“Ovunque tu vada, ci sei già”. La meditazione secondo il pensiero di Jon Kabat-Zinn

Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili. 

Questa è la miglior stagione della tua vita.

Wu-Men

 

Perché ho scelto il pensiero di Jon Kabat-Zinn

Un giorno mi sono svegliato ho bevuto un bicchiere d’acqua, mi sono seduto e mi sono messo a meditare. Sapete, avevo comprato come fanno in molti un tappetino e uno Zafu (cuscino semicircolare per meditazione Zazen) in tinta. E da lì, sono passati ormai cinque anni dai miei primi esperimenti di pratica meditativa.

Da allora, mi sono documentato molto in proposito a questa questione e tra gli innumerevoli materiali che ho consultato, solo alcuni hanno destato la mia attenzione.

Uno di questi è senza dubbio il libro Dovunque tu vada, ci sei già – in cammino verso la consapevolezza” di Jon Kabat Zinn, medico statunitense esperto di tecniche meditative, e fondatore di una importante clinica per la riduzione dello stress in Massachussetts, nonché professore di Medicina preventiva e comportamentale. 

Un uomo di tutto rispetto, competente, anche “scientifico” nell’approccio, ma soprattutto chiaro nelle sue esposizioni. Kabat-Zinn è conosciuto perché è di fatto il fondatore del metodo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), e tiene corsi e gruppi di studio in tutto il mondo, oltre ad essere amico personale del Dalai-Lama.

Insomma, un curriculum di tutto rispetto, da cui attingere ispirazione ed insegnamento in merito a questa pratica. 

Nel libro, che qui tenterò di “sintetizzare” per quanto mi sia possibile, Zinn spiega come la meditazione sia un’attività umana non straordinaria, alla portata di tutti, perché è presente in ciascuno di noi. 

Ogni uomo può prendere da questa pratica quello che gli serve: tuttavia, non dovrebbe allontanarsi dal suo senso generale, che è ciò che proveremo ad illustrare di seguito. 

 

La meditazione è: “tutto qui” 

La meditazione è l’unica attività umana intenzionale e sistematica che essenzialmente NON è finalizzata a tentare un miglioramento o ad ottenere un risultato, anche se questo non significa che non abbia uno scopo” ( p.22) 
 

Lo scopo è rendere consapevole la persona della situazione esistente.

Tutto qui? 

Si, tutto qui. 

Ad un orientale basterebbe.

Ma noi siamo occidentali, e come tali dobbiamo metterci almeno un obiettivo…altrimenti che occidentali saremmo? 

Chi approccia alla meditazione in Occidente lo fa sempre per un motivo: individui che meditano per rilassarsi, per alleviare lo stress, per attenuare il dolore, togliere vecchie e cattive abitudini, sentirsi più liberi o, addirittura, raggiungere l’Illuminazione. 

Tutto corretto, va bene uguale, tuttavia secondo l’autore pensare a questa pratica in questi termini rischia di essere limitante. 

La pratica meditativa ha una prospettiva del tutto diversa: ogni stato, ogni momento, costituiscono un’esperienza particolare, che è a sé stante. E le mete, nella meditazione, si raggiungono solo rinunciando al tentativo di raggiungerle. 

La meditazione ci insegna quella consapevolezza totale del Momento Presente che mette a tacere tutti i nostri pensieri per vivere l’istante, così come ci si presenta, senza definirlo con i nostri schemi mentali, interpretazioni e vissuti. 

Si tratta di una pratica che attiva un particolare modo di Essere a cui non siamo più abituati che, a sua volta, deriva dall’attivazione naturale di alcune parti della nostra complessa struttura neurologica (come ad esempio l’epifisi) che secernendo un particolare tipo di ormoni, ci procurano benessere e pienezza. 

La cosa possiede sia un risvolto fisiologico sia, e forse il più importante, una dimensione trans-personale (cioè spirituale) di piena consapevolezza del Sé. 

In ogni caso…è tutto qui. 

La meditazione va oltre il cuscino, le gambe incrociate, gli incensi e la musica ad effetto. Si può meditare anche camminando, in piedi su una gamba, correndo, facendo sport o mentre si fa un bagno….ha a che fare con noi stessi e con la nostra completezza, non con il cuscino Zafu o con il tappetino.  

