Cos’è l’intelligenza? La teoria di Howard Gardner sulla pluralità dell’intelletto umano (2 parte – Le intelligenze)

La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare.


Albert Einstein

 

I. L’intelligenza linguistica

L’intelligenza linguistica è senza dubbio la tipologia di intelletto più diffusa nel genere umano: tutti possiedono un minimo di intelligenza linguistica, perché il linguaggio è universalmente accettato come parametro universale di evoluzione. 
 
Ma quand’è che diventa una intelligenza particolarmente sviluppata? 
 
Quando siamo in presenza di individui a cui riesce facile l’utilizzo del linguaggio, dalla padronanza delle sintassi (regole che governano l’ordinamento delle parole e le loro inflessioni), nell’imitazione, nella scrittura, nel seguire regole grammaticali (come nell’eluderle), nell’eloquio, nella retorica e hanno, più in generale, un’acuta sensibilità per la fonologia (suoni delle parole). E’ l’intelligenza tipica di scrittori, poeti, politici (con l’uso del linguaggio persuasivo), comunicatori in generale. 
 
L’autore, riporta quello che disse T.S. Eliot in merito all’utilizzo delle parole nella poesia: 
 
[…]la logica del poeta è non meno severa, anche se diversamente orientata, di quella di uno scienziato. […] è incentrata attorno a una sensibilità per le sfumature di significato, e per ciò che esse implicano (o precludono) per parole vicine. (pg. 123) 

Quindi, la competenza linguistica è quella competenza intellettuale che mette insieme conoscenza della fonologia, uso della sintassie della semantica e una certa dose di pragmatica. Il grado di abilità nel gestire questi suoi quattro aspetti fondamentali, così come di uscire dagli schemi, su determinati scopi è il livello di intelligenza linguistica di un essere umano. 

Riguardo allo sviluppo, o meno, di particolari abilità linguistiche le teorie in merito hanno spaziato dalla convinzione per la quale i “bambini nascono con una conoscenza innata della lingua” (N. Chomsky) che poi viene decodificata con l’educazione, ma non hanno particolare bisogno di sostegno da parte dell’ambiente di appartenenza, all’esatto contrario. Un caso eclatante della prima spiegazione fu il filosofo e scrittore Jean-Paul Sartre, il quale si dimostrò con l’uso del linguaggio un prodigio fin da piccolo, fino alla devianza: ne sono la prova innumerevoli taccuini che scriveva per poi dimenticarseli sul pavimento, incapace di smettere di scrivere (che viene considerato un disturbo grave al pari di non sapersi esprimere). 

L’altra cosa interessante da riportare qui è l’evidenza che, in caso di asportazione del lobo sinistro del cervello (emisferectomia), cioè quello adibito al linguaggio, questa capacità troverebbe comunque possibilità di sviluppo nel lobo destro: il linguaggio, cioè, è così importante per lo sviluppo della persona umana, da adattarsi anche neurologicamente dove trova spazio per farlo anche fisiologicamente. 

Gli studi antropologici di Claude Lévy-Strauss hanno messo in luce come questa cognizione debba essere acquisita all’interno di un breve periodo di tempo (fase evolutiva) attraverso i suoi caratteri pragmatici; ovverosia le espressioni emotive e gestuali che condividiamo con altri individui della nostra specie. Tale pragmatismo è presente nell’uomo moderno, così come lo è stato per l’uomo di Neandertal, nell’Australopiteco e i tutti i nostri antenati che utilizzassero emissioni di suoi e gestualità per comunicare tra loro. 

In conclusione, il linguaggio e la sua relativa intelligenza è una forma di cognizione di natura uditivo-vocale, in cui tutti dobbiamo essere abili per poter sopravvivere al nostro stesso mondo e che esiste da sempre e che tutti utilizziamo, ma che solo alcuni padroneggiano in maniera eccellente e con un’abilità fuori dal normale. Il motivo per cui sia così, neppure l’autore lo ha scoperto fino in fondo: potrebbe essere attinente allo sviluppo neurobiologico, oppure un carattere essenzialmente pragmatico, ovvero legato al nostro vivere sociale. 

