Cosa dice il Tao Te Ching? Gli insegnamenti della Via secondo Lao Tzu

Quando accetti te stesso, il mondo intero ti accetta.

Lao Tzu 

 

Solo un libro? 

Il Tao Te Ching scritto da Lao Tzu (老子) è un libro di spiritualità tra i più letti e tradotti della Storia. Si compone di ottantuno massime, o piccoli paragrafi, che racchiudono in sé una saggezza millenaria ed universale per la salvezza dell’uomo. Lao Tzu, che secondo la tradizione fu un anziano saggio fondatore di quella religione (o filosofia spirituale) che poi verrà chiamato Taoismo visse, secondo la tradizione, nel VI secolo a.C. 

Tuttavia della sua reale esistenza, si sa poco o nulla, quindi si ipotizza che in realtà, questo personaggio storico sia una leggenda o, addirittura, che il Tao Te Ching fosse una raccolta di saggezza scritta a più mani in quel particolare periodo storico. Per non sbagliare i taoisti, nel I secolo, elevarono la figura di Lao Tzu al rango di divinità principale.

Il Tao Te Ching è un compendio, o meglio un…manuale di istruzioni. Parafrasandolo, come molti autori hanno cercato di fare nei secoli successivi, si scoprono risposte a quasi tutti i problemi e le situazioni che possono insorgere nella vita quotidiana di un essere umano. Il Tao (Via) diviene pertanto una filosofia per lo sviluppo dell’uomo nella sua completezza per aiutarlo ad affrontare i dilemmi della Vita. 


Il Tao e il concetto di Dio

Numerosi studiosi di pratiche spirituali, si sono spesso fatti questa domanda: il Tao, di cui parla in ogni sua pagina il Tao Te Ching è assimilabile al concetto di Dio? Per un occidentale sarebbe difficile questa risposta. Le religioni e le filosofie orientali non sono monoteiste e teocentriche. Per la maggior parte di loro, escludendo forse l’Induismo (i cui aspetti di Dio sono divisibili in altrettante forme deificate), Dio è uno stato della mente e del corpo e un “raggiungimento” personale. 

Quindi qualcosa di proprio, di diretto a Sé stessi, invocato da Sé stessi. 

Quando si parla di Tao o Via non si fa un’eccezione a questa regola: il Tao non è un Creatore, un “Signore” che domini le creature dall’alto, non è un “Re dei Re”. Oltre al fatto che essendo considerato “ventre del mondo” (28, 31), non ha fattezze maschili. Quindi tuttalpiù si tratterà di una madre. Non è una persona e soprattutto, essendo “come il cielo e la terra” e non “considerando nessuno indispensabile” (5) si rifà al concetto di non permanenza, come nel Buddismo: il corso degli eventi e la fluidità degli stessi eventi, sono la caratteristica principale del Tao. 

La sua natura, secondo il Tao Te Ching, è “vuota”, perché essendo vuoto, tende anche a  riempirsi. Il Tao “porta tutto a compimento” (41) e poi lo fa tornare all’origine, perché è presente in tutte le cose. Quindi il principio materno secondo cui “è origine e madre di tutti gli esseri” (6, 52) lo rende presente alle cose note, così come a quelle ignote.

Tuttavia, il Tao non è disgiunto da noi uomini, non essendo un Dio da adorare: l’uomo non deve averne paura, perché non domina, di fatto, lo scorrere dell’esistenza, ma la genera, la sostiene e la accoglie.

In altri termini, forse più attuali, il Tao è il processo che muove tutte le cose. Vi risulta familiare?   

   

Il dualismo, la complementarietà e il dinamismo del Tao

Quando si parla di Taoismo, si fa spesso riferimento a quell’immagine circolare, bianca e nera, con all’interno un pallino bianco sul nero e nero sul bianco. Quello è il dualismo del Tao: da una parte abbiamo lo Yin (il ricettivo, la madre, l’inverno, l’acqua, l’ombra, il freddo, il morbido, etc) dall’altra coesiste lo Yang (il creativo, il padre, l’estate, il fuoco, la luce, il duro, la razionalità, etc). Sono due facce della stessa medaglia. Nel Tao Te Ching questi due elementi opposti, si compenetrano al punto di essere inscindibili: la complementarietà non si limita, infatti, a dirci una cosa che già sappiamo, cioè che la realtà è fatta di contrapposizioni, ma asserisce che nessuno dei due ha valore superiore e che l’uno determina lo stato dell’altro. In sostanza, l’Essere e il Non-Essere si equilibrano a vicenda. Il buono non esiste senza il cattivo. Che senso avrebbe parlare di luce, senza il buio? Che senso avrebbe parlare di bene o di vita se non ci fossero il male o la morte, e viceversa? Queste questioni, per il Taoismo sono dette costanti

