Cos’è l’intelligenza? La teoria di Howard Gardner sulla pluralità dell’intelletto umano

Una persona non è superiore perché è più intelligente, ma perché sa come usare la sua intelligenza.
Marcela Farias Hernandez

 

Cos’è l’intelligenza? 

L’intelligenza è la capacità umana di risolvere problemi, o di creare prodotti, che sono apprezzati all’interno di uno o più contesti culturali (pg. 10)

Ed è unica nel mondo animale. 

Anzi, per onestà intellettuale, sarebbe meglio porsi la domanda:

L’intelligenza è davvero…unica?”

La risposta è onestamente molto complessa.

Nel libro Formae Menthis, Saggio sulla pluralità delle intelligenze scritto dallo psicologo Howard Gardner, si parla di intelligenza in senso plurale, e leggendolo ci si rende conto di quanto questa nostra particolarità sia non solo importante e universale (secondo l’autore, non esiste un essere umano stupido in senso stretto) ma, soprattutto, diversificata, sia che il fenomeno si osservi in situazioni di normalità sia in casi di anormalità (come la presenza di una Sindrome di Down, una lobotomia o l’autismo). 

Scrive Gardner nella sua introduzione:  

A mio modo di vedere la mente ha la potenzialità di occuparsi di vari tipi diversi di contenuto, ma la facilità che un individuo ha nell’occuparsi di un contenuto non ci consente di prevedere quale facilità egli possa manifestare nell’occuparsi di altri tipi di contenuto”(pg. 12) 

 

In altri termini è come se affermasse che l’evoluzione biologica, neurologica e sociale dell’Uomo ha fatto sì che egli possa utilizzare più di una intelligenza e che questa sia, a causa di questa sua caratteristica evolutiva, flessibile ed adattabile creativamente alle situazioni di cui fa esperienza. In ogni caso, tutti gli uomini sono dotati di diversi tipi di intelletto; tuttavia, diventano eccellenti solo in uno, o in alcuni, di questi a seconda della biografia, ma non possiamo prevedere in che misura, solo facendo misurazioni ex-post. 

E’ a questo proposito quindi che le ricerche sull’intelligenza diventano necessariamente multi-disciplinari oltreché un tema sociale centrale nello Sviluppo Umano.  

Gardner passa così in rassegna in questo libro tutto ciò che c’è da sapere su questo tipo di cognizione, sfatandone anche certi miti e credenze. Come ad esempio il fatto che gli uomini siano convinti da decenni che l’intelletto sia misurabile SOLO con il metodo scientifico e sintetizzabile con le capacità razionali. Basti pensare a tutti i test del QI ai quali siamo soliti rimandare il pensiero, quando si afferma che: 

una persona è intelligente, perché riporta un QI elevato

Gardner riesce a dimostrare come ciò non sia storicamente, oltre che scientificamente, corretto. Ciò che si apprende, è come questo modo di vedere all’intelletto risulti al giorno d’oggi piuttosto superato. 

Ma come mai si è arrivati a pensarla in questo modo?   

Ripercorrendo le tappe di ricerca su questa particolare forma di cognizione, senza pregiudizi e con la massima apertura mentale si imboccherà però una strada migliore per capirne l’essenza se ammetteremo come le teorie siano sempre figlie dei tempi in cui sono nate.  A questo fine, bisognerebbe innanzi tutto tenere presente che cosa si è pensato che fosse l’intelligenza e in che epoca fosse “giusto” pensarla così e, solo poi, cosa si è scoperto fino a qui per arrivare ad illustrare come oggi viene considerata dagli studiosi.  

Solo in questo modo la visione sarò più ampia, oltreché scientificamente più onesta. 

 

Le prime idee sull’intelligenza

L’intelligenza è da sempre la ricerca senza fine dell’essenza dell’umanità, tipica della nostra specie. L’individuo capace di utilizzare i propri “poteri mentali” è sempre stato preso in incredibile considerazione. 

A partire dai filosofi Socrate ed Aristotele nell’Antica Grecia, così come nel medioevo con Sant’Agostino e nel rinascimento con Dante, numerosi autori hanno creato aforismi e disquisizioni acute sull’intelligenza, talmente segnanti che li utilizziamo ancora oggi nel linguaggio popolare. A quei tempi, però, succedeva che non si mettessero in contrapposizione i concetti di Ragione – Intelligenza – Logica – Conoscenza. Per quanto possano essere simili, questi quattro concetti umanistici sono, in realtà, abilità mentali distinte e non possono essere usate come sinonimi. 

E’ solo molti secoli più tardi con le scienze psicologiche che si comincia a vedere un pò di differenziazione attorno alle diverse facoltà umane, tirando in ballo anche all’intelletto. 

L’eterna lotta intellettuale (mai terminata) tra i fautori delle localizzazioni celebrali (Franz Joseph Gall; J.P. Gumford), secondo i quali l’intelletto – o certi tipi di intelletto – risiedano in diverse parti del sistema nervoso e gli olisti che, invece, ritengono l’intelligenza parte di tutta la mente (LL. Thurstone). 