Non lo sappiamo per certo. 

 

II. L’intelligenza musicale

Pare ragionevole considerare questa abilità come la manifestazione di una considerevole propensione genetica a udire con precisione, a ricordare, padroneggiare (e infine produrre) sequenze musicali. (pg. 47)

Altrimenti non si spiegherebbero casi in cui questa attività dell’intelletto sia enormemente presente in alcuni individui, fin dalla tenera età, e quasi se non totalmente assente in altri. 

Pertanto potremmo dire – senza essere perentori – che l’intelligenza musicale nasce in forma autonoma, quasi come quella linguistica, e si sviluppa nell’individui sia che ci siano le condizioni sociali (come lo è stato nel caso di Mozart, la cui intera famiglia viveva di musica) sia che non vi siano minimamente (come nel caso di Arthur Rubinstein). La precocità musicale quindi non è condizionata. 

L’intelligenza musicale concerne, in altri termini, una sorta di lavoro di composizione costante tra toni, ritmi e senso complessivo della forma e del movimento: per alcuni prodigi, la cosa diventa naturale come dormire o mangiare. 

Quindi è una questione di come è fatta la mente del musicista, più che di aspetti comuni. Secondo Harold Shapero (compositore america del Novecento): 

La mente musicale si occupa in prevalenza dei meccanismi della memoria tonale. Essa non può cominciare a funzionare in un modo creativo prima di avere assorbito una varietà di esperienze tonali. (pg.158) 

E ci aveva preso, perché anche Stravinskij affermava che comporre è fare delle cose con degli elementi, non è pensare. E’ un atto della volontà e…di piacere, anche emotivo. Per quanto nei secoli si sia associata l’intelligenza musicale a quella matematica (“la musica è matematica”), e per quanto questo in determinati campi si sia rivelato vero, poco spiega il motivo per cui chiunque interpreti un brano musicale senza menzionare implicazioni emotive, cioè all’effetto che ci fa nell’ascoltare. E’ come se la musica desse forma ai sentimenti e un compositore fosse un grande matematico particolarmente attento a cosa quella sequenza di toni, ritmi, note ed intensità, simboleggi. 

Per capire questi difficili passaggi attorno alla manifestazione dell’intelletto musicale, sono stati fatti numerosi esperimenti sui bambini in età prescolare e scolare. 

Si scopre una cosa interessante: che i bambini, prima di iniziare a parlare (cioè a creare frasi che abbiano un senso compiuto), cantano. Sono cioè in grado di emettere suoni, vocalizzazioni ed imitare le voci. Dai due mesi in poi, crescendo, sviluppano queste abilità fino a differenziarsi, di solito attorno ai 2 e 3 anni, in coloro che sono in grado di confrontarsi con interi segmenti di canzoni, ed in altri che sono più approssimativi e grossolani nell’identificare solo i giusti toni. 

Jeanne Bamberger, musicista e psicologa dello sviluppo del MIT, nelle sue ricerche insiste parecchio sul fatto che il pensiero musicale ha regole sue proprie che non possono essere assimilate direttamente alla linguistica o al pensiero logico-matematico perché il bambino, elabora due modalità contrastanti per la musica: o va per intuizione (immediato-globale) su ciò che ode, oppure concettualizza la sua esperienza musicale sulla base di principi (analisi formale). Il prodigio musicale, secondo la sua visione, è un corretto mix tra l’intuizione (che esprime il talento) e un periodo di costruzione, che inizia attorno ai  9 anni, in cui formalizza le conoscenze con le regole e le tradizioni musicali. Le ricerche hanno dimostrato che in adolescenza, se non si sono seguiti questi processi, vi è un alto tasso di abbandono del talento, con conseguente perdita della vocazione. 