  

Coordinare il respiro con la mente: ovvero, fare pratica! 

La meditazione è comunque un pratica che parte dal respiro. Perché? Perché il respiro ci aiuta a catturare i singoli momenti, assegna un ritmo e ci consente di concentrarci su una sensazione che è la più naturale – ed automatica – che abbiamo. 

Respirare. 

Il respiro ha anche un’altra funzione importante, che è quella di abbandonare (almeno temporaneamente) la nostra tendenza (occidentale) alla prestazione.

La pratica meditativa che inizia, si evolve, e ha il suo cardine nel respiro non concepisce il concetto di Prestazione, ma di consapevolezza che a sua volta fa propri i concetti di “armonizzazione”, “non azione”, “tranquillità”. 

Tuttavia, meditare non significa estraniarsi dal mondo ma allenarsi, e qui arrivo al punto, a vedere gli eventi della vita in maniera più chiara, liberandoci dalle nostre posizioni costruite rispetto ad essi. Il che significa anche prendere coscienza che non possiamo controllare tutto: su molte cose che ci accadono nella vita abbiamo scarso controllo, a volte – forse – l’illusione del controllo: accettare, invece, che la realtà è unica e che come uomini e donne dobbiamo imparare a collaborare con essa, è l’insegnamento di qualsiasi pratica meditativa. 

Solo che per prenderne coscienza, dobbiamo ricavarci degli spazi affinché ciò diventi chiaro. 

La respirazione ci aiuta in questo, perché è l’elemento più semplice della nostra fisiologia che ci assicura che siamo vivi. Ad essa possiamo dare un ritmo, modularla nella sua intensità e viverla pienamente nel momento presente, come un dato di fatto.  

Per questo motivo, una qualsiasi pratica meditativa è la coordinazione naturale del respiro con la nostra mente. 

 

Chiunque può meditare?

A questa domanda, ovviamente, si risponde con un SI.  

Con le parole di Kabat-Zinn: 

Pensare di essere incapaci di meditare è un pò come ritenere di non saper respirare, concentrarsi o rilassarsi (pg.37) 

La questione è che si crede, spesso, il contrario, soprattutto quando non si raggiungono risultati evidenti, visibili o addirittura stati alterati di coscienza in cui “stiamo bene”. 

Nulla di più falso. 

Meditare non vuol dire abbracciare sensazioni speciali o sovraumane, ma raggiungere semplicemente la percezione di ciò che si prova.

Se sono teso, e medito, posso sicuramente mitigare la tensione con il respiro, tuttavia devo rendermi conto che lo stato da cui parto è la tensione. Questo è il punto. Meditare, significa prima di tutto accettare che, in quel preciso momento, non sono altrove, ma sono proprio lì, con, in questo caso, tutta la mia tensione. 

Guardate che è importante capire questo, per non creare aspettative troppo sconnesse dalla realtà della pratica. 

Perciò, quello che fa la differenza non è il risultato, ma l’intenzionalità. Ovvero, disciplinarsi per stare nella meditazione in quel preciso momento, dedicandovi il tempo necessario. 

Insomma: chiunque può meditare, a patto che decida di farlo dedicandovi il tempo necessario e abbandonando l’aspettativa di diventare un monaco Zen in soli 20 minuti di pratica al giorno. 

La meditazione, come stile di vita, o solo come parte importante per la nostra crescita personale, è una pratica aperta a chiunque, a qualunque età e da qualunque situazione si parta. 

Purché, si pratichi. 

 

La filosofia del non-agire

Un sinonimo di meditazione è sicuramente, non-intervenire. Tuttavia, questo non significa non-fare-nulla. Si tratta di una attività in assenza si sforzo o l’arte di coltivare l’immobilità. 

E Dio solo sa di quanta immobilità abbiamo bisogno al giorno d’oggi. Ci dicono tutti i giorni, e tutto il giorno, che avrai un posto nel mondo solo se produci, ti muovi, fai le cose, ti impegni, competi con gli altri. 