Ma cosa è veramente successo dalla seconda metà dell’800 in poi? 

Un importante fatto storico, che ha cambiato tutto l’approccio a questo tipo di scoperte: si sono gettate le basi della psicologia come scienza, ad opera di Wilhelm Wundt in Germania e di William James in America. Da notare che la scienza al tempo era sinonimo di…calcolo. Fu così che all’inizio del XX secolo il francese Alfred Binet cominciò ad escogitare, su suggerimento dei colleghi tedeschi e americani, i primi test per misurare l’intelligenza di una persona. Questi test, furono talmente utilizzati, complice la mania di valutare e misurare abilità con l’unico fine dell’associazione perfetta tra i compiti e le organizzazioni che li richiedevano, da diventare l’unica vera risposta a numerosi dubbi scientifici in merito ad essa.

Possiamo quindi dire che l’interesse sull’intelligenza non si origina certamente dalle disquisizioni filosofiche e morali, ma dalla necessità degli studiosi dei primi anni del XX secolo di rendere scientifico un fattore umano molto difficile da misurare in termini oggettivi. 

Le prime disquisizioni sull’intelligenza erano funzionali ad una valutazione dell’Uomo, ma non ne riassumevano efficacemente  l’essenza. Infatti, ad oggi, qualsiasi studioso che si occupi anche solo lateralmente di psicologia, ammetterà come l’entusiasmo per queste forme di riordino dell’intelligenza, sia stato eccessivo, al punto da risultare piuttosto superato e per molti versi difficile da accettare in termini scientifici.  

Non dimentichiamo come sia stato lo svizzero Jean Piaget, il padre fautore di questo approccio puramente deterministico. Egli concepì ben presto la teoria secondo la quale certi bambini affrontavano compiti intelligenti mediante l’utilizzo di processi mentali. A lui non interessava se la risposta fosse corretta o sbagliata; ciò che contava di più era il modo con cui i bambini erano arrivati a rispondere ad un quesito in maniera corretta o sbagliata. Fu lì che Piaget elaborò la sua Teoria dello Sviluppo Mentale, che spiazzò gli studiosi del tempo: 

a suo giudizio, ogni studio del pensiero umano deve prendere l’avvio da un individuo che tenta di capire il mondo che lo circonda. L’individuo costruisce di continuo ipotesi e tenta in tal modo di generare conoscenza. (pg. 47)

Potremmo azzardare, a partire da questa teoria, che l’Uomo è una sorta di costruttore instancabile di significati mentali “ordinati”, e lo fa in un certo modo a seconda dell’esposizione ai fatti del mondo e del suo sviluppo cognitivo. Dal neonato che comprende il mondo tramite riflessi e percezioni sensoriali, agli infanti che prediligono la conoscenza pratica o sensorio-motoria, sviluppando azioni ed operazioni mentali interiorizzate. Le operazioni concrete, avvengono con la maturazione della persona, intorno ai sette o otto anni, con meccanismi di interiorizzazione di simboli. E dall’adolescenza, sempre secondo Piaget, l’essere umano è in grado di operazioni formali, di una forma di pensiero logico-razionale che tanto viene apprezzata in Occidente e dalla quale derivano gran parte della nostre conquiste in vari campi del sapere. 

Nel suo contesto, Piaget divenne molto attendibile. Ebbe l’intelligenza, è proprio il caso di dirlo, di mettere insieme ciò che piaceva alla comunità scientifica, filosofica e alle tradizioni di pensiero dell’epoca. La sua teoria dette il via agli approcci della mente come “elaboratore delle informazioni”, in una visione essenzialmente logico-matematica. Da cui i test d’intelligenza del QI e la loro grande considerazione scientifica e divulgativa. 

Tuttavia, non ebbe molto seguito al di fuori di esse. 

Ad esempio, non parlò della creatività della mente, né tantomeno del suo lato trascendente e dello sviluppo in senso meditativo, così come invece hanno fatto altri approcci successivi, che iniziarono a tirare in ballo anche altri aspetti che reputiamo validi oggi.  

Fu l’inizio di qualcosa: di un ragionamento più ampio in favore delle potenzialità umane, questo sicuramente.  

L’approccio simbolico fu successivo a Piaget, anche se già filosofi come Cassier, Langer e North Whitehead compresero che l’essere umano comunica e comprende i fatti del mondo attraverso l’uso dei simboli. Le “simbolizzazioni” sono parte della nostra natura evolutiva di esseri sociali: l’elaborazione delle informazioni nell’uomo implica la comprensione e l’interiorizzazione di vari sistemi di simboli. Secondo David Feldman, l’Uomo possiede sia un’intelligenza universale comune a tutte le culture per l’elaborare l’informazioni (alla Piaget), sia un’intelligenza simbolica che dipende dalla cultura in cui è inserito. Il che spiega come alcuni simboli – scritti o orali – si capiscano in certe culture e in altre appaiano piuttosto bizzarri. 