Anche questo lo ritengo molto interessante: l’intelligenza musicale, apparirebbe come un talento innato che rimane tale SOLO se  alimentato nella maniera corretta; in caso contrario, tenderebbe a scemare nel soggetto, finanche a scomparire. Non è detto quindi che possedere una dote naturale in questo ambito, porti per forza a grandi risultati, fatti salvo alcuni casi un pò borderline identificati dall’autore, in cui i grandi musicisti sono anche delle persone con forti problemi di personalità: sentono il bisogno di creare e sezionare (decomporre), di interpretare, una realtà musicale che non gli vada particolarmente a genio. 

La questione è complessa, anche perché rispetto all’abilità linguistica, il linguaggio musicale ha una gamma vastissima di manifestazioni come il canto, il suono di uno strumento, le mani, i fiati, la lettura di una notazione, i dischi e le danze che tutto questo aprirebbe una disquisizione pressoché infinita attorno agli apprendimenti della musica. L’unica certezza, rimane quella iniziale, ovvero che questa forma di intelligenza deve nascere per forza in forma autonoma per poi svilupparsi oppure no.

 

III. L’intelligenza logico-matematica

La competenza logico-matematica non si origina nella sfera uditivo-vocale, come lo sono le precedenti forme di intelletto: essa si origina nel confronto con il mondo degli oggetti. 
 

[…]è nel confrontare oggetti, nell’ordinarli e riordinarli e nello stimarne la quantità, che il bambino piccolo consegue la sua conoscenza iniziale e più fondamentale dell’ambito logico-matematico. (pg. 193)

Questa capacità riporta al regno dell’astrazione pura in merito ai fatti del mondo. Dall’oggetto alla proposizione, dall’azione ai rapporti fra azioni, dal regno sensorio-motorio al regno dell’astrazione fino alla logica stessa e, infine, alla sua applicazione che è la scoperta scientifica. 

E’ lo stesso Piaget a ritenere che se un bambino, nella sua sequenza di sviluppo, si rende conto della persistenza degli oggetti, può pensarli e riferirsi a loro, anche in assenza degli stessi. All’età di 6 o 7 anni, il fanciullo raggiunge il livello di futuro matematico: posto di fronte a due insiemi, il bambino riesce a contare il numero di entità presenti in ogni insieme, fare comparazione dei totali e differenziarli in minore e maggiore. 

Perché ha capito cosa sia la quantità di uno o più oggetti, che è la base di questo tipo di intelligenza: manipolare in modo implicito l’oggettività, interiorizzarla e far scaturire delle leggi che ne spieghino la realtà. Questa manipolazione è presente nell’intelligenza matematica, sia che si tratti di oggetti, sia che si tratti di simboli, operazioni e processi formali: ciò conduce alle ipotesi scientifiche. 

Le ipotesi scientifiche altro non sono che la formalità delle intuizioni matematiche di un individuo particolarmente dotato in questo campo. La questione di fondo è che i dotati di questa intelligenza, non seguono uno sviluppo così lineare come credeva lo stesso Piaget. I bambini, infatti, sviluppano prima di tutto una intelligenza ad effettuare operazioni ma il pensiero formale generale, quello che “riordina” per capirci, si manifesta solo al culmine della facoltà intellettuali della persona. 

E la questione delle facoltà intellettuali di chi è particolarmente portato in questi ambiti, rappresenterà sempre un campione ristretto di individui: ciò che produce un pensiero matematico, in altri termini, non è accessibili come ciò che produce un pensiero linguistico o musicale. Questo è un campo in cui l’estremo è ben visibile, e l’importanza di ricche doti iniziali – scoperte in tenera età – sono fondamentali. Poincaré affermava come è molto rara la capacità di inventare nuova matematica che abbia senso, che sia significativa e – aggiungerei – è molto difficile che lo si faccia in età avanzata. 

Il motivo di questo è il funzionamento e quindi il deperimento del nostro cervello; la sua capacità di astrarre, di fare connessioni: dal numero, presente in tutte le culture umane anche prima del linguaggio, all’algebra che definisce un sistema di numeri, fino alle variabili che definiscono le funzioni matematiche. Già di principio, come possiamo ben comprendere, non è facile trovare individui che speculino su queste lunghissime catene di ragionamento, a livelli analisi sempre più profondi ed astratti. 

