così via.

La teoria dei network si sviluppa ulteriormente con la teoria componenziale dello psicologo svizzero Klaus Scherer (2013), secondo il quale le emozioni sono processi dinamici dovuti alla sincronizzazione di:

  • attività cognitiva (e qui Panksepp farebbe un salto…);
  • le tendenze all’azione;
  • l’espressione motoria;
  • gli stati del soggetto;
  • le attivazioni fisiologiche dell’individuo;
  • le risposte sensorimotorie e visceromotorie;
  • la dimensione socioculturale dell’individuo nel processo comunicativo.

Molto recentemente, Giovanna Colombetti (2017), sviluppa la teoria dei sistemi dinamici sostenendo come le emozioni siano manifestazioni di carattere emergente ed auto-organizzato, partendo dall’interazione tra diversi fattori che ne creano forme episodiche. Insomma, le emozioni sono episodi, complessi, ma pur sempre episodi di manifestazione di un comportamento umano.

Le ultime scoperte: la 4E Cognitive Science e il Salience Network

Le ultime teorie viste trovano un naturale proseguimento nella filosofia della mente e nelle scienze cognitive, messe insieme dal concetto di Embodied Cognition. Il ritorno all’aspetto più filosofico è la risposta a più di 50 anni di teorie che vedono come esclusivo il paragone computer-cervello, un paradigma che viene tuttavia abbandonato, se pur in parte, per favorire prospettive come quella che viene chiamata delle 4E Cognitive Science, una scienza cognitiva che si caratterizza per questi quattro grandi aspetti legati proprio ai nostri processi cognitivi.

  • Embodied (mente incarnata). Sta a significare che tutti i processi cognitivi sono distribuiti nello stesso substrato neurale responsabile della percezione ma anche dell’azione;

  • Enacted, i processi cognitivi si generano dall’interazione dinamica tra un agente e l’ambiente in cui questo si muove che tradotto significa che sono importanti sia i processi in sé, sia la percezione di questi processi. Non vi è un rapporto gerarchico tra cognizione, percezione e l’esecuzione, ma una circolarità in cui l’azione influenza entrambi;

  • Embedded, i processi cognitivi sono sempre situati in un ambiente naturale, storico, sociale e culturale in modo tale che l’azione è sempre configurata in una relazione tra l’individuo e il suo ambiente;

  • Extended, i processi cognitivi vengono estesi al di là del cervello e del corpo fisico scaricandosi su supporti tecnologici esterni che, come è stato studiato, giocano un ruolo attivo nel funzionamento della mente;

Queste quattro E sono di fatto i punti cardinali e una sintesi piuttosto ben riuscita di approcci costruzionisti, filosofici, funzionalisti e pragmatisti. Ed è una delle teorie più evolute che abbiamo al giorno d’oggi per spiegare come funzionano i processi che governano le emozioni.

Ma se abbiamo detto che le emozioni non sono cognizioni, allora come si spiega questa teoria?

Così.

L’idea della mente incarnata (Embodied) altro non è che la riscoperta delle teorie di William James, rielaborato a conferma che ciò che chiamiamo “emozione” è il frutto di un circuito che parte dalla reazione del sistema nervoso a uno stimolo che influenzando il corpo, rientra nel cervello, dando luogo alla vera esperienza emozionale. Una sorta di feedback corporeo che è sempre presente in noi quando proviamo qualcosa di emotivamente rilevante.

Se, ad esempio, diciamo che l’emozione del divertimento è causata dal ridere (e non viceversa), per via del feedback corporeo, posso convincere qualcuno che una certa storia sia divertente semplicemente leggendogliela mentre lui sorride? In sostanza, posso ingannare il cervello al punto di fargli credere che la causa del ridere sia la storia che racconto?

Ebbene…sì. E’ possibile, come dice l’esperimento di Stepper, Martin e Strack di fine anni ’80.

E da questo punto in poi, si manifesta il concetto di Enterocezione. Per riprendere sia il percorso scientifico fatto fino a qui, sia la popolare credenza che le emozioni siano “tipi di sensazioni” che provengo dal nostro mondo interiore (dal guardarsi dentro, per capirsi), il concetto di enterocezione sviluppato da Bud Graig, sottoposto a prove scientifiche, rappresenta il processo e la rappresentazione centrale (sia mentale che neurale) di tutti i segnali provenienti dal corpo:

“una sequenza continua e parallela di flussi di segnali che riportano informazioni omeostatiche (le viscere, il gusto, l’olfatto), il metabolismo, l’attività ormonale, immunologica e altre sensazioni somatiche.”

Quindi l’enterocezione, riguarda sia in 5 sensi sia lati di noi molto più psichici. E questo dualismo, tra il corpo e la mente, crea la nostra sensibilità enterocettiva che spiega le nostre differenze di rapporto con gli altri nella società e quindi le nostre risposte adattive. Questo modo di rapportarsi enterocettivo è la base di un sistema automatico di risposta corporea, che a sua volta genera i feedback che ci servono per comprendere le informazioni dall’ambiente e farle diventare…emozioni. In sostanza, è come se fossi ancora fermi a quello che diceva James: “gli istinti trascinano, l’intelligenza non fa che seguire” (1902).

Non credo sia un caso quando si dice a qualcuno di “fidarsi del proprio istinto”, se ci si rivolge a questo approccio, credo possa essere il consiglio migliore che si possa dare!

E siamo arrivati al dunque.

Se la teoria neuroscientifica più potente legata alle emozioni ci suggerisce che il cuore del nostro vissuto emotivo e delle nostre esperienze in tal senso, sta tra le modifiche del corpo, in senso enterocettivo, e il rapporto che abbiamo con l’ambiente esterno, la parte del cervello che più è implicata in questo processo è…l’insula.

Come abbiamo già visto da Panksepp, l’insula è quella regione corticale del cervello limbico che racchiude in sé moltissime funzioni enterocettive: il gusto, il disgusto, il controllo visceromotori, il dolore, la termoregolazione, il tatto, ma anche il riconoscimento delle altrui emozioni, i processi decisionali, le dipendenze e i disturbi psicologici.

Ad essa si aggiunge la corteccia (anche questa già vista, e se vi ricordate ha a che fare con le funzioni nobili, come scrivere, pianificare etc) cingolata anteriore.

Insieme, insula e corteccia cingolata anteriore compongono il salience network, un network neurale il cui compito è individuare gli stimoli o gli eventi che ci accadono e di integrare le informazioni provenienti sia dalla nostra enterocezione sia dagli stimoli esterni. Un sodalizio che se confermato da studi ancora in corso, è il vero responsabile della nostra vita affettiva e delle varianti comportamentali. L’ipotesi è che questo network regoli i comportamenti e quindi la parte espressiva delle emozioni.

A riprova dell’assunto iniziale che le emozioni siano, alla fine dei conti, molto più pratiche di quello che abbiamo sempre immaginato nel nostro pensare comune.

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