Cosa sono le psicotrappole? Gli inganni della mente secondo Giorgio Nardone

L’unica cosa che impariamo dai nostri errori è che continueremo a ripeterli.

 

A. Phillips

 

Cosa sono le psico-trappole? Un definizione

Secondo Giorgio Nardone, uno dei più divulgativi psicoterapeuti italiani, gli uomini costruiscono da soli le loro difficoltà psicologiche attraverso dei processi mentali che si ripetono come un copione. Le ha chiamate psico-trappole con un neologismo azzeccato che identifica con precisione l’effetto di deviazione dell’agire sano e adattato che produce un senso di realtà, che tuttavia non è la realtà vera.

L’Uomo, in altri termini, si crea i suoi stessi problemi attraverso dei meccanismi automatici di pensiero ed azione. Questo accade perché la nostra mente funziona naturalmente per associazioni, ovverosia tende a semplificarci il modo di vedere il mondo.

Non lo fa con cattiveria, ma per risparmiare energia, quindi per mantenere la propria omeostasi. Essa riconosce in automatico tutti processi che ci hanno permesso di risolvere i problemi in passato attingendo dalle stesse risorse per situazioni simili.

Insomma: tutti gli esseri umani, tendono ad applicare le stesse soluzioni per affrontare problemi simili. Dall’erudito all’ignorante, dal bambino all’adulto. Non vi sono distinzioni di sesso, razza, religione e cultura. E da qui che si genera la psico-trappola più comune: la Generalizzazione. E, mi dispiace per voi, non si tratta di una reazione spontanea ma di una vera e propria scelta di selezione che la mente opera in base alla nostra storia personale – e sociale – di fronte al manifestarsi di una situazione. 

Nardone nel suo lavoro piuttosto interessante, centra subito la questione a partire dalla sua lunga esperienza come clinico. Riesce nell’intento di ridurre con parole semplici un numero limitato di psico-trappole a cui tutti, siamo in qualche modo destinati. Vi sono quindi psico-trappole che in qualche modo attengono alla normalità delle persone (salutogenesi) e psico-trappole che possono generare patologie (patogenesi).   

Le vediamo di seguito. 

Le psico-trappole del Pensare

Si parla di psico-trappole che riguardano il pensiero, quando sono evidenti delle,

modalità di pensare frutto di nostre percezioni, convinzioni, credenze che, quando sono applicate rigidamente, conducono alla costituzione di trappole prima e di possibili patologie psichiche e del comportamento poi (G. Nardone, pg. 21) 

Sono particolarmente insidiose perché difficilmente vengono notate dalla persona per poterle modificare in senso costruttivo. Sono inoltre parte integrante della nostra identità personale e si sviluppano contemporaneamente con il nostro sviluppo evolutivo. 

  • Le aspettative

E’ la psico-trappola più frequente in noi, originata dalla tendenza ad attribuire agli altri le nostre percezioni e convinzioni, aspettandosi da loro le nostre stesse azioni e reazioni agli eventi.

Quando diciamo a noi stessi riferendoci agli altri:  

“io avrei fatto così” / “perché non ci arriva?” / “possibile che non faccia una scelta ponderata?”

in realtà, stiamo attivando una psico-trappola. 

Si tratta di un inganno mentale perché, se le nostre esperienze di vita hanno visto una soluzione ad un problema con una certa modalità di pensiero ed azione, trova difficile immaginare modalità alternative. Inutile dire che le aspettative in questo senso sono l’anticamera del giudizio spesso negativo che abbiamo nei confronti degli altri ma, soprattutto, di cosa fanno gli altri. A livello cognitivo, le aspettative sono la scarsa intenzione di assumere diversi punti di vista per valutare la realtà. E’ come se quando generiamo aspettative, in realtà, stiamo solo erigendo mura e scavando fossati attorno all’unico punto di vista che consideriamo giusto: il nostro. Per uscirne, è necessario allenarsi ad accettare anche i punti di vista degli altri. Provare per credere: vi assicuro che è una cosa difficilissima. Specialmente nel mondo molto votato al giudizio in cui siamo tutti immersi oggi.

