Di cosa si occupa il Counseling? #3 La Mentalizzazione

La mente è tutto.
Ciò che tu pensi, tu diventi.

Buddha 
 

Per mentalizzazione si intende un’attività mentale di tipo immaginativo che porta alla percezione e all’interpretazione dei comportamenti propri ed altrui come conseguenza di uno stato della mente di tipo intenzionale. 

In pratica, la Mentalizzazione è quel processo psicologico della persona che porta alla formazione del pensiero, al punto che quando si dice che una persona è troppo “mentale” si intende che produce troppo pensiero rispetto a quello che riesce a gestire.  Questo perché, affinché si formi un pensiero occorre prima un’immagine mentale e, successivamente, un qualche tipo di cognizione per esprimerlo che di norma è la parola scritta o parlata.  

Ho scelto di scrivere della Mentalizzazione come elemento comune trattato dal Counseling, circoscrivendolo a quattro tipologie che a mio avviso sono legate e su cui normalmente si lavora con il Cliente. Le Mentalizzazioni di una persona sana, quindi, sono fondamentalmente 4: 

  • il desiderio 
  • la credenza
  • le aspettative 
  • i bisogni

Cercherò di essere “tecnico” sull’argomento, per quanto possibile, riprendendo i contributi di psicoterapeuti, neuroscienziati e sociologi importanti del passato e più contemporanei, che hanno parlato dei tratti della Mentalizzazione nel corso dei decenni.

Preciso come la mia sia una classificazione basata essenzialmente sulle osservazioni dei colloqui e sulla pratica e che non esaurisce di certo l’enorme argomentazione in merito. Alla luce di questo preferisco premettere che quello che interessa un Counselor non è una teoria della mente di tipo intellettuale, ma l’esito della pratica della relazione di aiuto in cui essa emerge attraverso appunto l’uso di queste particolari forme di Mentalizz-azione.

In sostanza, per aiutare la gente ci  interesseranno gli schemi di pensiero ed azione su cui si ha facoltà di agire per aiutare il cliente a comprendersi, senza scavare nel suo subconscio o nel suo passato. Quindi, non verranno volutamente presi in considerazione i dettagli teorici, seppur affascinanti e ricchi di spunti intellettuali e frutto di un pensiero (scientifico) rigoroso, quanto piuttosto come questi meccanismi del pensiero funzionano e sono importanti, o meno, nel racconto che una persona fa di sé stessa.

Le mie osservazioni, mi portano ad affermare come le persone siano particolarmente inclini nel mentalizzare sempre le stesse cose. In sostanza, le persone ripetono e, cosa assai più importante, nel credere a queste costanti ripetizioni, si inducono un auto-inganno nella loro vita con una routine di pensiero che impedisce di spingersi oltre e trovare soluzioni creative. 

Mentalizzare su ciò che desideriamo, o immaginiamo di desiderare; su ciò in cui crediamo o crediamo di credere; mentalizzare sulle aspettative rispetto a qualcosa o qualcuno, mentalizzare sui bisogni, reali oppure percepiti. 

Non sto dicendo come tutto ciò sia falso di per sé, ma che si tratta di schemi di pensiero estremamente limitanti per le potenzialità che potremmo attivare nella nostra Vita. Capire questi meccanismi bloccanti, e in qualche modo classificarli assieme al cliente, aiuta il professionista dell’aiuto ad essere efficace nell’ascolto e nel trovare la soluzione compartecipata ai problemi posti dal cliente. 


Il desiderio

Il desiderio è legato alla percezione di un soddisfacimento generale e con il perseguire, il realizzare o il possedere qualcosa – o qualche d’uno – che è considerato per la persona un bene (l’“oggetto” del desiderio).

Ed aggiungerei: è considerato un bene, in un determinato momento. Da un punto di vista psichico il desiderio ricerca una sorta di equilibrio tra il soggetto (la persona che desidera), i suoi bisogni (percepiti dalla persona che lo esprime) e l’ambiente (sociale che li determina o li limita). 

Pertanto, il desiderio nasce nel momento in cui viene a mancare qualcosa, che viene percepito dalla persona come quel bisogno che l’ambiente non può soddisfare, almeno non nell’immediato, cioè nel momento in cui si desidera quel qualcosa.