Va da sé che il successo intellettivo di un essere umano può essere strettamente legato a dove si nasce, a dove si vive e agli stimoli che si ricevono nella interazioni coi nostri simili. 

In qualche modo, la biologia, anzi la “biologia sociale” entra nella storia scientifica dell’intelligenza. 

Intelligenza, biologia e neuroscienze 

Nella crescita umana c’è una considerevole plasticità e flessibilità, specialmente nei primi mesi di vita. Molte ricerche, ad oggi, lo confermano. Tuttavia, persino una tale plasticità è modulata da costrizioni genetiche che operano fin da prima che il bambino, che diventerà adulto, faccia esperienza di qualcosa che favorisca un certo tipo di intelletto. 

Secondo gli studiosi della genetica, il talento è dovuto a certe combinazioni di geni che correlate tra loro producono enzimi capaci di influire su specifiche aree del cervello: questo vale sia per la produzione di talenti, sia per lo sviluppo di individui “a rischio” per una data malattia o condizione neurologica invalidante. Ovviamente, questa potrebbe essere la base di partenza di un talento; tuttavia, come fa notare l’autore, non si diventa abili scacchisti senza una scacchiera. Pertanto, il talento potrebbe essere innato geneticamente, ma non è detto che si sviluppi senza il giusto ambiente. 

Il fattore ambientale, quindi, diventa determinante anche per la genetica e la neurobiologia. Studiosi come C.H. Waddington, sostenevano che lo sviluppo neurale dipendesse dal processo di canalizzazione che di fatto altro non è che l’epigenetica del processo di sviluppo del nostro cervello, che porta stadio dopo stadio, ad una normalizzazione. L’organismo umano, cervello compreso, troverà sempre una via per l’omeostasi anche se per farlo dovrà ricorrere alla flessibilità e alla plasticità, in una varietà di modi sorprendentemente alto.

 

I segni per identificare un’intelligenza 

Se, come dice l’autore:

I requisiti preliminari sono un modo per assicurare che un’intelligenza umana sia veramente utile e importante, almeno in certi contesti culturali (pg. 104)

e i contesti culturali umani, le società, ma anche solo le forme organizzative e di comunità umane sono innumerevoli, andrebbe da sé come le declinazioni delle intelligenze possano essere…infinite! 

In mezzo a tale complessità, ciò che fa l’autore è un’operazione di sintesi individuando i 6 tipi ovvero quelle generali capacità cognitive che sono riproducibili in tutti i contesti umani, di modo da osservarne più “i contenitori” intellettuali che non le infinite declinazioni, che poi dipenderanno dall’uso che se ne fa. 

Nel suo studio individua criteri che danno luogo allo sviluppo di una intelligenza. Si parla quindi di intelligenza quando siamo in presenza:  

  • di isolamento di una facoltà in conseguenza ad un danno celebrale (in base alle prove fornite dalla neuropsicologia); 
  • di prodigi e gli idiots savants in un’area molto specialistica, per la quale l’individuo è particolarmente dotato, o totalmente carente; 
  • dell’esistenza di meccanismi basilari di elaborazione dell’informazione neuronale attivabili “a comando” a seconda dello stimolo (come l’attivazione corporea, o musicale, etc); 
  • di una storia di sviluppo identificabile, principalmente sociale, in cui sviluppare appunto un certo tipo di intelligenza sia centrale per una determinata cultura umana; 
  • di una storia (anche) evolutiva dell’Uomo, i cui tipi di intelligenza sono l’elaborazione di milioni di anni di adattamenti all’ambiente in cui è vissuto; 
  • di prove a sostengo da fonti di psicologia sperimentale e da risultati che siano misurabili con la psicometria; 
  • della propensione a codificare sempre un sistema di simboli, un linguaggio, delle figure che siano resi importanti per la sopravvivenza dell’Uomo nel corso dei secoli per la sua produttività. 
Contrariamente a questi segni, 
un’intelligenza non dipende in alcun caso per intero da un singolo sistema sensoriale, né alcun sistema sensoriale è stato immortalato come un’intelligenza, Le intelligenze sono per loro stessa natura capaci di realizzarsi (almeno in parte) attraverso più di un sistema sensoriale. (pg. 113)

Insomma, per semplificare: non è mai utile pensare all’intelligenza in termini solo positivi (“quella persona è molto intelligente”) perché quello è solo il fine dell’uso di una particolare intelligenza, e talvolta potrebbe non sempre nobile. Invece, è utile sempre intendere le intelligenze come se fossero dei programmi di azione e un insieme di procedimenti codificati di know-how per fare le cose in un certo modo, che sviluppano talenti in particolari settori. 

Nella seconda parte dell’articolo, scriveremo di come Gardner sia riuscito ad individuare 7 tipologie di intelligenze generali. 


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