Terapeuta o…terapista? Una riflessione personale per i professionisti della relazione di aiuto

La psicoterapia è una professione di curatori laici di anime, i quali non hanno bisogno di essere medici, e non dovrebbero essere sacerdoti.

Sigmund Freud

 

Terapia oppure…no?

 

Questa breve riflessione parte da una curiosità personale di tipo linguistico, oltre che dalla convinzione che molte volte sia necessario, quando si parla troppo in generale di un argomento complesso come quello della cura degli altri, di specificare le cose in modo più dettagliato, per evitare confusioni e soprattutto incomprensioni professionali. 

Lo dobbiamo alla comunità di professionisti che opera in un determinato campo, così come ai nostri clienti, che si rivolgono a noi in cerca di supporto. 

Cos’è una terapia? 

La ritengo, una bella domanda, quasi avvincente per chi opera nell’ambito dell’aiuto professionale.

Mi sono dato un pò questa risposta: 

Per terapia si intende un intervento in cui un professionista specializzato in un tipo di cura che opera per alleviare le sofferenze di un paziente. 

Credo sia la definizione più semplice che posso, al momento, permettermi. Sicuramente in questo tipo di riflessione, emerge la caratteristica principale di una terapia: la presenza di una sofferenza, dovuta ad un patologia, fisica oppure mentale

Nel primo caso, abbiamo a che fare con l’ambito della medicina (occidentale, orientale e alternativa), nel secondo caso ci addentriamo nel vasto mondo delle psicoterapie. 

Lo scopo della terapia è quindi quello di affrontare una malattia che già esiste, a cui si cerca di porre rimedio utilizzando dei metodi, delle tecniche particolari. La terapia è sia scienza, che arte. E’ scientifica, perché chi lo fa ha degli strumenti collaudati e un approccio professionalmente orientato alla soluzione; è arte, perché ogni terapia è cucita su misura sulla persona. Difficilmente, infatti, una terapia possiede la stessa efficacia su più pazienti.

Difficilmente è standardizzabile, in senso stretto.    
   

Il terapeuta e…il terapista 

 
La parola terapeuta deriva dal greco terapeutica che indica sia dei medici specializzati di alto valore in una particolare forma di cura, sia, più semplicemente, “chi esegue una pratica terapeutica” cioè volta alla cura di un certo disturbo. I terapeuti sono quindi professionisti che curano malattie e ferite, e questo li rende importanti all’interno delle comunità, ancorché nelle società complesse e ricche di stimoli come le nostre. 

Non dimentichiamo che in tempi antichi chi portava a guarigione qualcuno, era considerato importante a livello sociale e spirituale, prima che diventasse scienza. Lo sciamanesimo, lo considero un esempio estremo, ma molto indicativo.

In tempi più recenti il concetto di terapia ha, mano a mano, preso una direzione più laica e, quindi, più “scientifica”, seguendo sempre più protocolli, procedure, tecnologie ed evidente empiriche sul soggetto in terapia che ha portato a tenere presente una certa oggettività sia sui metodi, che sui risultati. Questo porta il terapeuta a distanziarsi dalla condizione globale di un suo paziente concentrarsi su quella minima parte in sofferenza (l’occhio, la mente, un braccio, una gamba, il cuore, etc) di cui normalmente è esperto e che riesce a gestire efficacemente.  

L’olistica, salvo rarissime eccezioni, non è molto ben vista quando si parla di terapia: probabilmente perché si allontana dal concetto di efficacia dell’azione terapeutica. Cioè se la terapia funziona oppure…no. 

Accanto a questa figura, che in occidente è tendenzialmente di tipo sanitario e ha una sua struttura anche istituzionale, si è poi affiancata quella del terapista. La parola terapista indica “chi applica particolari metodi per arrivare ad una cura” oppure “persona specializzata nell’applicazione di una particolare tecnica terapica”  che serve sia alla cura della persona da un disturbo (fisico o mentale) sia alla prevenzione, il mantenimento o il ripristino di una condizione di benessere. L’esempio più eclatante è il Fisio-terapista, se vogliamo rimanere in ambito medico.  

Le due figure sembrano molto simili, e mi rendo anche conto che la questione della differenza linguistica e di significato corre su un filo sottile di un suffisso diverso (-ista) e su alcuni compiti, quindi appare quasi impercettibile la differenza. Tuttavia, vorrei che rifletteste ora proprio su quanto questa sottigliezza sia fondamentale per capire che fare il terapeuta o essere un terapista siano due mestieri completamente diversi. 

A partire dal fatto che il primo, lavora già su una malattia conclamata, ad esempio, e cerca una soluzione. Il secondo, invece, si occupa anche di prevenzione, di riabilitazione oppure di mantenimento, anche senza che ci sia una grave condizione, una malattia fisica o mentale.  

In un certo qual modo, un terapista si può prendere il beneficio del dubbio di cosa non va oppure di cosa non dovrebbe andare in una persona cercando delle strade alternative; mentre il terapeuta deve avere la certezza di quello che non va per poter applicare le sue conoscenze. 

E’ simile alla differenza che esiste tra un consulente e un Counselor. Il primo è esperto in una materia, applica delle conoscenze e risolve dei problemi che sono piuttosto evidenti. Il secondo, invece, è esperto nell’applicazione di alcune conoscenze ma che devono essere tarate sulle persone che sono le vere esperte della loro materia: normalmente la loro esperienza di vita. Quindi, un counselor non ha una certezza, ma applica dei metodi. Un consulente, invece, opera al contrario: ha delle certezze nonostante i metodi che applica, che il più delle volte gli servono per confermare quelle certezze. 

Quindi, nell’ambito della salute mentale e dell’aiuto psicologico, un terapeuta è lo psicoterapeuta, un terapista è il counselor. 

 

Quando una terapia è efficace? 

 

Una terapia è efficace quando funziona

Ovvio, no? 

O meglio…si tratta di capire se quello che si sta facendo è utile al cliente (o al paziente) oppure non lo è, oppure è un tentativo per arrivare a capo di una guarigione di qualche tipo o giustificare il numero di sedute. Nel Counseling, questa preoccupazione è tenuta poco in considerazione, perché non cura alcunché. Il Counseling agevola, facilita, aiuta e si adatta alla condizione: si tratta di uno strumento che per sua natura è molto flessibile e creativo. E questo comporta, come sappiamo, dei limiti deontologici.  

Il counselor, in quanto terapista, è esperto nell’applicazione di metodi che facilitano il cliente a migliorare sé stesso e di conseguenza gli altri, con una modalità il meno invasiva possibile e il più efficacemente possibile. 

Potremmo anche dire che ha come missione l’efficacia e il funzionamento di un metodo piuttosto che di un altro, tarandolo ovviamente sulle accettazioni del cliente. Tuttavia, un counselor non avrà mai la pretesa che tutto quello che si tenta con il cliente, sia funzionale o definitivo e porti ad una soluzione. Il counselor si accontenta di un cambiamento.  

Allora, forse, si tratta della terapia più efficace in assoluto. Avere la certezza che funzionerà solo se verrà accettato, significa anche rendersi conto che si è più vicini al proprio cliente in senso empatico rispetto ad altri. 

E la vicinanza e la comprensione sono, da sempre, la migliore e la più antica forma di terapia.    
 

 

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