Non vorrei demotivare nessuno, ma se ritenevate di diventare degli affermati matematici intorno ai 40 anni, avete certamente sbagliato campo.  E forse, a dirla proprio tutta, non è neanche una totale sfortuna visto che,  facili stereotipi a parte, chi si dedica a questo tipo di cose normalmente concentra per lunghe ore tutte le sue energie su problemi apparentemente insolubili. Quindi, non è raro associare questo grande impegno con forme gravi di stress o di crisi psicologica ed esaurimento nervoso. 

Un’altra faccenda, rappresenta l’applicazione di questa intelligenza. Come dice l’autore: 

Pare evidente che il talento matematico richieda la capacità di scoprire un’idea promettente e poi di trarne le implicazioni (scientifiche, cioè applicabili) – pg. 213

Non una cosa da tutti, ma solo per pochi (molto giovani) dotati di metodi di lavoro in cui non vengano meno l’ispirazione, l’intuizione e l’astrazione. Una cosa riservata a geni dell’umanità come Albert Einstein, per citarne uno a caso, o Isaac Newton. Il loro merito come matematici prima, e come scienziati poi, è stato proprio quello di dedicarsi alla ricerca delle limitate regole e principi che riguardassero un unico segmento della realtà, concentrandovici le loro energie mentali. Ne sono seguite le Leggi fisiche che tutti noi ben conosciamo. 

Questa forma di intelligenza è quindi molto autonoma e si annuncia molto presto e senza particolari esperienze che ne determinino la precocità. Anche se su questo, lo stesso Gardner non ne è totalmente convinto; probabilmente perché rispetto all’organizzazione del cervello, scoperta per le precedenti intelligenze, non sappiamo molto a tutt’oggi sull’origine delle nostre abilità numeriche, se non da qualche studio antropologico. Possiamo solo dire che non si tratta di un sistema di pensiero così puro da considerarsi come una intelligenza speciale e singola, ma piuttosto come più generale ed astratta. 

 

IV. L’intelligenza visivo-spaziale

Sembrerebbe invece, come l’intelligenza visivo spaziale sia piuttosto concreta, e ora vedremo in che senso. Innanzitutto è bene considerare come, quando si parla di questo tipo di intelletto, in realtà di parli prima di tutto di una capacità immaginativa

Svolgono una funzione centrale nell’intelligenza spaziale le capacità di percepire il mondo visivo con precisione, di eseguire trasformazioni e modifiche delle proprie percezioni iniziali e di riuscire a ricreare aspetti della propria esperienza visiva, persino in assenza di stimoli fisici rilevanti. (pg. 254) 

Quindi è estremamente connessa al fatto di osservare qualcosa e di trarne un qualche schema. Tuttavia, è stato dimostrato, come non sia sempre connessa ad abilità visive ma anche ad altri sensi più sviluppati: come hanno dimostrato le ricerche su persone non vedenti. In quel caso sarebbe l’udito a determinare l’analisi degli spazi. 

Studiosi come L.L. Thurstone, tra i fondatori della psicometria, ammettono come la percezione dello spazio faccia parte di una serie di sette abilità fondamentali dell’intelletto umano. L’intelligenza spaziale si compone di tre capacità: 

  • riconoscere l’identità di un oggetto visto da angoli diversi;
  • l’abilità di immaginare un movimento uno spostamento;
  • il riflettere sulle relazioni tra lo spazio e se stessi. 

Si tratta di una intelligenza, che per sua natura è trasversale. E’ applicata da scienziati, come da artisti (scultori, pittori), da geometri, da architetti. Insomma, da tutti coloro che fanno dello spazio tridimensionale un lavoro e una scoperta continua. E’ l’intelligenza anche dei topografi, delle guide alpine, dei navigatori. 