  • La conoscenza definitiva

Rispetto alle aspettative, questa psicotrappola è più tarata sull’illusione che sull’auto-inganno. Essa consiste, nell’attribuire alla Conoscenza, al Sapere, l’idea che prima o poi si raggiungerà una conoscenza universale su tutti i fatti del mondo. E’ tipico dell’uomo moderno, pensarla in questo modo se non altro per il livello di conoscenze raggiunte in tutti gli ambiti scientifici ed umani. Ha un effetto rassicurante, nulla da dire, una sorta di piccolo delirio di onnipotenza: come anche può avere un risvolto psicopatologico che l’autore riscontra ad esempio nei disturbi ipocondriaci, con il ricorso a continui check-up e controlli diagnostici anche quando non ce ne sarebbe reale bisogno perché ci si affida ciecamente alle scoperte mediche. Come possiamo immaginare, la realtà delle cose è ben diversa: gli uomini sono fallibili, e lo saranno sempre, per loro stessa natura. L’uomo, in sostanza, con questa illusione, si racconta tante volte delle elaborate “balle” per necessità di rassicurazione e consolazione. Ci era arrivato Nietszche e ci possiamo difendere tutti noi, con un sano scetticismo. E ad essere scettici, noi italiani siamo bravissimi! 

  • Il ragionamento…perfetto!

Questa è la psicotrappola dedicata agli intellettuali, agli eruditi, cioè a coloro che rispetto ad altri sono dotati di maggiore intelletto e capacità.

Quindi…non è molto diffusa.

Battute a parte, si tratta dell’idea secondo la quale, attraverso un ragionamento che rispetti i soli criteri razionali si possano affrontare tutte le sfide e i problemi della vita. Paul Watzlawick la chiamava ipersoluzione del razionalismo. La ragione, insomma, illumina ogni cosa: tutto ha una spiegazione e a tutto si antepone un controllo. E qui casca l’asino: quando le cose diventano rigide, tendono a non muoversi. Questo è ovvio. Ecco, funziona uguale per la mente. Una mente rigida, non adattiva, è una mente che genera processi disfunzionali e psicopatologie. 

E quindi è abbastanza inutile fare i matematici di turno: non dimentichiamo che “i conti tornano perché abbiamo costruito un sistema di analisi tale per cui i conti devono tornare (Nardone,31). Partendo da questo ragionamento, la soluzione è abbastanza ovvia: se fare i conti ci può tornare utile per questioni pratiche, va da sé che per perdonare, interrompere delle fobie debilitanti, dobbiamo fare altri ragionamenti, possibilmente non-logici. 

  • Lo sento quindi…é!

Il sentire, non affonda la sua psico-trappola nella scienza o nella filosofia, ma nella tradizione profetica delle sensazioni, delle percezioni extrasensoriali. Ciascuno di noi crede che il proprio sentimento, le proprie sensazioni, siano fonte di verità. E’ inevitabile. Si innesca un processo mentale che attribuisce al sentire una grande valore: siccome attribuiamo a qualcuno, o a qualcosa, certe proprietà che da noi sono sentite come un “dato di fatto”, a livello mentale cerchiamo anche le prove che verifichino quello che riteniamo giusto secondo le nostre sensazioni. E’ la profezia che si autorealizza e l’attribuzione di qualità eccessivamente elevate alle persone che amiamo…ma solo, perché le amiamo. Ciò distorce la realtà. Va da sé come sia necessario fare un passo in avanti con la ragione e l’intuizione, che riequilibrino questa credenza che il sentimento sia un dato oggettivo su cui basare le nostre valutazioni sui fatti del mondo. 

  • Pensa positivo! 

Pensare positivo è bello, ma non per questo sempre utile. Intendiamoci: è bello pensare positivo! Tuttavia, vi pongo una domanda: se tutto è luccicante e pieno di gioia, che succederebbe ai nostri processi mentali quando invece veniamo a scoprire potrebbe anche non essere sempre così? Spesso, si cade in una forma depressiva patologica. Pensare positivo è una specie di religione moderna, senza Dio basata sulla presunta capacità dell’essere umano di influenzare la vita solo con la forza del pensiero ottimistico. Mi dispiace, ma a livello cognitivo, si tratta di una illusione: non che le cose possa andare bene se ci crediamo, ma pensare che vadano sempre bene perché siamo positivi ovviamente è ingenuo! Anche in questo caso, torna la profezia che si auto-avvera: se sono triste e mi sforzo di non esserlo perché sono positivo, finisce che mi intristisco ancora di più. Cosa posso fare allora? Pensare positivo? Indubbiamente: quando ce ne sarà bisogno o quando non ne sono consapevole e soprattutto quando non ho a che fare con emozioni distruttive come rabbia, paura o dolore. Provate a dire ad uno incazzato come una vipera di stare tranquillo o di pensare positivo, otterrete una reazione ancora più incazzata. O provate a dire di pensare positivo e di ridere della vita a qualcuno che ha appena perso una persona cara. La cosa migliore, è sempre accogliere il sentimento per quello che è, accettarlo. Farete strada nella comprensione delle persone.