La meditazione, ci insegna esattamente il contrario interrompendo, se pur per breve tempo, qualsiasi attività visibile. 

D’altronde chi può dire che passare una mattinata a riflettere sull’uscio di casa sia meno arricchente che un incontro di lavoro? 

Nessuno, solo noi, evidentemente. 

La non-azione, molte volte è la pietra miliare di qualsiasi campo di attività. Sembra un paradosso. Basti pensare a quante volte, presi dall’enfasi dell’azione, abbiamo commesso errori che poi ci si sono rivolti contro. 

Tuttavia, bisogna intendersi bene con questa storia: non-agire non significa essere indolenti o passivi: significa, ancora una volta, prendere coscienza che le cose seguono un loro corso, che si svolgono a loro modo, che ne abbiamo il controllo o che non ce l’abbiamo. Molte volte, infatti ci capita di assistere a dei veri e propri miracoli, quando agiamo senza agire, quando improvvisiamo, quando riusciamo a fonderci con il Momento Presente. 

Applicarsi alla meditazione nella filosofia del non-agire significa – per un Occidentale – fare uno sforzo tremendo, tanto è abituato a fare di continuo per perfezionare una capacità o perseguire una sorta di perfezione, che in ogni caso non raggiungerà mai perché non è di questo mondo, e men che meno dell’Essere Umano. 

Bisogna imparare ad essere coscienti che tutto ciò che c’è, è già perfetto così com’è. 

E lo capiamo solo allenandoci a non-agire attraverso la pratica.

 

Cosa sviluppa la meditazione

Abbiamo visto come la meditazione sia prima di tutto  un allenamento, di consapevolezza per accettare la realtà per quello che effettivamente essa è. In questo senso, come tutte le pratiche olistiche, il suo scopo è lo sviluppo umano. Nella cultura indiana antica, per intenderci quella che potremmo far risalire a Shakamuni Buddha, il termine più usato per meditazione è Bhavana, ossia “sviluppo tramite l’esercizio mentale”. E il perfezionamento della pratica avviene attraverso un’unica via: l’esercizio della stessa. Come si allena il corpo perché sia più atletico, o la masticazione per rinforzare la mandibola, meditare serve a sviluppare parti di noi stessi per favorire un sistema di vita (quello meditativo) che ci avvicina sempre di più alla nostra essenza. 

Kabat-Zinn, essendo un medico ed un “tipo” pratico, appunto, ha elencato almeno 10 atteggiamenti i che la meditazione tende a migliorare.

La nostra interiorità 

Nella pratica “formale”, come ama definirla l’autore, noi ci rivolgiamo sempre verso l’interno di noi stessi. Cosa significa? Che per periodi prolungati ci alleniamo a prendere coscienza della inutilità di guardare sempre fuori di noi (agli amici, ai colleghi di lavoro, ai famigliari, alle cose che ci fanno stare male, alle guerre, alle catastrofi, etc.).  La nostra comprensione, la nostra soddisfazione e addirittura la nostra felicità, non potranno mai essere più profonde della nostra capacità di conoscere noi stessi. Quando riusciamo, per tempi sempre più prolungati, a concentrarci su di noi (respiro, sensazioni, corpo) tenendo distanti gli stimoli mondani e senza sentirne, progressivamente, la necessità, accade il miracolo della completezza.
 

La pazienza

Consapevolezza e pazienza fanno parte della medesima pratica. Difficile coltivare l’una senza l’altra. Ma coltivare la pazienza attraverso la meditazione non significa che dopodomani abbiamo l’occasione di diventare monaci, ma che comincia a prendere coscienza che ciascuna situazione si verifica sempre come conseguenza delle altre. Nulla è separato o un caso isolato e non esiste alcuna causa primaria e assoluta. Se siete al telefono con un cliente che sfoga la sua ira su di voi, quanto pensate di centrare veramente per essere il bersaglio della sua frustrazione? Quello che basta, mi verrebbe da dire. Potrebbe essersi svegliato male, aver ricevuto una brutta notizia pochi minuti prima di chiamare voi, avere mal di testa, essere spazientito per vari motivi che non attengono, totalmente, a voi. Voi siete solo l’ultimo anello della sequenza di cose che lo hanno portato a prendersela con voi. E la soluzione non è la ricerca di colpe “a ritroso”, sarebbe infinito e di certo non allenerebbe la pazienza. 
Ecco, questa è la pazienza allenata dalla meditazione. Una consapevolezza globale delle cose, non del loro risultato finale: portare pazienza, e conseguenza provare “giusta compassione” di fronte alle varie forme di sofferenza umana (come nell’esempio, l’ira) è un passo di sviluppo, di certo non un arretramento. 
 