E tutte queste applicazioni, come direbbe Rudolf Arnheim hanno a che fare con le operazioni del pensiero che ci aiutano a percepire il mondo che ci circonda. Infatti, secondo questo autore, se non evochiamo un’immagine di un qualche processo o concetto, non saremo in grado di pensare su di esso e, di conseguenza, di attivare una cognizione su di esso come questa forma di intelletto.  

Si parla di “altra intelligenza”, rispetto a quella linguistica, perché non si basa sulle parole ma sulle immagini che riusciamo a riprodurre. 

In merito al suo sviluppo, sembra che essa parta dalla comprensione sensoriale che sviluppa il bambino progressivamente dalla nascita (il neonato che si muove nello spazio) fino all’adolescenza dove l’Essere Umano riesce a sviluppare forme di comprensione spaziale più elevate, con l’apprendimento della geometria e di altre scienze che “sistematizzano” ciò che è stato elaborato naturalmente. 

Le osservazioni neurobiologiche hanno inoltre dimostrato come le lesioni di regioni parietali destre del cervello possano compromettere queste capacità, anche in maniera irreversibile se non altro perché limitano le capacità immaginative. Tuttavia ci sono state delle osservazioni che hanno confermato come menomati e idiot savants, sviluppino queste capacità per altre vie, come nel caso dell’autismo. 

E, infine, molto interessante apprendere che questo tipo di intelletto abbia nella pratica molti usi e come per certe attività sia essenziale. Abbiamo già accennato agli scultori, agli artisti in generale e ai cartografi. Ma che dire, ad esempio, degli scacchisti? Si pensa che essi abbiamo intelligenza logico-matematica, ma in realtà la loro vera forza (e parliamo di grandi maestri) è immaginare combinazioni spaziali anche molto complicate dei pezzi sulla scacchiera, per anticipare le mosse dell’avversario. Si tratta di una memoria visiva, altamente astratta: una memoria geometrica. 

In ultima analisi, la parte culturale. In vari posti del mondo essere intelligenti in senso spaziale, permette ad esempio agli eschimesi o ai navigatori Pawel dell’Oceano Pacifico di orientarsi: i primi riconoscendo i banchi di ghiaccio, i secondi guardando le stelle nel cielo. Al punto che tali competenze sono riservate solo ad alcuni eletti di questi popoli. 

Certo è che si tratta di una competenza discreta, trasversale ma che concentrata su una materia specifica (scacchi, pittura, scienza, navigazione,…) produce grandi risonanze.  

 

V. L’intelligenza corporea (cinestetica)

L’intelligenza corporea, altrimenti detti cinestetica (cioè che sta ad indicare una certa sensibilità propriocettiva e muscolare) completa un pò l’ideale trittico delle intelligenze che Gardner assegna al manipolare, disporre e trasformare gli oggetti del mondo. 
 

Tipica di tale intelligenza è la capacità di usare il proprio corpo in modi molto differenziati e abili, per fini espressivi oltre che concreti. (pg. 299)

E’ di questa intelligenza anche la manipolazione sapiente di oggetti, la loro lavorazione attraverso i movimenti delle dita, un’abilità che si è evoluta con l’Uomo nel corso dei millenni. Si tratta dell’intelletto che governa i movimenti del proprio corpo, che come al solito abbiamo tutti quanti, ma solo alcuni di noi vi eccellono. 

E’ l’intelligenza tipica di danzatori, attori, atleti ed inventori.

Comunque, ciò che è interessante approfondire in questa sede è l’integrazione di questa intelligenza con l’uso della mente. Anche se nella nostra cultura il mentale e il fisico sono separati per tradizione, questo tipo di intelligenza tende a rimetterli insieme come già sostengono molti psicologi. 
E’ chiaro come dipenda dall’uso che si fa del corpo, che appunto si differenzia per le forme diverse di questa abilità “muscolare”. Secondo il neuropsicologo americano Roger Sperry, è l’attività mentale il mezzo che definisce l’azione di una intelligenza corporea. 

