Di cosa si occupa il Counseling? #8 Le percezioni

Forse l’unica vera realtà è l’inganno presente nella nostra mente. 
 
Stefano Nasetti 
 

L’attenzione del Counseling alla percezione di uno specifico “sentire”

Il Counselor pone attenzione alle sensazioni che prova il cliente, in ogni momento, traendo spunto da quello che dice, parlando di una cosa piuttosto che di un altra. In questo lavoro, considera importanti soprattutto le percezioni se sottopone il cliente a determinati stimoli di facilitazione, motivazione ed orientamento.  Le percezioni sono un pò il “come” una determinata questione, un particolare evento, un certo tipo di problema, una difficoltà generica o qualsiasi altra stimolazione psicosomatica abbiamo un “senso” empirico per il cliente. La percezione, insomma è un “sentire emozionale”: una certa cosa mi risuona bene, un’altra male. Non c’è una regola precisa di fondo, ma solo una pratica di ascolto che la rende evidente. La porta in “figura”, come direbbe la Gestalt. 
 
Tale aspetto ha molto senso per il cliente ed è una spia di attenzione nel lavoro di Counseling: si manifesta nella realtà, pur essendo una sorta di costruzione della mente conscia, che traduce anche i nostri archetipi. 
 
Percepire, dal greco aisthànestai, significa comprendere prima, con i sensi qualcosa che spesso non ci spieghiamo in termini razionali e logici. La nostra mente, in qualche modo, anticipa ciò che per noi ha un significato oppure lo costruisce di netto, come se fosse un film. E’ per esempio il caso delle paure, delle fobie, dei timori, ma anche delle aspettative positive rispetto a qualcosa, o a qualcuno. 
 
Percepire nel Counseling è sinomimo di “sentire”, emotivamente, qualche cosa che per noi ha un senso compiuto. Assomiglia moltissimo al concetto di sentimento, anche se può non avere un carattere di tipo affettivo. Si potrebbe dire – pur essendo una forzatura – come la percezione sia soprattutto una forma di interpretazione delle cose che accadono o accadranno anche in base a quello che ci è già accaduto nel nostro passato o abbiamo ereditato (archetipo). Una sorta di pronostico, insomma, un “già capito”, un “già sentito”, un “già vissuto”: la nostra mente si fa un gigantesco film degli eventi, partendo dall’esperienza empirica di quello che conosciamo e che per noi, solo per noi, assume un significato. Dal nostro personale…sentire. 
 
Quindi, tutte le nostre percezioni sono relative (leggi “personali”), accadono sempre nel momento presente e si alimentano quindi dall’esperienza che ne fa la persona. Secondo l’interpretazione del concetto di Hermann Von Helmholtz, fisiologo, la percezione è creata dall’esperienza attraverso un processo cognitivo che lui chiama inferenza inconscia. L’uomo senza saperlo costruisce significati su di un oggetto/soggetto attraverso due momenti percettivi: una fase analitica, dove vengono messi in campo i sensi ed entrano in campo le informazioni e una fase sintetica, in cui gli stimoli sensoriali escono reinterpretati attraverso un processo cognitivo. E’ un pò quello che diceva C. G. Jung quando parlava di inconscio collettivo, la cui teoria si basa appunto sulla costruzione degli archetipi. 
 

Le percezioni e la Gestalt 

Nella psicologia della Gestalt lo schema percettivo di una persona viene preso in considerazione ed assume un significato scientifico-operativo, attraverso il meccanismo detto della figura/sfondo: cosa la nostra mente sceglie di mettere in luce e cosa in ombra di una determinata situazione. Che si traduce inevitabilmente in: cosa è importante per me e cosa non lo è…e cosa lo è “abbastanza”
 
Ciò che dà forma alla percezione positiva di qualcosa è quindi una sintesi di cosa è meglio che sia per noi (in Gestalt, “la buona forma”), la somiglianza (rispetto ad altre cose che accettiamo) e la continuità (con il nostro vissuto).
 
Ciò che sappiamo per certo è come la percezione abbia a che fare con dati acquisibili in un momento di pura coscienza, non ad esempio nei casi di stati alterati della coscienza, come potrebbe essere l’ipnosi o lo stato meditativo, che di solito vengono utilizzati per lavori di liberazione interiore quasi “istintiva”, piuttosto che per razionalizzare gli eventi come invece fa la nostra coscienza lucida.  

Quando cioè la nostra mente è molto reattiva, sveglia in un bilanciamento continuo di valutazioni pro e contro sulle cose: tali valutazioni automatiche, producono sensazioni a cui noi attribuiamo un nome e un cognome. 
 
Quello che interessa di questo meccanismo cognitivo e cosciente della percezione e delle sensazioni nel Counseling è il percorso che fa il pensiero del cliente per arrivare a percepire qualcosa come positivo o negativo e, non da ultimo, la presa di consapevolezza di questo stesso processo da parte del cliente stesso. Può capitare, anzi capita sempre, che il cliente abbia nei confronti di qualcosa un certo “sentire” a cui attribuisce un significato, e che non comprenda entrambi gli elementi di questa equazione perché…nessuno lo aiuta a capirlo!  


La percezione, insomma è attuale e ripesca schemi di pensiero già esistenti, e tutto ciò è molto utile ai fini della pratica di Counseling. Il Counselor non vuole cambiare il processo percettivo né tantomeno occuparsi della mente in senso stretto: tuttavia, il suo lavoro intende fare in modo che il cliente “si renda conto” (consapevolezza) del suo sentire, che ne prenda coscienza e agisca di conseguenza per stare meglio se qualcosa lo disturba. Si tratta di un lavoro molto operativo: non si indaga nulla, ma si valuta assieme al cliente tutto. 

 
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