Il lasciar correre

Lasciar correre è un termine più popolare di non attaccamento, ma ha il medesimo significato. La pratica meditativa ci aiuta a non aggrapparsi alle cose che ci accadono o alle cose che pensiamo, siano esse idee, oggetti, avvenimenti, punti di vista o desideri. In qualche modo si lega al concetto sopra esposto di flusso sequenziale degli eventi, cioè che ogni cosa è sempre il risultato di una precedente, portando pazienza. 

Vedete come tutti questi aspetti, inevitabilmente, si legano. 

Altro sinonimo di lasciar correre è “rinunciare”, cioè lasciare la cose come stanno, rilasciare le resistenze che si sviluppano per poterle controllare (o avere l’illusione di controllarle). 

La meditazione è eccezionale in questo caso perché in quello stato, DOBBIAMO lasciar correre, non c’è altro modo per praticarla.

E’ una pratica che si svolge in uno stato di immobilità il cui scopo è non-agire. 

Astenersi dal giudicare

Non emettere giudizi, lo sappiamo, è molto difficile. Non perché siamo brutte persone, ma perché fa parte della nostra natura umana che per omeostasi mentale, tende a semplificare le informazioni e gli stimoli che ci arrivano, filtrandoli attraverso quello che fino a quel momento, conosciamo. 

Assenza di giudizio significa non preoccuparsi di valutare in buono o cattivo quello che ci accade. Nella meditazione questo accade più velocemente perché non agendo, quindi non facendo in pratica nulla, se non respirare, non stiamo attivando nessuna forma di performance che ci spinga a dire se lo stiamo facendo bene o male. 

Quindi, se la meditazione è il contatto diretto con l’esperienza stessa, teoricamente il giudizio sia dovrebbe sospendere naturalmente. Salvo emettere giudizi sui nostri stessi pensieri mentre meditiamo. 

La fiducia

La fiducia è la sensazione di certezza o convinzione che le cose possono svolgersi in un contesto affidabile di ordine e integrità, anche se non capiamo fino in fondo cosa stia veramente accadendo a noi e alle persone che ci sono accanto. La fiducia è una forte elemento stabilizzante, un pò come la fede. Anzi, avere fede, credo possa essere un suo sinonimo. E’ come se sviluppassimo attraverso la pratica una sensazione interiore che, dati tutti gli elementi visti fino a qui, qualcosa ci guiderà e ci proteggerà comunque dalla nostra autodistruzione. Un aspetto fondamentale quindi è coltivare un atteggiamento fiducioso sull’esistente, partendo dalle nostre sicurezze interiori, su chi siamo davvero: risposte che per ovvie ragioni non possiamo cercare fuori da noi, cioè nei ruoli sociali che occupiamo ogni giorno per un riconoscimento. 

La generosità 

Nella pratica meditativa la generosità va rivolta prima verso Sé stessi, e dopo verso gli altri. Se ci dedichiamo del tempo per concederci un pochino di auto-osservazione e di indagine, attraverso pochi minuti al giorno di meditazione, così come brevi periodi in cui non sia necessaria la nostra progettualità, imparando ad accettarci per quello che siamo, allora la pratica avrà fatto effetto su di noi e potremmo portarla “all’esterno”. 

Essere forti (pur essendo deboli)

Significa rendersi conto che a costruire voi stessi tramite la pratica, solo voi avrete dei benefici e non servirà farne vanto con gli altri, come se fosse un’auto promozione. Sarete forti, pur essendo deboli: non otterrete alcuni risultato che potrà essere valutato (giudicato) con un “bene” o un “male” da terzi, poiché la presa di coscienza non è un obiettivo, ma una aspirazione interiore. Tornerete ad essere deboli, nel senso che vi riuscirà molto bene far riemergere sentimenti ed emotività sopite, un pianto liberatorio e non dovrete per forza sentenziare su tutto o apparire invincibili. 

