L’attaccamento… teoria o realtà dell’esperienza? L’eredità degli studi di John Bowlby

La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro. 

Frank A. Clark

 

 

Che cosa si intende per “attaccamento”?

La teoria dell’attaccamento è un oggetto di studio della psicologia ancora utilizzato oggi dal lontano 1950, da quando il suo ideatore, lo psicoterapeuta John Bowlby l’ha messa a punto. A tutt’oggi è una teoria di partenza per molte ricerche soprattutto sul tema dell’età evolutiva, oltre ad essere un tema molto importante nello studio e nella pratica del counseling individuale.  

Ma chi era John Bowlby? 

John Bowlby è stato uno psicoanalista inglese della seconda generazione, quella dopo Sigmund Freud, ed ha operato in un periodo in cui la psicoanalisi aveva come esponenti da una parte la figlia di Freud, Anna e dall’altra Melanie Klein, i quali avevano due approcci diametralmente opposti. La psicoanalisi di Bowlby si inserì nella comunità scientifica di allora come una cosa nuova, che si pone al centro tra l’approccio psicoanalitico e quello comportamentista in una sorta di alternativa “etologica” dell’essere umano.

Questa nuova prospettiva si evolve dai primi studi sulla deprivazione dell’autorità materna, domando: 

cosa succede all’uomo se viene privato dell’affetto delle figure affettive, come quella materna? 

A partire dall’osservazione di bambini devianti, secondo l’autore esiste un nesso tra la privazione dell’accudimento e i danni alla psiche del bambino. Scendendo più nel particolare, egli dice che se questo avviene entro i 5 anni di vita, può diventare la causa principale della forme di delinquenza sviluppate da adulto. Quindi, è necessaria un’esperienza di affetto casalingo per prevenire malesseri psicologici. 

Questa tesi è stata molto criticata dal movimento femminista di allora, anche se l’autore era molto impegnato socialmente e preparato professionalmente come pedagogista specializzato in bambini devianti. Dall’altra, però, le sue opinioni sono state parzialmente confermate dai suoi colleghi, con una postilla. 

La mancanza di cura dei primi istanti di vita, nella visione attuale, può predisporre a certi disturbi MA molto spesso non esserne l’unica causa diretta. 

Ci sono infatti altri avvenimenti che possono generare delinquenza (lo status sociale dei genitori, l’ambiente sociale di vita, la socializzazione). 

Si è potuto constatare, attraverso esperimenti in senso eziologico, come la comparsa di disturbi emotivi sia collegata all’importanza della costruzione dell’autostima che si origina sempre da chi si prende cura del bambino nei primi anni di vita.  

Da buon etologo le scoperte di Bowlby si basano principalmente sull’osservazione, al contrario per esempio dell’approccio Freudiano che basava il suo operato sulla teoria psicosessuale del comportamento: l’autore osserva i comportamenti dei bambini sempre all’interno di un contesto. Mentre, gli psicoanalisti davano valore ed attenzione alle fantasie della persona, il nostro Bowlby sottolinea l’importanza dell’interazione con l’ambiente, osservando le reazioni dei bambini. 

Ma come sappiamo la scienza non dipende mai dall’opera di un solo uomo… 

 

Gli studi e le teorie sull’attaccamento

Prima di lui ci sono stati molti altri studi osservazionali di tipo etologico, da cui lui stesso prende ispirazione la sua teoria. Citiamo, ad esempio, il simpatico studio dell’Imprinting sulla papera Martina di Konrad Lorenz: questo ricercatore scopre che esistono degli imprinting precisi sulle anatre: dalla schiusa delle uova, i cuccioli seguono di norma la madre anatra, ma se il primo essere vivente che vedono dalla schiusa è ad esempio un essere umano, lo seguiranno, scambiandola per la madre. Questa osservazione, mette in evidenza come gli animali non seguono solo chi fornisce loro il cibo ma anche che probabilmente esiste un meccanismo biologico che ci collega ad un adulto, una sorta di forma di sicurezza. Anche Harlow con il suo studio sulle Scimmie Rhesus, sperimentò con successo una osservazione simile a quella di Lorenz con i piccoli di scimmia in laboratorio: l’esperimento consisteva nel mettere in una gabbia due scimmie-fantoccio, uno che distribuisce il latte e uno che non lo fa ma che riproduce una scimmia con la pelliccia. Si è potuto osservare visto come i piccoli passino più tempo sulla scimmia con la pelliccia, piuttosto che su quella che distribuisce latte. Ciò ha portato a confermare che la necessità di contatto fisico è importante in epoca infantile: il mammifero, e quindi anche l’essere umano, non ha solo bisogno di cibo, ma sembra possieda un bisogno innato di contatto e di amore. 