Desiderio e Bisogno (che vedremo più avanti) sono due mentalizz-azioni collegate, anche se il secondo può anche non dipendere dal primo: sono due processi cognitivi distinti, che spesso in Occidente vengono confusi soprattutto quando a vario titolo ci occupiamo del benessere dei nostri bambini o veniamo bombardati dal marketing pubblicitario, dove ogni desiderio diventa un bisogno (indotto).  Ragionare sui processi cognitivi di quando siamo piccoli, inoltre, ci aiuta a dare una definizione a questa particolare forma di processo mentale, perché è una cognizione che riproduciamo continuamente anche da grandi. Si tratta di una faccenda complessa che ha a che fare con i nostri primi vagiti, così come con il resto della nostra vita.

Un adulto difficilmente farà i capricci per ottenere qualcosa che desidera, si comporterà in maniera diversa, ma coverà comunque un desiderio e tutto ciò che esso porta con sé come farebbe un bambino perché sente una mancanza su qualcosa che percepisce come “voluto” o “volubile”. Quando siamo piccoli è il latte o un gioco; quando diventiamo adulti l’oggetto del desiderio può essere l’auto nuova, il viaggio in un posto esotico o la casa in montagna. 

Proviamo, come sempre, a semplificare riportando la teoria sulla pratica del Counseling.

Ipotizziamo che un cliente ci parli dei suoi desideri e metta in fila tutta una serie di attività, oggetti, persone che sono nella pratica dei fatti difficili da raggiungere – né ora né in un futuro prossimo – e completamente incongruenti con quello che ci racconta di sé stesso. 

Ad esempio, 

* un ragioniere di 50 anni che desidera diventare una popstar adorato da folle di adolescenti, 

* una casalinga con la terza media che desidera fare il medico 

Cosa può fare un Counselor di fronte a queste due situazioni oggettivamente paradossali per far comprendere al cliente la fattibilità di un desiderio, nella pratica, irraggiungibile?

In questi casi, nella pratica del Counseling, ci verrà in aiuto con i suoi metodi. L’importante da comprendere, da questi due esempi anche piuttosto scemi, è identificare la qualità e la fattibilità dei desideri di una persona. 

Questo fa il Counselor. 

Nell’esempio di prima, voler diventare medico con la terza media potrebbe essere un segnale di una mancata soddisfazione in ambito scolastico, dovuto ad esempio ad una costrizione di famiglia o ad una manchevolezza di impegno personale negli studi in passato. E questo un Counselor lo capisce solo lavorando con il cliente, fino a generare delle ipotesi per comprendere il vero motivo di un desiderio così assurdo.  Verrebbe da dire come non sia “la laurea in medicina”, il desiderio: quello è un processo mentale che assegna al fatto di laurearsi un significato che va oltre il pezzo di carta che identifica un percorso di studi. Potrebbe voler dire “contare qualcosa” o “essere riconosciuto” al di fuori del proprio ambito familiare. Questo può significare comprendere un desiderio, nel profondo e/o identificare un bisogno. 

Un primo passo per scoprire lo schema di pensiero del cliente, è quindi generare assieme a lui un contenuto che vada oltre i suoi processi mentali, per quanto questo possa essere paradossale. Se il contenuto che viene a generarsi è consapevole, fattibile, sentito, definito, praticabile e comunicato in un certo modo, allora diventa una evidenza. Una evidenza ha in sé quel carattere di ripetizione e di scopo su cui è possibile lavorare per aiutare qualcuno a capire se stesso attraverso le sue stesse parole. 

Tutto quello che si ripete, nel racconto del cliente, ha veramente senso cioè è veramente utile al Counselor perché lo aiuta a comprendere la sua personalissima realtà e, soprattutto, se quella realtà gli sta facendo del bene o gli sta facendo del male. 


Le credenze

Una credenza è una evidenza di partenza del vissuto di un individuo di tipo ereditario che identifica un determinato modo di comportarsi nei confronti di qualcosa o nei confronti di qualcuno

Il Counseling, anche se non lo ammetterà nessuno formalmente, nella pratica lavora moltissimo sul modificare – in senso positivo, quindi senza manipolazione – le credenze del cliente, soprattutto su tutte quelle che possono essere le sue certezze perché esse danno particolare valore alla vita nel suo complesso e possono identificare una modalità di accesso al suo ambiente sociale.

