Il Buddha, aveva ragione? Il sentiero del buddismo e lo sviluppo umano contemporaneo

Nella mente ha origine la sofferenza. Nella mente ha origine la cessazione della sofferenza.

 

Buddha 

 

Le origini del pensiero del Buddha sulla natura umana

La tradizione narra che il giorno del suo trentacinquesimo compleanno Siddharta Gautama (566 a.C. – Kushinagar, 486 a. C), dopo essere fuggito dal palazzo reale dove aveva vissuto negli agi e nella ricchezza a seguito dell’incontro con persone sofferenti, si mise a meditare sotto un albero nella posizione del loto riflettendo sulle sofferenze del mondo. 

Egli percorse tutte le sue vite passate (samsara) fino a raggiungere la profondità del suo essere finché, la terza notte di profondo raccoglimento, su Siddharta Gautama calò una grande pace poiché divenne consapevole di come tutto quello conosciamo, tutto quello che vediamo e non vediamo, è dato da regole, pregiudizi e idee che regolano la nostra vita dalla nascita. Il Buddha, si rese conto millenni fa che questa gabbia di ferro che ci costruiamo da tutta una vita è, in realtà, il nostro Io. 

L’Io per il Buddha è un’illusione, che soffoca e mortifica la nostra vera natura di uomini, producendo un costante e duraturo stato di sofferenza (dukkha). La sofferenza è prodotta da desiderio, possesso ed attaccamento che tanto sono cari ai meccanismi dell’Io, regolando le nostre giornate quotidiane.

La presa di consapevolezza di questo aspetto inscindibile della natura umana, il primo Buddha sviluppò un pensiero e una modalità di azione basata sul cambiamento di questa condizione: un sentiero graduale (noto come Ottuplice Sentiero) che vede nella sofferenza e la sua origine (Le Quattro Nobili Verità) il punto di partenza per la sua cessazione attraverso una dottrina di liberazione che è nota come Via di Mezzo

Questo è a tutt’oggi lo scopo del Buddismo.    

   

Le Quattro Nobili Verità: di cosa è fatta la vita dell’uomo

Nella sua dottrina di liberazione, il Buddha insegna le Quattro Nobili Verità: 

  •  la vita dell’uomo è fatta di sofferenza (dukkha). Secondo la traduzione di Watts (1999), la sofferenza viene intesa come “frustrazione cronica” ovvero il tentativo di cercare sempre soluzioni laddove non ci sono. Le persone, consumano le loro vite in questo ciclo, autoinfliggendosi sofferenza. Tuttavia, la sofferenza sarebbe comunque una fase transitoria che si può imparare a gestire. A voler essere più precisi, lo stesso Buddha scorpora il concetto di dukkha in tre segni dell’Essere: la frustrazione, appena vista, l’impermanenza (anitya) e il non-Sé (anatman) ovvero il fatto che l’individuo non può essere separato dal resto altrimenti non esisterebbe; 
  • la vita dell’uomo è costellata di desiderio o “fissazione” (trishna), una parola di origine sanscrita che significherebbe “sete”. La sete dell’uomo di qualcosa o di qualcuno, produce un desiderio di attaccamento che a sua volta produce sofferenza. La trishna nasce dall’ignoranza, dal non vedere perché l’uomo ha una visione della realtà molto selettiva, sceglie pochi aspetti del mondo che lo circonda. In psicologia questo aspetto potrebbe tradursi come euristica;
  • la vita dell’uomo è fatta dal modo in cui respiriamo (nirvana): il respiro porta la vita, ma se ci aggrappiamo ad esso rischiamo di soffocare. Colui che ha raggiunto il nirvana, si trova in uno stato di espirazione e ha trovato un equilibrio; 
  • la vita dell’uomo è un percorso, un sentiero (marga) e questo sentiero è la vita del buddismo che serve a far cessare la sofferenza, il Nobile Ottuplice Sentiero. 