Questi due studi applicati all’uomo, fanno ipotizzare a Bowlby che ci sono delle motivazioni altre che muovono il comportamento umano, oltre il bisogno di sopravvivenza. Il bisogno di trovare protezione da parte di un membro della nostra specie, che conosciamo: un bisogno fondamentale di evoluzione perché ci ha sempre protetto dai predatori in un ambiente ostile. 

Questo sistema di vedute sostiene l’intera impalcatura della Teoria dell’Attaccamento. 

La Teoria dell’Attaccamento è una teoria epigenetica perché la direzione di sviluppo del bambino e l’esito dipenderà dalla interazioni con la figura fondamentale del bambino stesso.

Di fronte ad un pericolo, i mammiferi, e quindi anche l’uomo, non reagiscono alle situazioni solo con l’attacco-fuga, ma anche avvicinandosi ai propri simili, quindi facendo il contrario. Questo fenomeno è detto relazione di attaccamento: la vicinanza ad una figura protettiva (la madre, il padre, etc) ne consente la sopravvivenza. Nell’uomo, ad esempio, il bambino verso i 6 mesi cerca la mamma: il legame di attaccamento ci mette quindi 6 mesi (detta fase di caregiving): prima di allora, il bambino è in una sorta individualismo che non prevede una relazione con l’altro in rapporto a se stesso.  

E’ importante sottolineare che anche da adulti sperimentiamo gli strascichi dell’attaccamento. Quando si sente attaccamento per una persona particolare è perché nella vicinanza ci sentiamo sicuri e protetti: va da sé che lo stato di benessere di un individuo dipende anche da questo rapporto di lontananza-vicinanza con le figure di attaccamento.

Infatti, il bambino dai 6 agli 8 mesi, che passa dalle braccia della madre a quelle di uno sconosciuto, dopo un pò sente il bisogno di tornare dalla madre per ripristinare la relazione, oppure piangerà e si dispererà.  Ed è qui che i comportamenti di attaccamento, che consentono la vicinanza alla figura di attaccamento, sono piuttosto distinguibili oltre che prevedibili: si va dal pianto, al girarsi verso la madre, al rincorrere e rifugiarsi tra le gambe della mamma, al capriccio per ottenere l’avvicinamento al genitore. La madre, o il padre, ha quindi un effetto base sicura sul bambino: una base di sicurezza, nonostante il fatto che il comportamento sia in realtà una esplorazione che allarga il raggio di azione per poi tornare alla base sicura. Questo effetto risulta veritiero anche quando il bambino cresce e si sente sicuro: si amplia il raggio di azione dalla base sicura, e pian piano si interiorizza con l’età, al punto che quando non è presente la base sicura, si fa ricorso a difese per sopportare la sofferenza della separazione. 

I legami di attaccamento possono essere molto persistenti e rimanere per tutta la vita, lasciano un’impronta sul soggetto adulto. Si rinforzano o riaffiorano quando è presente una richiesta stressogena da parte dell’ambiente, e questo spiega perché alcuni comportamenti risultino inspiegabili, come il fatto che un certo tipo di bambini si sentono attratti da figure pericolose. 

Inoltre, l’attaccamento è bidirezionale: se il bambino attiva l’attaccamento, il genitore attiva l’accudimento in maniera naturale. La richiesta di attaccamento, suscita sentimenti di tenerezza, di attenzione e porta ad agire in un certo modo: questo, struttura una continuità di comportamenti di mediazione all’attaccamento possono essere sensibili  (risposta al pianto, guardare, sorridere, parlare, prenderlo con tenerezza, sintonizzarsi, che sono atteggiamenti di care-giving e generatori di sicurezza) o poco sensibili (ignorare i segnali, risposte imprevedibili, interazioni più funzionali).