Le credenze sono le ispirazioni che guidano quotidianamente la vita dell’Uomo; che gli fanno compiere una scelta piuttosto che un’altra; che pongono dei limiti al suo operare; che gli fanno scegliere di andare avanti oppure di rimanere fermo dove si trova nel cammino della Vita.

L’argomento com’è intuibile, risulta piuttosto vasto e anche qui mi doterò del dono della sintesi. 

Innanzi tutto, perché un buon Counselor dovrebbe prendere in considerazione le credenze raccontate dal cliente? Perché esse generano delle evidenze di partenza per comprendere in che modo egli decodifica il mondo che lo circonda: a cosa assegna un valore e cosa invece non ne dà, all’interno dell’ambiente sociale in cui si trova a vivere.

Molte persone vivono una intera vita seguendo copioni di credenze che sono già stati impartiti dalla storia genealogica che hanno ereditato: 

  • come e dove sono cresciuti, 
  • cosa gli è stato insegnato dai genitori durante l’infanzia e l’adolescenza, 
  • cosa è considerato giusto e cos’è sbagliato, 
  • in che maniera reagire a determinati eventi stressanti della vita.

E tutto questo fa parte di un bagaglio sociale ed affettivo che si impara durante il periodo della socializzazione primaria e molte volte è ricalcata sulle figure di riferimento che ci hanno accompagnato nella nostra storia evolutiva.

Durante i colloqui, frasi come: 

“Mio padre diceva sempre…”

“…i miei genitori, si sono sempre arrangiati e non hanno mai chiesto niente a nessuno”

“…quando c’è un problema, in famiglia ci rivolgiamo a Dio e preghiamo…” 

sono segnali di come le persone possono essere, talvolta, la costruzione psichica voluta da qualcun altro a cui siamo particolarmente legati. Senza farne una colpa, costoro hanno voluto il nostro benessere, fortemente, ma lo hanno in qualche modo iniettato, attraverso delle particolari credenze e schemi di interpretazione che alla lunga, in età adulta, possono diventare scomodi da accettare e anche fonte di insoddisfazione.   

una credenza è la mentalizz-azione di un sistema ereditario che viene riproposto dalla persona attraverso azioni-reazioni agli eventi e che ne genera un valore in positivo e in negativo. 

Sembra scontato, ma tutti noi abbiamo un bagaglio di credenze che ci definisce: nessuno ne è esente.

Se cresco in una famiglia cattolica praticante, probabilmente per me sarà importante la costituzione di una famiglia con dei figli da educare, perché alla base vi è un credo religioso che in qualche modo, lo prevede. Diventa una tappa obbligata. Oppure, in una situazione all’opposto, potrebbe essere che proprio perché sono figlio di genitori divorziati da quando avevo pochi anni di vita, e abbia di fronte a me l’esempio di come un matrimonio e la famiglia possa fallire, difficilmente potrò dare valore alla famiglia.

Si tratta pur sempre di supposizioni teoriche e di valutazioni, che non attengono molte volte da ciò che emerge dalla pratica, dove valutare una condizione non è scopo del lavoro.

Nel Counseling normalmente non si fanno supposizioni, si immagina qualche scenario sulla base di quello che viene detto dal cliente in sessione, ma nulla è dato per scontato e non ci deve essere per forza una logica stringente o un percorso rettilineo che va da A a B. Esiste anche C, o D. Nell’esempio di prima, potrebbe anche essere che il cliente creda fermamente nel valore della famiglia proprio perché gli è venuta a mancare quando era piccolo…e qui si aprirebbe un altro scenario ancora. 

Lavorare con il Cliente sulle sue credenze, significa riuscire a ricostruire un certo tipo di significato, un certo tipo di senso e dargli un valore che non è il nostro, ma il suo valore percepito.  


Le Aspettative

L’aspettativa è l’attesa di un esito relativo a qualche cosa di reale che dovrebbe accadere in base alle nostre cognizioni su quella cosa.

Vi sono dei casi in cui l’oggetto di una aspettativa è una persona e altri in cui è un oggetto, un evento, una situazione che si desidera per sé stessi. La prima cosa da dire qui è come un’aspettativa abbia molto a fare con la nostra percezione e talvolta con i nostri autoinganni mentali, come direbbe Giorgio Nardone (vedi articolo Cosa sono le psicotrappole? ) nonché con i nostri desideri. 