Il nostro senso cinestetico, che controlla l’attività di queste regioni, ci consente di giudicare la coordinazione temporale, la forza e la misura dei nostri movimenti e di compiere i necessari adattamenti nella scia di questa informazione. (p. 305)

Qui si riferisce alle regioni del cervello che sono implicate nel trasmettere informazioni per svolgere una qualsiasi attività motoria, le quali devono fare un’operazione altamente complessa coordinando componenti neurali con quelli muscolari, mediante meccanismi di retroazione. La retroazione, definisce la percezione del corpo. 

E come ci siamo arrivati anche biologicamente a questo? Consideriamo che gli esseri umani hanno sulle spalle 3 o 4 milioni di anni di evoluzione, di adattamento all’ambiente attraverso l’uso sempre più complesso e raffinato di utensili. Dall’Homo Abilis in poi ci sono stati dei mutamenti nei comportamenti agiti (creazione di utensili, la caccia, le pitture, la scoperta del fuoco,…) che hanno progressivamente ingrandito il volume del nostro cervello, rendendolo sempre più raffinato. L’Uomo di Neandertal, apparso 100.000 anni fa, era un grande utilizzatore del corpo fisico, con corse e lotte frequenti, così come un essere socialmente evoluto, che sapeva utilizzare comportamenti simbolici nei confronti dei propri simili (i fiori sulle tombe, ad esempio). Fu l’Uomo di Cro-Magnon a mostrarci come gli usi del corpo in attività quotidiane (danze, rituali) avevano un elevato valore simbolico per le loro comunità: dandoci un senso, anche primitivo, acquisivano valore linguistico e funzione cognitiva. E questo valore lo percepiamo ancora adesso al punto che assegnando un valore simbolico ad un gesto o ad una azione corporea, lo legittimiamo oppure no. 

Io considero nondimeno probabile che, una volta che il funzionamento simbolico umano è diventato realtà, il sistema motorio ne risulta modificato per sempre: il fiorire della simbolizzazione crea un grande abisso fra l’intelligenza corporea qual è praticata dagli esseri umani e l’intelligenza corporea quale si manifesta negli animali. (pg. 321)
E’ da questo punto che si arriva alla manifestazione di quelle che l’autore chiama forme mature di espressione corporea, riassumibili in: la danza, la recitazione-imitazione, l’atletismo e l’invenzione
La più antica ed iconica, ovviamente, è la danza che possiede un alto valore simbolico ed estetico. 
La recitazione, cioè il lavoro che svolge l’attore, comincia già ad essere una intelligenza “ibrida” tra le capacità fisiche-imitative, il senso cinestetico della memoria muscolare e l’intelligenza personale, che gli serviranno per riprodurre l’emotività del personaggio. 
Diversa è invece l’intelligenza corporea di un atleta, la cui dura preparazione lo fanno eccellere in grazia, forza, velocità, precisione al fine di simbolizzare il divertimento, lo stimolo e la distensione in chi lo guarda. L’invenzione, infine, riguarda la capacità di produrre e trasformare oggetti, sia con l’uso del proprio corpo, sia con l’uso di utensili. 
Inventare è caratteristico del genere umano, quasi quanto la danza, ci ha permesso cioè di sopravvivere: è anch’essa un’intelligenza ibrida che prende dentro corporeità ma anche capacità spaziali. 
 
Non dimentichiamo, infine, che l’uso del corpo è fondamentale per tutti noi soprattutto come ricettacolo del senso individuale del Sé. 
 

VI. L’intelligenza personale 

In poche parole, l’intelligenza personale è quella forma di intelletto che si occupa della conoscenza approfondita del senso del proprio – e dell’altrui – Sé, 
 
Lo stesso Sigmund Freud dava particolare importanza al Sé, cioè alla conoscenza che l’individuo aveva di se stesso, inteso come mezzo per comprendere approfonditamente i propri problemi, i desideri, le angosce e realizzare i propri obiettivi.
 
William James, invece, ammetteva il concetto di Sé solo in rapporto agli altri, ovvero si manifestava quando veniva riconosciuto un certo ruolo sociale. 
 