A voler essere più “psicologici”, la nostra mente è limitata nell’osservazione della realtà, perché è condizionata a vedere solo una parte della realtà. Insomma, tutti i fenomeni e gli eventi umani hanno due polarità, una positiva e una negativa. Bisognerebbe fare lo sforzo di non trovare in esse un significato morale, ma una dato di…fatto. Ciò è facile da comprendere, ma cosa succede se di una cosa vediamo solo il bene o il male? Ci dovrebbe venire in aiuto un’altra caratteristica del Tao, ovvero il suo dinamismo
 

I Taoisti avevano una visione straordinariamente moderna della realtà: non esistevano valori assoluti, non esistevano enti fissi o immobili, non esistevano esseri e cose a sé stanti. Ma ogni cosa è relativa all’altra, è interdipendente rispetto alle altre, fa parte di una unità originaria e si trasforma in continuazione mediante un movimento ciclico (Brian Browne Walker, p. 101)

Ciò diventa interessante, perché ha delle interessanti ripercussioni sul piano pratico. Se vogliamo anche nella pratica del Counseling, ciò viene reso evidente al cliente. Infatti, se tenendo un certo comportamento, determiniamo necessariamente e automaticamente il suo opposto, abbiamo una chiave per capire la realtà che ci circonda e influire sulla realtà senza tuttavia forzarne il corso. Accettare l’evento per quello che è, senza forzare una interpretazione o avanzare la necessità di un giudizio se quell’evento è bene o male, ma delineando solo le caratteristiche ci permette di raggiungere maggiore consapevolezza. 

Qualsiasi processo – abbiamo detto che il Tao è un processo – che giunge ad un culmine, inevitabilmente comincia a decadere (55) cioè a trasformarsi nel suo contrario.  Diventa una dialettica tra gli opposti. Come quando riempiamo troppo un vaso, l’acqua traboccherà; così come quando nella nostra casa ammassiamo troppi oggetti, ci sarà difficile difenderla o se a livello sociale ci riempiamo di troppi beni e posizioni, dice il Tao, mostreremo arroganza e inevitabilmente subiremo delle perdite (9). 

La modernità della filosofia Taoista sta un pò in questo: aver capito, migliaia di anni fa, che ciascun processo di espansione di qualunque cosa, finirà per far apparire il suo contrario, la sua complementarietà. Per questo, adottando il giusto comportamento, adoperando una sorta di moderazione (che potremmo anche chiamare semplicità) si tiene in equilibrio l’assolutismo del bene e del male: essere consapevoli e moderati, evita gli estremi (29) e risolvere le cose difficili quando sono ancora facili (63). 


Il Tao, l’Equilibrio e l’Etica Superiore

L’equilibrio nel taoismo deriva un pò da questo aspetto: evitare gli estremi. Nella vita di tutti i giorni significa, in parole spicce, non esaltarci quando le cose vanno bene, perché sappiamo che potrebbero peggiorare da un momento all’altro; così come non disperare quando le cose vanno molto male, perché potrebbero facilmente migliorare. Se tutto è in equilibrio e la Vita scorre fluida, come l’acqua, tutto troverà un suo equilibrio. L’etica superiore, che contraddistingue il pensiero taoista da altre filosofie religiose orientali, è l’aver spiegato come bene e male siano principi complementari. Mentre nel buddismo, ad esempio, si cerca di evitare lo squilibrio (la sofferenza, dukkha) per arrivare all’equilibrio totale (non duale), nel Tao Te Ching questa “tolleranza al male” viene spiegata con questo passaggio “il bene si basa sul male. Il male si nasconde nel bene: chi conosce il punto di svolta?” (58). 