Noi ci aspettiamo qualcosa da qualcuno – o un certo tipo di risultato – perché è tale in base al valore che assegniamo a quel qualcuno o a quella tal cosa. Potremmo quindi affermare che alla base delle nostre aspettative vi è spesso un processo di mentalizz-azione non propriamente positivo e intrapersonale, in quanto è sempre rivolta verso l’esterno e non riguarda direttamente la nostra crescita interiore (inter-personale), ma dipende – quasi esclusivamente – dalle azioni degli altri su cui non abbiamo nessun controllo diretto! 

In sostanza, l’aspettativa fa una cosa molto semplice ed molto ingannante al nostro modo di pensare: assegna agli altri – o ad altro – le nostre convinzioni e i nostri desideri. Nella Psicologia della Gestalt si potrebbe sostituire in parte il termine aspettativa con proiezione: ciascuno di noi si crea delle proiezioni verso gli altri in merito a qualcosa, identificandosi nella propria sfera di azione,  proiettando sugli altri – e molte volte negli altri – ciò che si aspetta dovrebbero fare in un determinata situazione per perseguire uno scopo.

Frasi come: 

“al suo posto io mi sarei comportato così”

“possibile che non te ne sia accorto?”  

“io non l’avrei mai fatto”

“se fossi in te…”

Ciò che stride di questo ragionamento, è che si tratta pur sempre di  un processo di pensiero che crea una realtà che, purtroppo per noi, non esiste. E non esistendo, crea frustrazione emotiva. Quindi, nell’escogitare le aspettative non vi è nulla di reale, se non altro perché non può prendere in considerazione la visione di vita dell’altro da noi perché…non si può! Non possiamo entrare nella testa della gente e pretendere che facciano ciò che secondo noi è giusto. Oppure, lo si può fare, ma sarebbe manipolazione o ipnosi, che indotta consapevolmente per terapeutici andrebbe anche bene, diversamente non sarebbe etico né tantomeno funzionale alla crescita personale di un individuo.  

L’unica cosa che, invece, può fare il Counselor nell’esercizio della sua funzione è esplorare la manifestazione esterna di quello che una persona pensa delle aspettative, rispetto ad alcuni indizi forniti dal cliente.  Questo è un aspetto che il Counseling conosce molto bene, ed infatti considera importanti le aspettative verbalizzate (cioè quelle che in qualche modo si mostrano evidenti con la parola) del cliente. Egli potrebbe evolvere nella sua progressione perché sono meccanismi di pensiero che tendono molto spesso a bloccare processi decisionali consci, così come a definire determinati obiettivi. 

Cosa significa tutto ciò? 

Significa che,  

L’aspettativa, lavorando in superficie e avendo a che fare con la quotidianità di quello che ci accade è molto più visibile, ad esempio, di un desiderio. L’aspettativa, insomma, va sul pratico. Di contro, un desiderio, è una costruzione mentale eterea: direbbe Platone, risiede ancora nel mondo delle idee. L’aspettativa è il vestito del desiderio.  

Le aspettative, quindi, sono costrutti terra-terra ovvero conducono ad un desiderata reale e spesso di breve durata e di desiderio limitato. La pubblicità è la prova tangibile dell’abilità di generazione dei desideri indotti. Tuttavia, questo è interessante da verificare in una relazione di aiuto: l’aspettativa esposta dal cliente tende ad esplorare più da vicino il suo mondo, i suoi schemi di pensiero e i suoi valori di fondo e cosa vorrebbe realizzare nel breve-medio periodo

Ad esempio,

dopo dieci anni di lavoro in un’azienda strutturata, un cliente si aspetta che gli venga riconosciuto un encomio e una promozione per il lavoro svolto fino a quel momento. E’ lui che si aspetta questa promozione, ma potrebbe non accadere mai o realizzarsi molto più avanti rispetto a quanto sperasse. E’ il cliente che si è posto un obiettivo su di una aspettativa che deriva da decisioni, che di fatto, sono di qualcun altro, come del suo capo.  

Può capitare quindi che le aspettative siano anche problematiche per la persona, perché ci possono distanziare dalla realtà effettiva, da ciò che c’è o non c’è: perché tutti noi ce ne poniamo, in ogni momento, e per qualsiasi cosa oltre che attenderci che il mondo si adegui in base a quello che immaginiamo sia giusto, buono, equilibrato, fattibile, per il nostro essere.