La semplicità 

Altro atteggiamento importante del fare della vostra vita un affare meditativo è il ricorso alla semplicità, che verrà ad sé. Significa che vi abituerete di nuovo a fare una cosa per volta, non mille insieme (abolito il multitasking!) per coglierne l’essenza e assicurarsi di esserne partecipi. Quando mangerete, mangerete. Quando vi laverete, vi laverete. Quando vi vestirete, vi vestirete. Quando parlerete con qualcuno, sarete con lui in quel momento lì, non con lui fisicamente e con la testa in altri mille luoghi fatati diversi. 

Ne guadagnerete con la semplicità, nel rallentare i nostri ritmi frenetici. La nostra necessità (indotta da strumenti) di rispondere subito ad una notifica, ad una telefonata, a comprare impulsivamente cose nuove senza riflettere se servano oppure no, così come reagire automaticamente a tutti gli stimoli che ci arrivano dall’esterno. 

La semplicità è una concetto che mi sta molto a cuore perché significa allenarsi a dire NO, per dire SI. Si ad una ecologia della mente, del corpo e del mondo in cui tutto è interdipendente, ma non per questo possiamo dire di si a tutto. 

La concentrazione

Con la meditazione sarete più concentrati. Concentrarsi vuol dire, ritornando al concetto di semplicità, fissare l’attenzione della nostra mente su un’unica cosa. In sanscrito si chiama samadhi ed è una facoltà che si acquisisce con anni di pratica e che parte dal respiro. Ritornare continuamente al respiro significa, di fatto, fare pratica di concentrazione. 

La visione 

La visione di cui parla Kabat-Zinn è centrata sulla serietà della pratica meditativa. Egli afferma come non basti farsi forti della saggezza orientale imparata con questa pratica, per poi rimandarla al primo accenno di stanchezza o demotivazione personale. E’ la pratica stessa che andrà a definire cosa per voi sarà importante e che posto dargli nella quotidianità. Questo non significa rinunciare a quello che si è o a quello che si prova in un dato momento: se la consapevolezza è importante per voi, ogni momento serve a metterla in pratica. Ecco questa è la visione.

 

La meditazione è un percorso 

Tiriamo un pò le fila delle idee generali sulla meditazione secondo Kabat-Zinn con la presa di coscienza che la meditazione, come pratica di sviluppo umano è un processo e quindi un percorso. Nel buddismo la meditazione è intesa come un cammino, ben raffigurato dalla ruota del Dharma. Nel taoismo, è il costante nesso tra lo ying e lo yang, come regola universale dello stato delle cose, che evolvono in positivo e in negativo, sempre e comunque, dalla notte dei tempi. La meditazione è una modalità, secondo l’autore, non è un tecnicismo. Un modo di Essere, e anche un modo di Vivere, così come un modo di Ascoltare. E’ una forma di abbandono alla relatività della Vita, senza subirla in maniera passiva ma rendendosi conto passo dopo passo, lungo un percorso, che essa è perfetta nella sua imperfezione e che noi ne siamo parte, soprattutto se non agiamo, se la osserviamo e ci osserviamo dall’interno. 

Diventare consapevoli attraverso la pratica della meditazione significa: 

onorare e prestare attenzione alla nostra energia […] anziché gettarsi a capofitto in qualsiasi situazione con una mentalità dolorosamente dissociata da gran parte del nostro essere, pilotata da meschine ambizioni e dalle lusinghe di vantaggi personali”(pg. 79) 

Significa non sapere dove si sta andando, ma stare bene lo stesso, perché ci si starà godendo il percorso per arrivarci.


Questo è il grande insegnamento dell’autore. 

Fonte:  

“Dovunque tu vada, ci sei già. In cammino verso la consapevolezza”

di Jon Kabat-Zinn

ed. Corbaccio, 2011

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