Due facce della stessa medaglia: l’interno e l’esterno.  
 
In entrambi i casi, sia che si parli di aspetti interni (inter-personali e trans-personali o spirituali) o di aspetti esterni (intra-personali) la capacità centrale dell’intelligenza personale è avere accesso alla propria – e all’altrui – vita affettiva ed emozionale in maniera precisa, delineandone gli aspetti e favorendone lo sviluppo. Che si rivolga verso l’interno o che sia rivolta verso altri individui, un intelletto personale riesce a: 
 
  •  operare una distinzione fra individui nei loro stati d’animo, temperamenti, motivazioni ed intenzioni;
  • scoprire i vari umori, leggere con precisione le intenzioni e i desideri;
  • agire sulla base di questa conoscenza, influenzando un gruppo, persuadendo un individuo e più in generale fare in modo di portare l’altro a comportarsi come si vorrebbe, o come egli vorrebbe. 
E’ per questo l’intelligenza che si attribuisce ai capi politici e religiosi, ma anche a tutti i professionisti dell’aiuto come psicologi, counselor, terapisti in generale. E’ presente, e deve essere sviluppata da insegnanti, ma anche da genitori e da chiunque faccia da consigliere in qualsiasi ambito. E’ l’intelligenza dei grandi rivoluzionari (come Mazzini, Martin Luther King, Gesù), dei santi-innovatori (come S. Francesco) così come dei dittatori (come Hitler) e dovrebbe esserlo dei manager aziendali. 
 
Si tratta di un insieme di capacità che possono derivare da un talento innato a stare bene con sé stessi e gli altri, anche se attiene molto al suo carattere sociale e può essere sviluppato. L’intelletto personale, infatti, si basa moltissimo sui sistemi di significato valevoli sia per l’individuo, sia per un gruppo di individui: tali sistemi, che derivano molto spesso dalle culture in cui la persona è inserita, definiscono l’informazione a cui la stessa è sottoposta. Pertanto, la capacità comprensiva di un intelletto personale non sarà tanto comprendere quel significato in senso generale, ma adattare quella comprensione sull’altro – o su se stessi – in modo da farne un “prodotto” o un “servizio” su misura. Intelligenza personale si sostanzia, da qualunque parte la si guardi, nella capacità di empatia e comprensione di sé stessi e del prossimo. Anche se le due cose, non sono sinonimi e possono essere anche molto distanti come concetti. 
 
Si pensa che le basi della nostra intelligenza personale partano dall’attaccamento (vedi articolo “L’attaccamento…teoria o realtà dell’esperienza?”) sviluppato con le nostre figure preferite, come la madre o il padre, in età evolutiva. A questo proposito, il testo di Gardner passa in rassegna tutte le fasi dello sviluppo evolutivo (dal neonato all’adolescente) per declinare al meglio la sua teoria. La questione è un pò lunga da trattare in questa sede. A noi basti prendere coscienza di questo: che ciascuna fase, e il modo in cui è condotta a livello relazionale tra genitore e figlio, serve alla maturazione di un senso del Sé sviluppato o meno. Oltre a ciò, le ricerche sul COME si arrivi ad un senso maturo del Sé in età avanzata, hanno dimostrato che esistono, nel corso della nostra vita, dei processi di sviluppo continuato che conducono l’individuo a sentirsi sempre più autonomo, integrato e autorealizzato allo scopo di comprendere se stessi, gli altri e addirittura, come fu il caso del Mahatma Gandhi per citarne uno, la condizione umana di una intera società. 
 
E parlando di società, sarebbe sciocco non rendersi conto di quanto questa intelligenza sia “di moda” al giorno d’oggi al punto da apparire molto esplicita la richiesta di una vera e propria istruzione attorno alla crescita della propria intelligenza personale, ma anche tra le skills di un lavoratore. Libri, corsi di crescita personale, blog (compreso il mio), libri di self-help in cui si impara a “fare qualsiasi cosa, da sé”; stiamo parlando di un oceano di proposte che mirano a fare una cosa tra tutte: comprendere come l’emotività ci identifichi in quanto esseri umani.  
 