Ma da cosa dipende il legame di attaccamento di un bambino alla figura preferita? In realtà, da molte cose, oltre che dalla biologia. Principalmente dal temperamento del bambino, dagli scambi con il care-giver e dalla personalità dell’adulto e dalla sua esperienza infantile. 

 

Dopo Bowlby: Mary Ainsworth, la Strange Situation e la nascita dei Modelli Operativi Interni

Un’altra autrice, Mary Ainsworth discute sull’Attaccamento attraverso il famoso esperimento detto della “Strange situation”.  Si tratta di una situazione sperimentale ideata nel 1960 da questa psicologa per sviluppare uno strumento che identifichi i tipi di attaccamento tra madre e bambino. Si tratta di una situazione sperimentale in cui una madre accompagna il suo bambino in una stanza con dei giochi e i due vengono osservati attraverso lo specchio da degli esaminatori. A questo punto, viene introdotto un estraneo assieme alla madre (situazione A). Si analizza l’affiliazione con la madre e cosa succede. La madre esce e si lascia il figlio da solo nella stanza con l’estraneo (situazione B). Successivamente la mamma rientra e si vede cosa succede (situazione C). Poi l’estraneo esce e anche la madre, lasciando il bimbo completamente da solo (situazione D). 

Grazie a queste osservazioni, si è arrivati a teorizzare i MOI o Modelli Operativi Interni

Ovvero modelli di rappresentazione relativamente fissi che il bambino usa per predire il mondo e mettersi in relazione. Va detto che i MOI, sono teorizzazioni di un set di comportamenti, ma bisogna sempre osservarne la specificità su ciascun individuo. 

Vediamo brevemente, quali sono: 

I MOI o modello dell’attaccamento sicuro

Viene dimostrato dalla capacità del bambino di esplorare liberamente l’ambiente, anche quando si allontana il caregiver. Il bambino si mostra angosciato di fronte all’allontanamento della madre, ma la accoglie con entusiasmo quando torna.

Il soggetto sente: 

  • affidabilità, se meritevole e capace
  • circolo virtuoso, non sulla difensiva
  • circuito positivo, sicuri delle proprie capacità
  • ricerca attiva come stile di conoscenza
  • accettazione
  • strategie comportamentali non rigide
  • alta capacità  Mentalizzazione  

II MOI o modello dell’attaccamento insicuro-evitante

Anche in questo caso il bambino sente angoscia in assenza della madre. A differenza del caso precedente, tuttavia, quando torna tenderà a evitarla. Vale a dire, mostra apparente indifferenza.

Il soggetto: 

  • prevede il rifiuto da parte dell’altro
  • intimità sconosciuta e/o impossibile
  • sé oscillante e positivo
  • allontanamento è una forma di strategia privilegiata 
  • immunizzazione o autarchia cognitiva come stile di conoscenza
  • difficoltà relazionale e nelle relazioni intime

III MOI o modello dell’attaccamento insicuro-ambivalente

In questo modello, sono presenti segni di angoscia per tutta la durata dell’esperimento. Il bambino esprime rabbia nei confronti della madre, specialmente quando è assente.

  • incertezza sull’esito del rapporto (relazione mitica o idealizzata)
  • l’altro è imprevedibile, pertanto dell’amabilità, “tutto dipende da me”
  • idea del sé instabile
  • la vicinanza serrata, si alterna con l’evitamento o il timore di essere scoperti
  • evitamento come stile di conoscenza, rinuncia all’esplorazione e alla complessità e frammenta gli eventi  

Le caratteristiche descritte da questo esperimento, mostrano come l’attaccamento e il suo stile possa essere determinante per la riuscita completa di un adulto, ma anche come noi possiamo essere il prodotto della conduzione della nostra infanzia dal rapporto che abbiamo avuto con le nostre figure “preferite” e di come, non da ultimo, questi aspetti definiscono uno stile di personalità. 

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