  • La coerenza…ad ogni costo!

Essere coerenti, con sé stessi e con le proprie idee, è segno di forza e di principio. Se non fosse che la rigidità mentale, che in questo caso crea la psico-trappola del voler essere sempre coerenti, può alla lunga generare problemi. Nella storia la coerenza ha sempre avuto un carattere di santità, nonostante la premessa erronea. Se le mie premesse di coerenza poggiano su di un terreno scivoloso, per quanto il ragionamento sia corretto, possono portare a risultati disastrosi. Se una persona paranoica vuole difendersi dagli altri ed arriva ad uccidere per questo, la sua premessa erronea di coerenza è giustissima, peccato però che possa portare a questo risultato. Vale anche per chi arriva a gesti estremi.

A voler essere meno macabri, anche le aziende hanno fatto della loro coerenza ad ogni costo il lascia passare per il fallimento. Se, infatti, rimangono fedeli, e quindi coerenti con ciò che è stato fatto fino a quel momento, senza evolvere e trovare soluzioni diverse alle crisi che incontrano, saranno inevitabilmente preda degli andamenti del mercato. E così via, esempi ce ne sarebbero a iosa. Va da sé, anche qui, che la coerenza non calza quasi mai con la realtà in cui siamo immersi: è cosa di un altro mondo. Santa, per l’appunto. Quando la pretendiamo dagli altri “entriamo nel dominio della patologia travestita da virtù” (Nardone, 42). Per tenerla a bada, la soluzione è accettare le incoerenze, sia le nostre che quelle altrui, evitando di credere colpevoli chi se ne macchia. 

  • Sopravvalutare/Sottovalutare

Psico-trappola dell’amore, quando tendiamo a sopravvalutare le persone solo perché le amiamo e le stimiamo. Al contrario, psico-trappola del disprezzo, quando tendiamo a sottovalutare chi invece non amiamo, non ci piace e rifiutiamo per partito preso. Così è facile, e la mente gongola. Lei la fa facile per omeostasi, e torniamo al concetto di prima.

Non solo.

I sociobiologi, credono addirittura che questo comportamento si spieghi in una sorta di “gene egoista” che per natura protegge ciò che ci è familiare, distruggendo invece quello che è distante e ci minaccia. E’ facile intuire come da questo processo si inneschi il giudizio nei confronti degli altri o verso noi stessi, con effetti che a volte possono essere anche gravi. Questo meccanismo si riscontra sia a livello personale che culturale. In quest’ultimo caso si parla di etnocentrismo quando riteniamo che la nostra cultura di origine sia migliore delle altre, squalificando tutte le altre. E’ interessante apprendere che la soluzione a questo inghippo mentale sia la buona e vecchia tolleranza, che porta a confrontarsi spesso con gli altri sui giudizi espressi, attraverso il dialogo. Dopodiché è utile sospendere il giudizio, almeno fino alla riprova della nostra teoria che sopravvaluta o sottovaluta la persona o la cultura di cui stiamo parlando. 

Le psico-trappole nell’Agire

L’agire è importante quanto il pensare. La differenza rispetto alle precedenti è che qui abbiamo a che fare principalmente con dei comportamenti. 

“qualsiasi nostro comportamento, se diventa un copione ripetuto all’esasperazione, perde la propria funzionalità. L’eccesso conduce alla patologia” (Nardone, 49) 

In altri termini, agire è giusto; tuttavia agire sempre nello stesso modo, esasperarlo e renderlo per questo un modus operandi autogiustificato, no. Anzi, può farci del male diventando una trappola per noi stessi e per gli altri.