[…] vale la pena di sottolineare che l’educazione di tali emozioni e di tali capacità di discriminazione implica un processo cognitivo (intelletto). Sentire in un certo modo, significa interpretare una situazione in un certo modo, vedere qualcosa come se avesse un possibile effetto su se stessi e sugli altri individui. (pg. 362)

In parole povere, l’intelligenza personale è senza dubbio un apprendimento (sociale) continuo di tipo cognitivo che evolve nel corso della vita: non si tratta di un talento innato che si esaurisce se non coltivato o nel giro di pochi anni, o per ragioni neurobiologiche. L’uomo, per poter discernere le cose e comprendere se stesso e gli altri, avrà sempre bisogno comunque dell’esperienza CON gli altri. 
 
E fin qui abbiamo parlato di personalità “sane”, come un buon counselor dovrebbe limitarsi a fare. 
 
Ma cosa avviene quando ci si approccia a personalità disturbate o a gravi patologie nell’intelligenza personale?
 
Dipende dalla tipologia del disturbo. Osservazioni scientifiche hanno dimostrato come anche in presenza di certe forme di ritardo mentale, ad esempio la Sindrome di Down, la capacità di formare rapporti sociali duraturi con gli altri non sia completamente compromessa, confrontandole con abilità più “semplici” come la logica. Dall’altra, ci sono stati dei casi in cui l’individuo con personalità psicopatica si sia dimostrato sensibile alle emozioni e alle motivazioni degli altri, senza manifestare sensibilità ai propri, così come il contrario. Ci sono stati inoltre dei casi studiati di alternazione della conoscenza personale in pazienti affetti da disturbi neurologici gravi, come l’epilessia del lobo temporale, dove si è visto come vi possano essere delle compresenze tra una forte introspettività (filosofie, religioni, riflessioni profonde su temi esistenziali) e esplosioni improvvise di rabbia. Insomma, si passa da una forte concentrazione sul senso del Sé ad un forte abbandono di interesse verso se stessi. 
 

Infine, un’ultima riflessione è giusto dedicarla al lato sociale dello sviluppo dell’intelligenza personale. Ancora una volta ci vengono in aiuto gli studi antropologici, come la possente produzione di Clifford Geertz che osservando culture anche molto distanti dalla nostra (famosa la ricerca su Giava negli anni ’50), è riuscito ad individuare i tre concetti contrastanti della persona nella comunità che potrebbero essere ripresi anche oggi: 

  • l’isolamento del mondo interiore da quello esteriore;
  • il contrasto tra il lato “puro e civilizzato” e il lato “rozzo e incivile”, che ha come risultato una concezione divisiva del Sé;
  • la concezione dei ruoli, come a delle maschere che gli individui interpretano anche in contrasto con loro stessi. 

Quindi, 

ne segue che il senso del Sé sviluppato all’interno di una data matrice culturale rifletterà la sintesi ivi elaborata fra gli aspetti intrapersonali e quelli interpersonali dell’esistenza.(pg. 386) 

L’intelletto personale è una campo in cui i sistemi di significato, e i simboli conseguenti ad essi, ne definiscono la forma caratteristica. L’identità personale – e l’abilità a comprenderla finemente – si colloca in una posizione intermedia tra determinanti filogenetiche dell’esistenza umana e la storia di generazioni di esseri umani.
 
Pertanto, questa intelligenza è plurale ed adattabile per definizione al livello sociale a cui ci riferiamo: se parliamo di noi stessi o dell’altro, se parliamo della famiglia, di una comunità o addirittura di una nazione. Ne sono la prova individui abili a comprendere gli altri nella loro individualità così come individui estremamente potenti a comprendere, manipolare o persuadere folle di seguaci. 
 
In tutti questi casi, l’intelligenza personale è, a mio avviso, la forma di intelletto più potente e determinante che esista.  
 
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