Cos’è l’inconscio per Freud? L’analisi del filosofo Alasdair MacIntyre (seconda parte)

L’inconscio è il mare del non dicibile, dell’espulso fuori dai confini del linguaggio, del rimosso in seguito ad antiche proibizioni.

Italo Calvino

 

Lessico della mente e i concetti della mente

MacIntyre sostiene come la grande rivoluzione di Freud sia stata quella di inventare un vero e proprio lessico per cercare di spiegare il funzionamento della mente. Nelle sue elaborazioni intellettuali, appaiono anche termini come motivazione, paura o desiderio che appartengono alla vita mentale ordinaria e che normalmente noi esseri umani osserviamo in qualcuno, apponendovi un giudizio morale ed interrogandoci sulle presunte intenzioni. L’intenzione stessa diventa un agente morale e spesso viene dato per scontato – quasi sempre – che la persona che la attua ne sia pienamente consapevole al momento di agire in una certa direzione. La qual cosa è, secondo il filosofo, imprecisa, soprattutto se prima di essa vi attribuiamo il termine inconscio.
Come abbiamo già affermato nella prima parte, antecedentemente a Freud esisteva il termine di inconscio, solo che era utilizzato nelle accezioni di non cosciente (applicandolo alle cose o agli stati di trance), non cosciente di o come sinonimo di inconsciamente (cioè senza intenzione cosciente) o senza sforzo cosciente
Affermare dunque, che una azione è stata svolta inconsciamente, ancora oggi suggerisce sia che le persone siano ignare di una qualche intenzione cosciente di fare quello che fanno, sia che non sono coscienti di quanto stanno facendo in un determinato momento. Questo per dire che definire un’attività come inconscia, nel lessico della mente di Freud, significa affermare come non via sia una cognizione, e quindi una consapevolezza. E’ come se l’attività mentale dell’uomo per sua natura proceda sempre su due binari distinti: uno conosciuto, e cosciente, l’altro sconosciuto, e inconscio. In tutto questo, il merito di Freud fu appunto quello di parlare di “Io inconscio”, distinguendolo da tutti i sinonimi di inconscio, e relativi significati “popolari”, visti sopra. L’altro merito fu quello di intellettualizzare come certe patologie della mente sia, de facto, la rappresentazione conscia – e quindi visibile – di meccanismi mentali inconsci, che a suo avviso sarebbero da trattare con la psicanalisi. 

 

Descrivere o…spiegare la coscienza?  

Abbiamo capito fin qui che, per descrivere gli stati e gli eventi mentali, è necessario assimilarli a stati ed eventi fisici, cioè osservabili. Il comportamentismo americano, come quello di Tolman e Hull ad esempio, svolse un egregio tentativo di trovare una spiegazione alla coscienza proprio associando le risposte a stimoli esterni e a fattori causali, che creino una certa predisposizione nel soggetto. Anche il filosofo Sartre riteneva che il comportamento umano fosse frutto di una decisione basata sugli stimoli esterni, i nostri atteggiamenti verso quegli stimoli e le emozioni che derivano da essi. 
Tuttavia, la causalità, non sembra essere così rilevante per valutare il lavoro e il processo che si sviluppa dentro una mente umana: sarebbe una mera spiegazione della coscienza basata sui meccanismi stimolo-risposta, e le ragioni in sé andrebbero a morire in termini di causa-effetto. 
A questo proposito, l’autore riporta un esempio sull’inganno, che cito testualmente:
 

Quando affermiamo che qualcuno sta cercando di ingannarci circa le sue intenzioni, ciò che intendiamo è che egli dice una cosa tra Sé, ma un’altra a noi, e che nelle sue azioni egli cerca di non lasciare trasparire in alcun modo l’obiettivo che ha in mente. Qui scorgiamo chiaramente una contrapposizione tra l’intenzione, che rappresenta una pianificazione mentale, del pensiero, e le azioni esteriori, quali esse siano. In aggiunta molto spesso, le nostre intenzioni vengono frustrate: ciò che abbiamo programmato non viene mai tradotto in azione. In questo caso, non ci sono azioni che corrispondono al progetto mentale preliminare. Così l’intenzione è quanto si è prodotto nella mente. (A.M., pg. 120-2021) 

Insomma, l’intenzionalità non è detto che si tramuti in azione verso l’esterno, pertanto la casualità di un comportamento e stimolo-risposta sembra non essere l’unica spiegazione di un atto cosciente. 

