Cosa sono i Cicli della Vita? Una risposta dalla teoria psicosociale di Erik H. Erikson

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.

Oscar Wilde

 

Chi era Erik H. Erikson?

Erik Homurger Erikson è stato un importante psicologo tedesco naturalizzato statunitense. Attivo già negli anni ’30 fino alla sua morte, avvenuta nel 1994, Erikson è importante per i suoi contributi alla teoria psicoanalitica che, a partire dalle idee di Sigmund Freud, ha sviluppato un’acuta analisi degli stadi che compongono la vita di tutti gli esseri umani a partire dall’infanzia.  Il particolare lavoro di Erikson lo avvicina di più ad un approccio umanistico ed esistenziale, piuttosto che alla psicoanalisi, ritenuta da lui uno strumento che serve per mettere ordine nelle esistenze delle persone e comprenderle. Per questo il suo lavoro è interessante, a livello di Counseling.
   

Dalla teoria psicoanalitica alle teorie della realtà esterna 

Nel 1933, il periodo del training di Erikson, negli Stati Uniti la teoria psicoanalitica riteneva come le funzioni dell’Io fossero un punto fermo. L’energia istintuale, che potremmo tradurre nello studio della libido di Freud portarono gli psicologi del tempo alla convinzione quasi assoluta che studiare a fondo l’inconscio e l’istinto (l’Es) fosse determinante per comprendere il funzionamento psichico di una persona. Tutto il resto, ovvero la realtà sociale circostante, occupava una posizione extra-territoriale, non a casa si parlò di Realtà Esterna. Freud stesso, menziona questo concetto ritenendo come l’Io sia una sorta di creatura di frontiera che si interpone tra tre “padroni” o “pericoli” per la salute mentale: il mondo esterno, la carica libidica (Es) e la rigidità del Super-io. La figlia di Freud, Anna, riprendendo il lavoro del padre affermava, in rapporto al mondo esterno:
 
L’Io esce vittorioso quando le sue misure difensive lo rendono capace di ridurre l’insorgenza dell’ansia e, così facendo, di trasformare le cariche istintuali, che possono assicurare anche in circostanze difficili un minimo di gratificazione, attraverso lo stabilizzarsi di relazioni il più possibile armoniche tra l’Es, il Super-Io e le forze del mondo esterno. (A. Freud, 1936)
Questa concettualizzazione astratta, diede il via alla formulazione delle Development Lines (Linee Evolutive) ovvero a quegli “atteggiamenti psichici” che, momento per momento, e un pò per volta segnano nell’Uomo la sua graduale emancipazione dalla dipendenza degli affetti, dall’irrazionalità, dall’Es e dagli oggetti di questo mondo, segnando quella che è definita come padronanza dell’Io riguardo alla realtà interna, ed esterna. 
 
Gli studi in questo senso di Erikson hanno condotto a risultati interessanti. Le ricostruzioni e le analisi compiute sulle giovani generazioni, mostrano come le influenze di cui parlava Anna Freud dipendessero soprattutto dalla personalità dei genitori, dagli ideali, dai comportamenti di vita, dall’atmosfera famigliare e dall’impatto culturale nel suo insieme. 
Insomma: l’Io umano è qualcosa di più che una difesa contro l’Es. L’Io dispone di una sua forza particolare, e di autonome origini, come le funzioni della mente più classiche che attengono al muoversi, alla percezione e alla memoria. Quello che accade è che si parlerà d’ora in poi di una teoria psicanalitica dell’adattamento o per meglio dire di una teoria dei rapporti con la realtà dell’Io (Rapaport in Erikson, 1959). 
 
Quello che si scopre, infatti, è un “comune ambiente medio” che delinea per l’Uomo delle minime condizioni che rendono possibile la sola sopravvivenza, senza tenere conto delle condizioni sociali, che sono alla base dell’adattamento alle situazioni conflittuali dell’individuo e della comunità. 
 
Un punto di vista ecologico, fatta di attivazioni a livello di comunità, come lo è il caso delle famiglie e delle appartenenze in genere. 
 

Da questo, Erikson capisce come sia necessario dare attenzione all’insieme, al gioco costante tra forme e significati. Grazie ai suoi studi sulle tribù di cacciatori dei Great Plains e, successivamente, sulle comunità di pescatori californiani, Erikson getta una nuova luce tra la disponibilità evolutiva del bambino e lo schema di cure materne offerte al bambino dalla comunità che lo aiuta a crescere. Lo stile educativo diviene a questo punto fondamentale: il modo in cui viene allevato un essere umano è questione di un intera economia del ciclo di vita individuale che si sostiene su un equilibrio ecologico di una comunità che per definizione è mutevole.

 

Il Ciclo della Vita e gli Stadi dello Sviluppo Psicosociale

Erikson afferma che l’esistenza di un essere umano dipende in ogni momento da tre processi fondamentali, tra loro interdipendenti e complementari: 

  • il corpo (soma); 
  • il processo psichico che organizza l’esperienza individuale (psiche)
  • il processo sociale che definisce l’interdipendenza tra individui in una cultura (èthos)

Nell’attività clinica, quello che si vede secondo Erikson è la sintesi di questi tre aspetti, sotto forma talvolta di patologie e possono essere studiate – come curate – come forme di tensione somatica, ansia individuale e panico sociale. 