Vediamo in quali casi.

  • Insistere

Significa continuare con la stessa azione e comportamento fino all’esagerazione e applicarla anche quando non funziona. Paul Watzlawick parlava in questo caso di “più dello stesso”, ovvero la tendenza ad una azione insistente che non funziona perché ci autoconvinciamo che non l’abbiamo applicata abbastanza, nonostante gli scarsi o nulli risultati. Questo comportamento, dice Nardone, non è sinonimo di scarsa intelligenza, ma fa parte della nostra natura umana, della già citata omeostasi che resiste al cambiamento. Per uscire dall’azione, bisogna ovviamente agire, ma diversamente: siccome è molto complesso rendersi conto dei processi mentali, risulta più accessibile osservare le proprie azioni ripetute, verificandone gli esiti. Quali sono poi le modalità di reazione agli eventi che tendiamo a reiterare? Questa è una buona domanda, che dovrebbero farsi un pò tutti. Nell’aiuto professionale, ad esempio, questo suggerimento viene preso alla lettera cercando di indagare le “tentate soluzioni”, ciò che si ripete e che alimenta il nostro problema.

  • Rinunciare (arrendersi) 

Si tratta sempre di una insistenza, ma al contrario. La resa di fronte alle difficoltà che comporta la poca fiducia in Sé stessi, non volere mettersi alla prova, non fa altro che confermare la nostra incapacità. Ovvero la rende reale. I saggi cinesi dicevano “si è sconfitti solo quando ci si arrende”, ovvero quello che davvero bisogna evitare è sconfiggere noi stessi. Si possono ottenere le cose che si vogliono in molti modi, senza per questo rinunciarvi. La soluzione in questo caso è banale: confrontarsi con le situazioni e le difficoltà, “nuotarci in mezzo”, “starci dentro”, trovate il sinonimo che più vi piace. Quanti lo fanno? Pochi. Ma soprattutto, pochi si rendono conto che come diceva Karl Popper “la vita è un serie di problemi da risolvere”, pertanto la forma mentis che ci deve accompagnare non è la rassegnazione, ma l’idea che le difficoltà arrivino affinché scopriamo in noi nuove abilità di soluzione ed occasioni di crescita. 

  • Mania del controllo 

Psicotrappola dell’Uomo moderno, che ha creato il mito del controllo di ogni cosa. E’ facile capire come: tutto è calendarizzato, ha una scadenza, è ingegnerizzato. Sappiamo che tempo fa, che ore sono, a quanti battiti va il nostro cuore, la pressione del sangue, quanti passi facciamo ogni giorno. Ora è tutto più facile, abbiamo inventato strumenti che lo fanno in automatico. Cosa succede però quando applichiamo questo comportamento non a noi stessi, ma agli altri? Cosa succede quando ci incaponiamo a voler controllare una cosa incontrollabile? E di cose incontrollabili, ce ne sono tante. Arrosire, ad esempio. Cercare di mantenere il controllo su tutto genera il suo opposto, ovvero sia la perdita di controllo. E’ la dinamica paradossale degli ossessivi-compulsivi o dei partner narcisisti, delle gelosie e delle relazioni opprimenti. Intendiamoci, un sano controllo della propria vita è sacrosanto, non bisogna “vivere a caso”; l’eccesso di controllo è patologico. Se sentite di avere questo problema, Nardone suggerisce una sorta di valutazione ex-ante: di fronte ad un evento valutate prima ed attentamente se è una cosa che potete controllare o se il farlo potrebbe diventare controproducente. L’entropia dei sistemi viventi, di fatto è questo: un piccolo disordine che mantiene l’ordine. L’altra tecnica interessante è chiamata peggiore fantasia ovvero “esasperare volontariamente la sensazione di cui temiamo la perdita di controllo in modo da creare il paradosso del suo azzeramento perché resa volontaria e non più spontanea” (Nardone, 58)

  • Evitamento

Evitare ciò che si tema è tipica del comportamento fobico: evitare i rischi mette quindi al riparo sé stessi concedendoci una immunità personale. Ha un doppio risvolto evitare: da una parte ci fa sentire sicuri, e ciò va bene se non è fobia conclamata e quindi da trattare, dall’altra conferma anche la nostra incapacità ad assumerci dei rischi superando una difficoltà. Essere troppo preventivi sulle cose, è un copione d’incapacità che produce un aumento del timore verso le situazioni che si voglio evitare. E quindi, cosa posso fare a questo punto? La soluzione secondo Nardone sta “nell’evitare di evitare” (Nardone, 59) tutto ciò che la vita ci propone. Significa confrontarsi con la realtà una buona volta, non con la nostra idea della realtà “come dovrebbe essere” e decidere di volta in volta se sia il caso di procedere o meno. 

