Di cosa si occupa il Counseling? #7 Il dolore

La felicità è benefica per il corpo, ma è il dolore che sviluppa i poteri della mente. 

Marcel Proust

 

L’espressione del dolore nella pratica di Counseling

Nel Counseling il dolore espresso dal cliente viene preso molto seriamente. La risata, anche non sarcastica, durante una esposizione dolorosa, infatti, è totalmente sconsigliata.

Con il termine dolore in questo contesto si fa riferimento ovviamente al dolore psicologico, cioè a quello stato di sofferenza emotiva di fronte ad un particolare problema generato dalla percezione di una mancanza, di una perdita e di una minaccia di separazione.

Lavorare con il cliente su ciò che lo addolora è sicuramente utile per almeno due ragioni: 

  • delinea bene i veri confini del problema. Infatti è assai difficile che in una persona normale ogni cosa generi sofferenza. Se così fosse si parlerebbe di una patologia depressiva anche molto grave, quindi siamo oltre il campo d’azione di un Counselor.
  • rileva ciò che per il cliente è davvero importante e che, venendo a mancare, genera ansia, paure e timori che possono avere origini anche antiche, non necessariamente recenti.

La paura della separazione infatti viene sviluppata dall’Uomo con i comportamenti di attaccamento, in età infantile, che sviluppano i modi con cui egli intenderà gran parte delle sue relazioni future con le altre persone. Come a dire che il dolore generato dalla mancanza è un fatto sociale, interpersonale, interattivo, non intellettivo, non immaginativo, che origina dalle figure di attaccamento preferite da quando siamo bambini.

 

Il dolore come mezzo 

Tenendo presente quindi che nessun problema o difficoltà è in sè positivo per definizione – così come non è sempre positivo pensare che tutto debba essere privo di negatività – accogliere il dolore può essere molto utile nella pratica per scoprire evidenze importanti della vita del cliente. Indizi che ci aiutano a lavorare bene. 

  • Cosa ti fa soffrire di ciò che mi hai raccontato? 
  • In che modo ti fa soffrire? 
  • In una scala da uno a dieci come ti senti adesso quando mi parli di questa cosa?  

Questi sono tutti esempi di interventi verbali che il Counselor può utilizzare di fronte al cliente per agevolare una sua presa di coscienza attorno al suo dolore, che diventa così un veicolo costruttivo per la maturazione della persona facendogli guardare dritto in faccia la sofferenza!

Può sembrare paradossale ma soffrire significa accettare che stiamo vivendo in quel momento una sofferenza, e in tal modo torniamo sempre al Presente.

Non bisogna quindi allontanarsi dal dolore: per comprenderlo, è necessario nuotare in mezzo ad esso, evitando di seppellirlo con inutili parole o con azioni dispersive. Comprendere il dolore è in realtà una sottile forma di catarsi (dal greco kátharsis, purificazione) e l’inizio dell’auto esplorazione produttiva e dell’aiuto in senso maieutico (nel metodo socratico-platonico, la maieutica è la predisposizione alla ricerca della verità nel dialogo).

Stare con il cliente in questa fase significa essere presenti a se stessi e a lui stesso, reggere alle sue sofferenze con atteggiamento empatico, senza consolazioni vuote e preconfezionate come “su, vedrai che starai meglio”, “coraggio, che la vita è bella”, o la pacca sulla spalla, insomma “soffrire con lui, senza essere lui” ci permette di generare l’alleanza operativa ed essere più efficaci nell’essere veramente utile ad una trasformazione.

Il Counselor deve fare sua l’idea che il dolore è fondamentale per l’evoluzione del cliente. Senza aver provato dolore per qualcosa, il cliente non sviluppa “anti-corpi”. Se va tutto bene, non serve il lavoro del Counseling. 

Il cliente dal canto suo ancora non lo sa, pensa che soffrire sia ingiusto, inverosimile, una brutta cosa che rovina la vita. Esso in realtà è curativo perché si tratta di un veicolo del cambiamento solo se viene bene canalizzato e focalizzato.

Il dolore spinge in là, al limite delle potenzialità verso un adattamento creativo e trasformativo. 

 
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