Il principio organico che definisce un corretto sviluppo psicosessuale e psicosociale dell’individuo è detto epigenesi

Prima di Erikson, Freud riteneva che la sessualità di un individuo dipendesse solo dalla pubertà e che non ci fosse per essa uno stadio preparatorio infantile: con gli studi sugli embrioni, invece, si è giunti alla conclusione aperta che ogni cosa ha uno sviluppo epigenetico, ovverosia è presente una graduale crescita degli organi fetali. Fu così che la psicoanalisi scoprì gli stadi pregenitali della sessualità. Ciascun organo, detto in altri termini, ha un suo tempo di nascita (locus di origine) e un suo sviluppo temporale. 

Inoltre, l’epigenesi diventa molto importante per comprendere che non si tratta solo di una successione di fatti, ma del rapporto tra le parti in via di sviluppo nell’individuo. 

In altri termini, la progressione avviene attraverso il tempo di una differenziazione tra le parti. Ciò significa che ciascuna parte è presente in una qualche forma prima che compaia il suo critico e decisivo tempo di emergenza e che la parte resta sistematicamente in relazione con tutte le altre di modo che il tutto dipende da un proprio sviluppo nella sequenza, che è propria di ciascun elemento. (Erikson, p.43)

La pregenitàlità così come la libidinizzazione, sono due concetti ampiamente noti in psicanalisi e si ritrovano nelle esperienze erotiche del bambino, fino alla fanciullezza, in cui lo sviluppo sessuale è caratterizzato dalle fasi orale, anale e fallica. Il problema però resta, quando questo aspetto intrinseco sia davvero limitato solo alla sessualità e alle fasi della vita lontane dall’adulto, oppure se così non sia. Una prima risposta è sicuramente il passaggio dai processi psicosessuali (pregenitali) a quelli psicosociali. Volendo fare un salto quantico, a livello di teoria, potremmo concentraci direttamente su quali sia gli stadi di sviluppo psicosociale a cui Erikson faccia riferimento. 

In estrema sintesi, possiamo dire che ciascuna fase dello sviluppo umano porta con sé una tendenza sintonica e una tendenza distonica. Due tendenze in opposizione in cui la prima è senz’altro positiva, e si riferisce alla concordanza reciproca tra manifestazioni omologhe, e la seconda è senz’altro negativa, e si riferisce al suo stadio alterato cioè “non normale”. 

Pertanto, per ciascun stadio di sviluppo, si possono individuare: 

  • nell’infanzia (I stadio), la fiducia di fondo vs. la sfiducia di fondo;
  • nella prima fanciullezza (II stadio), l’autonomia vs. il dubbio e la vergogna;
  • nell’età del gioco (III stadio), l’iniziativa vs. il senso di colpa; 
  • nell’età scolare (IV stadio), l’industriosità vs. il senso di inferiorità
  • nell’adolescenza (V stadio), l’identità vs. la confusione d’identità;
  • nella giovinezza (VI stadio), l’intimità vs. l’isolamento;
  • nell’età adulta (VII stadio), la generatività vs. la preoccupazione esclusiva di Sé: 
  • nell’età senile (VII stadio), l’integrità vs. disperazione e il disprezzo; 

Le crisi psicosociali dell’individuo, quindi, si insinuano normalmente nel passaggio da uno stadio evolutivo all’altro ed è lì che possono essere trattate. In questa classificazione, esiste anche un IX stadio che vedremo successivamente, e che si riferisce all’età senile avanzata, e sfocia sul senso conclusivo di ogni ciclo umano, la morte, che in questa trattazione è considerato come l’ultimo compito evolutivo. 

Da notare come questa scala degli stadi evolutivi, abbia natura epigenetica e coerente con le definizioni degli elementi di speranza (attesa di un desiderio), fedeltà e cura (impulso ad amare). Inoltre, l’VIII stadio, che a leggerlo è quello più terribile, ma necessario perché in qualche modo chiude il ciclo della vita, ritornando ai suoi esordi. Non solo, oltre che un ritorno all’infanzia, gli ultimi stadi del ciclo di vita suggeriscono come gli esseri umani, tendano a mitizzare il passato e questo può generare forme di pseudo-integrazione che sono la difesa al disprezzo, che si prova per sé stessi e per gli altri.

Questa classificazione è utile nel Counseling per comprendere che molte delle difficoltà di una persona in cerca di aiuto sono tali perché ciascuna età della vita porta con sé dei cambiamenti repentini e a volte traumatici, che sono tipici della vita stessa e a talvolta sono passaggi obbligati, da accettare ed affrontare con coraggio. Saperlo con l’aiuto di una teoria psicoanalitica, fa molta differenza, anche, e soprattutto, per circoscrivere la gravità di un problema per ridimensionarlo e sviluppare fiducia personale. 