 

L’Ottuplice Sentiero: come ridurre la sofferenza umana 

Con questo concetto si intendono gli otto metodi con cui il buddismo si propone di ridurre la sofferenza umana. Ciascun metodo, comprendono tre fasi: 
 
  • nella prima fase troviamo: giusta visione, giusta considerazione e giusto linguaggio. Il sole non sorgerebbe neanche se non ci fosse nessuno ad osservare mentre lo fa. Se non ci fosse nessuno a testimoniarlo, a chi importerebbe? E’ la Dottrina della Mutua Interdipendenza: tutto dipende da…tutto. Questo aspetto nella psicologia umana, ha molto a che fare con l’interpretazione, le percezioni della realtà e alcuni tipi di mentalizzazione; 

 

  • nella seconda fase troviamo: giusta azione, giusto modo di vivere, giusto sforzo. Tutta la dottrina buddista si basa su ciò che è opportuno ed idoneo fare, in una certa situazione. Non lo dice solo il buddismo in verità, è un’idea presente anche nella filosofia taoista. Se si vuole perseguire l’Illuminazione e diventare un Buddha, Siddharta afferma come sia necessario diventare più consapevoli di quello che si fa, di come lo si fa e del perché lo si fa. Vi ricorda qualcosa? A me ricorda molto la maturazione di consapevolezza, che è lo scopo ultimo anche del Counseling; 

 

  • nell’ultima e terza fase di questo percorso, l’individuo raggiunge uno stato di consapevolezza attraverso la meditazione e vivere tale presa di consapevolezza nel…Momento Presente

Pertanto, il Buddha, millenni fa, si era già reso conto di questa caratteristica propria degli esseri umani: che faticano a vivere il momento presente. Le persone sono spesso intrappolate nel passato oppure provano ansia per il futuro, ma raramente si godono quello che hanno nel Presente. Nel buddismo si chiama squilibrio, nella psicologia contemporanea si chiamerebbe patologia. Nelle psicoterapie, così come nel Counseling, si “allena” l’individuo a vivere qui ed ora, perché si ritiene che l’adesso sia indice di sanità mentale. La presa di consapevolezza di tutto ciò porta il praticante buddista allo stato di samadhi, ovvero in uno stato alterato di coscienza prodotto dalla meditazione in cui si è liberi da tutti i vincoli della mente che generano sofferenza. 

Il buddismo inoltre è molto democratico. Non basandosi su una entità superiore esterna all’uomo, si basa sulla forza interna dell’uomo di consapevolizzare questi meccanismi della mente umana al fine di limitare la sofferenza ed arrivare ad uno stato di bodhisattva, cioè di una persona saggia che ricerca saggezza e sviluppo spirituale. Lo sviluppo spirituale è in questo caso sinonimo di crescita personale. 

 

Buddismo e pratica di Counseling contemporanea 

Come abbiamo visto, tra gli insegnamenti buddisti e la pratica di Counseling, ci sono moltissime correlazioni e similitudini. Nel Counseling si lavora con il cliente su un problema che genera una certa sofferenza (dukkha), si cerca di “addestrarlo” alla consapevolezza per far cessare quello stato di sofferenza perseguendo attraverso una giusta azione, un giusto modo di vivere e una giusta visione la cessazione del problema o una modificazione di un atteggiamento. Al di là che lo si faccia con la meditazione o con l’utilizzo forzato di altri stati alterati di coscienza o con delle tecniche e delle stimolazioni che nella psicologia così come nel Counseling sono un mezzo e non uno scopo, l’importante è rendere consapevole il cliente della sua esistenza, di come la stia vivendo, di quali siano i suoi valori, le sue credenze (gli attaccamenti) e come e perché gli generino delle frustrazioni che lui stesso vorrebbe risolvere chiedendo un aiuto. 

Il Counselor è un pò il bodhisattva del suo cliente, non perché sia un saggio in senso assoluto, ma perché aiuta il cliente ad imboccare un percorso (il marga), lavora sulle sue fissazioni (il trishna) e lo alleggerisce delle sue sofferenze. 

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