  • Rimandare  

E’ una psicotrappola a metà strada tra evitare e rinunciare, solo che è meno netto. Ha a che fare quindi con quelle situazioni che infastidiscono. La procrastinazione è una specie di virus del comportamento, “indebolisce il nostro spirito d’iniziativa, rendendoci sempre incapaci di agire in modo volontario” (Nardone, 61). E’ come se con il rimandare ci creassimo un nostro mondo immaginario, ma immobile. Sicuro e protettivo, ma privo di vita. Cosa fare? In questo caso, bisogna iniziare ad avere paura. Come? Certo! Avere paura è una correttivo di noi stessi, se usata la momento giusto: mi devo immaginare scenari catastrofici se continuassi a rimandare le cose. Di certo non è un’azione delicata, lo ammette lo stesso Nardone, ma è sicuramente efficace e rapida.

  • Aiutare…danneggiando 

Questa psicotrappola dell’agire è dedicata a chi si occupa di aiuto professionale, se mai avesse difficoltà a svolgere il suo lavoro. Si possono fare molti esempi. Voglio aiutare mio figlio a studiare meglio e nel farlo mi sostituisco a lui facendo i compiti al suo posto, proteggendolo indirettamente da voti bassi qualora non passasse le valutazioni dell’insegnante. Una metafora tra tutte, che ingloba il senso dell’aiutare: ricevere un aiuto perché lo si richiede è un forte gesto di umiltà e di umanità. Invece, pretendere che chi aiuta si sostituisca a chi vuole essere aiutato, non fa altro che rafforzare la percezione dell’incapacità. Questa dinamica si vede molto chiaramente nel quotidiano: genitori iperprotettivi, l’assistenzialismo sociale, le donazioni,…non sono certo stimoli a superare i propri limiti, ma un continuo delegare agli altri le nostre responsabilità. Quindi aiutare ad essere aiutati diventa dannoso ogni volta che si limita l’operatività del soggetto. “Insegna a pescare il pesce, invece di regalare il pesce” (Nardone, 64) credo che riassuma molto bene la soluzione a questo agire. Nel Counseling questo aspetto è fondamentale: si aiuta il cliente a trovare le soluzione più adatte che egli stesso dovrà adottare. E’ molto diverso dal salvare qualcosa da una situazione sostituendoci a lui in tutto e per tutto. 

  • Difendersi preventivamente

Se ci dovessimo trovare in una situazione in cui valutiamo opportuno diffidare di qualcuno in via precauzionale, ad esempio per metterci al riparo da forti delusioni stiamo attivando una comunicazione distruttiva verso l’altro e una psico-trappola. La diffidenza, genera diffidenza. Quando si dice “fidarsi è bene, non fidarsi è CERTO” si utilizza un detto popolare, che però non corrisponde alla saggezza. Quindi essere diffidenti ed ingenui provoca lo stesso effetto a livello cognitivo; tuttavia la diffidenza sembra accetta anche a livello popolare, ha un certo grado di ragionevolezza. L’eccessiva fiducia, è considerata una modalità sciocca e deleteria. Chi ha ragione? Nessuno, ovviamente. Non si tratta di ragione ma di una semplice strategia relazionale. Infatti, la soluzione quando vogliamo difenderci preventivamente con la diffidenza verso qualcuno è essere aperti al contatto e usare una sorta di fiducia “per gradi”. Si è disponibili, ma vigili. Anche perché le affinità tra le persone non sono meccanismi ragionati, ma sensazioni che di rado appartengono alla ragione in senso stretto. Ci fidiamo di chi ci piace. Questo è quello che accade. Fidiamoci…ma moderando la nostra fiducia modellandola sull’accoglienza. 