Già, chi lo conosce? O meglio, chi ne è davvero consapevole? Questa è la grande domanda etica. Quando il male è troppo male e il bene è troppo bene? Ovviamente, ad una domanda così difficile, non ci può essere una risposta definitiva, e non sarebbe descritto da un taoista comunque in questi termini. Per un taoista, anche nel peggior male possibile, esiste una piccola parte di bene e viceversa. Quindi è illusoria l’eterna battaglia del bene contro il male (vedi la filosofia Giudaico-Cristiana, ad esempio) perché in realtà le cose vanno come vanno, per mantenere un equilibrio universale. Il mondo stesso è già stato concepito per funzionare così: il Taoismo, semplicemente, lo rende evidente. 

Un esempio interessante, e forse provocatorio, il Tao Te Ching lo porta quando invita ad eliminare “moralità e rettitudine” (19) intendendo con questo, non di esaltare il contrario, cioè “l’immoralità e l’abiezione”, ma invitare a trascendere entrambi gli opposti: quando ragioniamo in termini troppo morali, siamo nel campo della immoralità. Le stesse Upanishad indù e il Buddismo, parlano in questi termini dicendo ai loro devoti di andare al di là del bene e del male, dell’azione cattiva e dell’azione meritoria. 

Quando si perde il Tao, ecco che appare la bontà; quando si perde la bontà, ecco che appare la beneficenza. Quando si perde la beneficenza, ecco che appare la giustizia. Quando si perde la giustizia, ecco che appare l’etichetta (38) 


Cosa può insegnare il Tao all’uomo contemporaneo? La non-azione e gli errori della nostra mente  

Oltre la parte filosofica, non dimentichiamo che il Tao Te Ching è soprattutto un…manuale di istruzioni per vivere…meglio. O, almeno, nel migliore dei modi. 

Come si fa quindi ad uscire da questo dualismo costante? E se si riesce, è possibile esista un bene non condizionato?  Il wu-wei o non-azione è la strada: una azione che non abbia come scopo il bene o il male, che non cerchi un tornaconto, che non abbia ambizioni egocentriche. Insomma l’azione che non opera secondo “intenzioni recondite” (38) né “aspettative” (77), che sono anche la causa di molti malesseri mentali e di alcuni processi di mentalizzazione delle esperienze di vita. 

Tuttavia, la non-azione è difficile da attuare, nelle nostre società: si tratterebbe di imparare ad ascoltare di più, di vedere meglio, di svuotarsi e di purificarsi di tutte le nostre modalità operative, di tutti i nostri condizionamenti e di tutte le nostre apprensioni per quello che ci capita ogni giorno. La mente libera della non azione è non avere intenzionalità e preconcetti limitanti, distruttivi che portano agli assoluti di bene e male. 


Così come il dualismo per il taoismo è qualcosa di reale e crea il mondo, pertanto è il motore dell’evoluzione e dello sviluppo umano, sono gli uomini che attraverso la dialettica mentale della differenziazioni, creano sottoinsiemi (come le società) in cui ogni elemento è rigido e contrapposto. Per essere più chiari: dalla natura ciclica e ritmica delle cose di questo mondo, l’uomo sostituisce con regole, norme, gerarchie e sapere convenzionale, morali, ideologie e religioni dogmatiche. Dal male cosmico, che non può essere eliminato, si passa al male creato dalla mente umana. Questo perché la mente, per come la conosciamo fino ad ora, è una struttura che deve conoscere, razionalizzare, isolare, definire, differenziare, contrapporre. La sua natura è dividere tra speranza e paura, che sono i due estremi che normalmente si notano nella vita psichica di un individuo. 

Anche per il taoismo, chi opera questo è il nostro Io: la mente pensa di possedere l’Io così come possiede il corpo (13) dice il Tao Te Ching, perché non riesce ad avere una visione olistica, globale, delle totalità dell’essere perché per conoscere deve contrapporre e sminuire. 


Raggiungere un Tao interiore, significa, in definitiva, comprendere anche questo: che noi non siamo il nostro Io, perché è generato dagli errori della nostra mente cosciente. Per questo motivo, e concludo, ciò che ci insegna la filosofia taoista, tra le tante cose, è imparare il silenzio della mente, l’introspezione interiore per comprendere che ciascuno di noi ha un centro. 

E se “rimani al centro, sarai sempre a casa” (33).

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