Penso, dunque agisco…non è esattamente così. Ci sono molti elementi, anche nella nostra vita quotidiana, che ci suggeriscono come non sia automatico questo processo e come possa derivare da ulteriori elementi, spesso esterni al nostro controllo conscio. 

Anche la motivazione – molto in voga oggi – subisce lo stesso ragionamento della parola intenzione, se non altro perché conduce – o dovrebbe condurre – alla deliberazione di un comportamento agito. 
Motivazione, significherebbe:

 “[…]comportarsi in un certo modo, in certe condizioni. Di conseguenza, attribuire una motivazione significa dire qualcosa che riguarda il comportamento, le tendenze a comportarsi i una determinata maniera.” (A.M. pg, 123)

 
Tuttavia, non è scritto da nessuna parte, e qui sta il ragionamento di Freud, che la motivazione debba essere cosciente, sempre. Lo psicanalista, infatti, riteneva come certi tipi di comportamento deviante siano in realtà il risultato di motivazioni inconsce (unconscius motive, in Introduzione alla Psicanalisi, S. Freud, 2012). 
Il nevrotico, spesso, ha intenzioni, scopi e motivazioni di cui non è consapevole. Pertanto, trattare la motivazione alla pari dello scopo, vuol dire assegnare a ciascuna parola lo stesso significato di forza propulsiva, che sta dietro un’azione:
 

ogni azione ha un motivo inconscio che le attribuisce uno scopo. Lo scopo è inconscio quando non è riconosciuto dal soggetto con i mezzi ordinari della coscienza. Per questo il paziente nevrotico non è in grado di riconoscere i propri sintomi e di avere quindi il controllo conscio dei propri comportamenti. 

Freud ha di fatto catalogato le causalità (ipotetiche) di determinati comportamenti ingenerati da questo meccanismo inconscio-coscio, scoprendo come la natura della mente dell’uomo si muova costantemente in questa dicotomia e che ciò definisca una vita sana e/o una vita malata. 

Quindi, il primo passo di uno psicanalista per entrare nel mondo del paziente è quello di identificare quel comportamento preciso a cui il soggetto non riesce a dare una spiegazione, a riconoscerlo, postulando di default un conflitto personale interno dovuto a questa dicotomia. 

Non solo. 

Freud affermava, e torniamo al concetto precedente di Io Inconscio, come questa particolare forma mentale sia la continuità tra infanzia e vita adulta, che possono reiterare in comportamenti che, nel meccanismo della rimozione, possono diventare patologici. 

A questo punto l’autore, giunge alle sue conclusioni. Dice che Freud è stato molto abile ad associare al concetto di inconscio una causalità e una sorta di dicotomia che genera un comportamento. E la sua impostazione lo descrive pienamente, anche a livello di coscienza. Quello che non riesce, invece, a fare è spiegare il vero motivo per cui quel comportamento abbia luogo, se non ho l’interpretazione di una rimozione del trauma e della continuità tra passato e presente. Una sorta di sapere perché sublima il sapere per-come. 

E questo aspetto, dice l’autore, si capisce spesso da due avvenimenti che spostano il focus dalla teoria alla pratica psicoanalitica: 

  • il paziente è spesso resistente alle interpretazioni dello psicanalista
  • “ogni sintomo è sovradeterminato”, cioè lo psicanalista restringe troppo presto la ricerca di spiegazioni riguardo alla formazione dei un certo sintomo

Il lavoro dello psicanalista, secondo il filosofo, sarà quindi quello di fare accettare al paziente il proprio passato: farci i conti in maniera che diventi accettabile per il momento presente. Non è una spiegazione del problema che una persona può avere: a questo punto, si tratta di una descrizione classificatoria. Fornisce cioè delle categorie interpretative generali che, come tali, non possono toccare tutti gli aspetti della vita del paziente.

Per questo Freud ha cercato di costruire una teoria del comportamento umano generale, ma non si è mai azzardato – ad esempio – a costruire una teoria del comportamento della borghesia francese o della classe operaia viennese. Servirebbero altri strumenti, più precisi e talvolta, meno collegati al sistema conscio-inconscio. 

Come, ad esempio, il Counseling.  

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