  • Socializzare…tutto

Qui Nardone intende smontare il potere taumaturgico e dialogico del raccontare le proprie difficoltà a qualcuno, sempre. Vi sono però delle condizioni in cui parlare delle proprie emozioni può divenire una sorta di patologia. Molte volte, se imbrocchiamo l’interlocutore sbagliato, possiamo entrare in un circolo vizioso e patologico di conferma delle nostre convinzioni negative su noi stessi. La psico-soluzione qui è semplice: distinguere bene con chi vale la pene di parlare e con chi, invece, vale la pena di…tacere. 

Le psico-trappole combinate 

Quello a cui vuole arrivare Nardone esponendo questi sistemi di pensiero ed azione è come, spesso, generino una patologia attraverso la loro combinazione e reiterazione nel tempo. Negli anni di pratica clinica, ha trovato delle modalità per ovviare a questi problemi, con dei protocolli strategici in tempi brevi. Perché da una parte siamo tutti esposti alle psico-trappole, dall’altra sono in pochi a reiterarle a tal punto da creare patologia.  

Le Psicotrappole del Fobico, ad esempio, sono interessanti perché mettono in atto ridondanze del comportamento sull’evitamento, la richiesta di rassicurazione ed aiuto e il controllo che fa perdere il controllo, in maniera quasi automatica. In qualche modo, la mente costruisce “in anticipo” una sequenza di ciò di cui avrà paura, in un futuro non molto lontano. La soluzione è stata vista essere l’interruzione del circolo vizioso di tutti i tentativi fallimentari messi in atto negli anni per gestire la paura. La peggiore fantasia, è utile, perché consente il fobico di guardare in faccia la paura e trasformarla…in coraggio. 

Le Psico-trappole dell’Ossessivo, sono invece una reiterazione del pianificare tutto cercando di anticipare gli eventi futuri, controllo e gestione. Sappiamo da prima come “l’eccesso di controllo, conduce a perdita di controllo” quindi generare tensione è tipico dell’ossessivo. Il sorriso che si trasforma in smorfia sarcastica, espressione fredda e distaccata. La soluzione immediata è stata vista come una ristrutturazione, clinica ovviamente, del modello di ragionamento dell’individuo attraverso sperimentazioni come lasciare guidare qualcun altro, fidarsi che le cose verranno fatte ugualmente anche senza il suo intervento, magari in maniera graduale per limare, per così dire, la resistenza che spesso oppongo al cambiamento. 

Le Psico-trappole del Compulsivo sono simil, come costruzione cognitiva, a quelle del fobico. Richiama sempre evitamento e richiesta di rassicurazione ed aiuto. Il compulsivo è una persona che sulla base di una fobia o di una sensazione incontrollabile di piacere si sente “costretta” a mettere in atto dei rituali che per lui sono sacri. Lavarsi le mani, ripetere formule magiche, collezionare, masturbarsi a certi orari del giorno, essere maniacale con le sue cose. Il disturbo compulsivo è bizzarro per definizione soprattutto per i tipi di ragionamenti connessi, che spesso sono irreali. E’ come se applicassero la psico-trappola “lo sento quindi…è!” con una certa disciplina. La soluzione è cercare di bloccare i rituali e le ossessioni, di modo che collassino su se stesse. 

Le Psico-trappole del Paranoico si basano sulla fobia che prima o poi è sicuro che capiterà qualcosa di negativo che lo perseguiterà inesorabilmente. Rispetto al fobico (che teme quello che può accadere), all’ossessivo (che cerca il controllo) e al compulsivo (che lo gestisce attraverso i rituali), in questo caso vi è una certezza in un vicino futuro. In questo caso, il problema non è tanto sull’evento funesto, ma sulla sua convinzione che conduce a risposte di difesa preventiva. O di diffidenza, se vogliamo usare un termine già visto in precedenza. Pertanto, secondo Nardone, può essere efficace creare delle situazioni concrete che smentiscano questa evidenza e smontare l’atteggiamento difensivo. 

Le Psico-trappole del Patofobico/ipocondriaco riguardano tutti gli individui che hanno paura di contrarre una grave malattia. Essa riassume un pò tutte le psico-trappole viste fino ad ora, con una maggiore evidenza del controllo che fa perdere il controllo.  

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