 

Il IX Stadio dello sviluppo e la Gerotrascendenza 

Lo sforzo comprensivo sul concetto di IX stadio sta tutto nel vedere la vita attraverso gli occhi di un novantenne, che arriva alla fine del suo ciclo. In questi casi, affrontare l’avvilimento che quest’età porta con sé con la fede e una certa umiltà rappresenta una saggia scelta. 

A questa età, tende a crollare un pò tutto. La fiducia di base, provata nell’infanzia, lascia il posto alla non fiducia che un anziano ha delle proprie capacità.  Il corpo si indebolisce inesorabilmente e persino le attività più semplici della vita diventano complicate. Piccole attività, diventano grandi sfide. Non ci si deve meravigliare quindi che un anziano sia spesso stanco o depresso. Questo per quanto concerne la speranza. Sulla volontà invece, che si prova in fanciullezza, la mancanza di autonomia è più forte e ci si sente talvolta inutili, dovendo dipendere dagli altri. La finalità, che si esprime nell’età del gioco con l’iniziativa e il suo contrario, il senso di colpa, subisce un arresto: è già pesante mantenere un passo lento e costante, ovvio che manca l’entusiasmo del passato. La competenza, che si esprime al suo massimo nell’età scolare con l’industriosità e il senso di inferiorità, a quell’età tende a sparire: una forza motrice, che è solo un ricordo. Non essere più competenti a causa della vecchiaia, è umiliante. Diventiamo come dei bambini infelici di novant’anni. La fedeltà, provata nelle forme di identità e confusione di identità in età adolescenziale, in età avanzata diventa una confusione sui ruoli: non si capisce più chi si è e come lo si è, nel mondo che ci circonda. Non avendo più ruoli. L’amore stesso, in intimità ed isolamento, tipico della giovinezza in età avanzata potrebbe aumentare il senso di isolamento, se non si riceve amore magari da un nipote o dai figli adulti. La cura, tra generatività e stragnazione sul Sé, dell’età adultà e che che copre il periodo più lungo della vita, con la nascita e l’allevamento dei figli, e che per molti è un periodo meraviglioso, per un anziano ormai sono il passato: il bisogno di ritirarsi, di riposarsi, di non essere più in grado di adattarsi ai cambiamenti veloci che la società impone e sentirsi anche inutili per questo, degenerano in una stagnazione profonda per un novantenne. Infine, la saggezza, nella sua dicotomia di integrità e disperazione, diventa per una persona molto anziana, una forma di perdita di affetti, che genera parecchia tristezza con la consapevolezza che ormai la morte sta per arrivare. Tutto questo, per quanto triste, fa parte del ciclo di vita di ognuno di noi, se non in tutti, in parecchi aspetti: la nostra società di rado ha sviluppato modelli inclusivi per venire incontro alle esigenze psicosociali di tale importanza. Spesso gli anziani vengono messi da parte, non sono più visti come fonte di saggezza, quanto piuttosto come simbolo di vergona. 

Ovviamente, non è sempre stato così. Erikson fa notare come nelle società arcaiche l’anziano molto in là con gli anni, veniva addirittura divinizzato. 

Ed è qui che appare, da questo quadro ignobile, quasi come un fiore dal fango, il concetto di gerotrascendenza (Lars Tornstam), ovvero:   

il passaggio da una visione materialistica e razionale ad una più cosmica e trascendentale, normalmente seguita da un aumento delle gratificazioni. (Erikson, pg. 145) 

 Un concetto quasi religioso, che prende in seria considerazione la pace mentale. Tuttavia, uno studio sui malati terminali, ha rilevato come non ci sia una netta correlazione tra questo stato mentale e l’esistenza di una fede religiosa specifica. Si tratta piuttosto di una naturale evoluzione verso la maturazione e la saggezza. L’individuo trascendente, tende ad un nuovo sentimento verso il mondo di comunione “cosmica”, ridefinisce il tempo, lo spazio, la vita e la morte stessa, oltre che il Sé. 

Tutto ciò è molto interessante, come è interessante notare che molte discipline orientali e pratiche religiose millenarie, facciano di questo aspetto una finalità. Trascendenza, significa “essere al di sopra o al di là del limite”, circoscrivendo le cose all’essenziale, sviluppando proiezioni mistiche e accogliendo la stessa morte come un elemento sintonico, quasi amico. 

E’ la fine della gara, delle competizioni: riposarsi, liberarsi da fretta, tensioni e attaccamenti. Un’ottica retrospettiva per guardare quello che si è fatto, rivivere la propria lunga vita, fare pace con sé stessi ed addormentarsi nella pace del cosmo. 

Un finale poetico, che corona il ciclo di ciascuno.

Forse è questo quello che vuole dirci Erikson con il suo lavoro: che siamo tutti esseri inseriti in un ciclo di nascita-esistenza-morte, che ciò ci appartiene e che quello di cui abbiamo esperienza nella vita dobbiamo farlo nostro per poter vivere bene, in armonia e nel rispetto degli altri. Vuole dirci che ogni stadio psicosociale è una stagione e che ciascuna stagione della nostra esistenza è funzionale alla successiva e per questo dobbiamo godercela tutta, perché prima o poi il ciclo si chiude. E, per alcune credenze…ricomincia. 

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