Quando ciò non succede – ovvero molto spesso, quantomeno nella misura che ci saremmo aspettati – il nostro costrutto cognitivo verso quella cosa si smonta generando un senso di frustrazione, rabbia, collera e, talvolta, mancanza di senso o di scopo minando la stessa motivazione e molte volte portando a patologie di tipo psicologico.

  

I Bisogni

Il bisogno è la percezione di una mancanza totale o parziale di uno o più elementi che costituiscono il benessere di una persona. 

Si tratta di un costrutto psichico che attiva e dirige un comportamento e un modo di agire nella pratica quotidiana. Secondo Abraham Maslow , lo psicologo statunitense più famoso in merito alla teoria dei bisogni e citatissimo per tutto il XX secolo, l’essere umano tende a gerarchizzare i bisogni in una sorta di scala di importanza. 

E’ sua infatti la Piramide dei Bisogni che identifica  cinque principali livelli di bisogno: 

  • i bisogni legati all’autorealizzazione, che include la moralità, la creatività, la spontaneità e la necessità di assenza di pregiudizio nei confronti delle cose. Nel Counseling, si parla spesso del bisogno di Essere Visti o riconosciuti che, infatti, è al vertice della piramide;
  • i bisogni legati alla sviluppo della stima, quindi l’autostima, dell’autocontrollo nonché la realizzazione delle proprie voglie e dei propri desideri;
  • i bisogni legati all’appartenenza, cioè ad essere circondati da amicizia, famiglia, intimità sessuale e affetti in generale che rendano ricche le giornate. Essere parte di una comunità e di un gruppo sociale che riconosca una appartenenza antropologica oppure sociologica. Questo tipo di bisogno è, insieme al bisogno di sicurezza, il più arcaico perché è legato agli stili di attaccamento e al concetto di base sicura. Lo ritengo anche il bisogno più complesso, perché include il bisogno di comunità che è parte integrante dell’Uomo come essere vivente, in divenire, in mezzo agli altri uomini. Non a caso molte delle malattie che riteniamo importanti in questo secolo, derivano dagli isolamenti coatti e autoinflitti agli individui;
  • i bisogni legati alla sicurezza, sia essa fisica, occupazionale, morale, familiare, di salute, di proprietà. La base sicura che ricerca l’uomo è molto legata al bisogno di appartenenza e al concetto di attaccamento, quando si è bambini ed adolescenti. Quando si cresce, il bisogno di sicurezza diventano “bisogni” in senso più ampio, perciò l’adulto avrà bisogni di sicurezza che vanno al di là della madre e del padre, fatte salvo eccezioni patologiche di affetto di tipo deviante. Nella normo-patia la sicurezza è considerata più un punto di partenza per poter sostenere le sfide della vita, che un punto di arrivo; 
  • i bisogni fisiologici, ovviamente, respirare, mangiare, fare sesso (almeno in età riproduttiva e ormonale, 20-50 anni), dormire la notte. In altri termini il bisogno biologico del corpo di mantenere la propria omeostasi, cioè di non mutare e di mantenere un equilibrio per non morire. 

Nel Counseling, si fa notare come la mentalizzazione sui bisogni che fa una persona attinge sempre a queste cinque aree di intervento o quantomeno vi rientrano. E si cerca di comprenderne i legami e le correlazioni. Da notare che nella Psicologia della Gestalt, il soddisfacimento del bisogno è fondamentale per raggiungere uno stato di disengagement con il cliente:

comprenderne i bisogni percepiti come reali, significa molte volte stabilire degli obiettivi di medio termine e perseguibili da lui stesso per poter avviare un cambiamento, o una evoluzione che porta ad un cambiamento.

Non è tutto qui, ovviamente, ma è pur sempre un punto di partenza utile.

Un altro aspetto importante è verosimilmente inserito nel concetto del bisogno che ne fa la Psicologia della Gestalt. Secondo Kurt Lewin, gli individui organizzano i loro bisogno in base all’ambiente circostante e agli stimoli da esso offerti. Quindi, sono i bisogni stessi che organizzano il campo di azione dell’Uomo: pertanto l’essere umano mira sempre al soddisfacimento di bisogni non gratificati, e quindi solo a quelli percepibili in un dato momento, e in un dato campo. Una volta soddisfatti, questi vanno sullo sfondo dei desiderata, per lasciare spazio ad altri bisogni più impellenti.

E così via: un susseguirsi di richieste mentali che alternano bisogno e soddisfazione. 

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