Sei un ipersensibile? Per Rolf Sellin, hai una marcia in più!

Non disprezzate la sensibilità di nessuno.

La sensibilità è il genio di ciascuno di noi. 

Charles Pierre Baudelaire

 

Essere “ipersensibili”, significa essere “sottili” 

Ipersensibilità significa fondamentalmente percepire stimoli in numero maggiore e in modo più intenso di altri. Non indica assolutamente che una persona sia forte o debole, introversa o estroversa, particolarmente dotata nel suo campo o intelligente, anche se intelligenza ed ipersensibilità sono innegabilmente in rapporto tra loro. (pag. 3)

Inizia in questo modo l’originalissimo contributo di Rolf Sellin, psicoterapeuta tedesco, che nel suo “Le persone sensibili hanno una marcia in più”, delinea gli aspetti anche controversi di questa caratteristica psicologica: la sensibilità spiccata! 

Negli anni, diversi studiosi dell’ambito psicologico, si sono rivolti all’argomento della sensibilità, ma sempre con una lente di ingrandimento su disturbi e difficoltà che la sensibilità comporta alle persone. 

Sellin rovescia definitivamente questo paradigma, parlando di come una persona accoglie gli stimoli del suo ambiente, solo che lo fa in maniera…sottile! 

La percezione degli stimoli è il criterio dominante e, dato che viviamo in un’epoca in cui si è sottoposti ad un numero sempre crescente di stimoli informativi, la vera rivoluzione sta, appunto, nel cercare di capire “perché” certe persone, rispetto ad altre, sono più percettive, come vivono, quali sono i problemi ma anche i vantaggi di questa singolare caratteristica. 

Argomento a lungo ignorato dalla scienza, la sensibilità si aggancia agli studi di psicologia dello sviluppo di Jerome Kagan. Egli riteneva come certi individui hanno delle caratteristiche di personalità specifiche fin dall’infanzia e che questo temperamento si mantiene tale per tutta la vita. Quindi, ipersensibili si…nasce e si stima sia “solo” il 15-20% della popolazione, quindi una sorta di eccezione. 

All’inizio di questi studi (E. N. Aron; J. Kagan) si identificavano gli ipersensibili come persone iper-reattive, definizione al tempo molto più in voga. La domanda principale è stata a lungo se questa caratteristica fosse da ritenere un vantaggio o uno svantaggio per la Vita di una persona

E la risposta, definitiva, è arrivata. Non si tratta di vantaggio o di svantaggio:

l’ipersensibilità è una dote. Chi percepisce con maggiore sensibilità di altri è potenzialmente in grado di trarre dalla vita più gioia, più piacere e più ricchezza interiore. E può avere anche ripercussioni sul successo dell’individuo. (pag. 17)

L’altro aspetto importante di questo essere sottili è che sembra si tratti di una combinazione di geni (temperamento) e di influssi ambientali, riconoscendo le teorie epigenetiche, secondo le quali è l’ambiente sociale che attiva e disattiva i geni!

Questo costrutto vale sia che si sviluppi una forte “irritabilità”, sia che si sia alla ricerca di forti emozioni, perché spesso gli ipersensibili hanno una natura interna contradditoria. Essi alternano periodi in cui riescono a sopportare pochi stimoli, e momenti della vita in cui sembrano non averne abbastanza (high sensation seeker).

In generale chi è “sottile” vive una conflitto interiore tra una parte di sé che tende a chiedere troppo, e una chiede troppo poco. 

Insomma, si tratta di un temperamento piuttosto…estremo! 

 

Quando diventa un problema? 

L’ipersensibilità permette di certo di vivere meglio, di avere una visione d’insieme più ampia e profonda delle cose, di essere più attenti di altri e quindi di evitare prima i pericoli (lo stesso vale per il regno animale)…ma quando da vantaggio diventa un problema? 

Quando l’ipersensibilità diventa una lotta contro sé stessi. Quando vuole essere nascosta di fronte a frasi del tipo “ma la smetti di essere cosi sensibile?” e quindi quando c’è bisogno dell’approvazione altrui, per sentirsi parte di una comunità ed accettati. 

Uno dei rischi maggiori per un iper è la rinuncia al proprio punto di vista, soprattutto in Occidente, dove la società è stata plasmata per anni con la logica aristotelica in cui le situazioni di paradosso, che magari possono avere due o più vie di interpretazione, non sono concepite e per questo non si ammettono contraddizioni. 

Il secondo rischio, che in qualche modo si lega al primo, è la rinuncia a percepire sé stessi dalla prospettiva altrui che tradotto significa non essere più focalizzati sul proprio corpo. Gli iper rischiano in questo modo estraniazioni dalla società , la non accettazione e quindi di diventare dipendenti dai giudizi e dall’opinione altrui. 

Esistono delle circostante che aggravano questi due rischi, che l’autore fa risalire, manco il caso di dirlo, al periodo dell’infanzia:  

  • Adattamento ed ostilità nei confronti del proprio corpo; 
  • L’atmosfera famigliare di “pericolo” e di insicurezza; 
  • La mancanza di limiti, le regole poco chiare e i messaggi che si contraddicono;
  • L’abuso psicologico e la monopolizzazione;
  • Gli irretimenti sistemici, ovvero il fatto che per un bambino iper è più importante l’armonia della famiglia che il suo stesso benessere; 

Questo elenco di circostanze, denotano, come spesso accade che figli di genitori ipersensibili diventi a loro volta le “vittime inconsapevoli” di una ereditarietà fatta di problemi irrisolti e di mala gestione delle sfide della vita, che li rendono a loro volta ipersensibili ed incapaci di gestirsi. 

E’ un pò il caso dei bambini maschi: in una società che predispone “modelli di Uomo”, inaccettabili, essere sensibile riporta a femminilità o, addirittura, ad incapacità procreativa. Nulla di più falso, ovviamente: essere uomini, non significa di certo essere insensibili. Anzi, al contrario. E che dire delle donne? L’attenzione alla loro ipersensibilità spesso comincia solo nel momento in cui si mostrano i lati negativi di questa caratteristica spiccata: l’irritabilità, la suscettibilità, le malattie, gli sbalzi d’umore, le arrabbiature e gli atteggiamenti capricciosi. L’autore gli chiama “prezzi del sacrificio” (pag. 43) che esse sono costrette a pagare per aver sempre dato ragione agli altri, dopo aver rinunciato a loro stesse. 

Cosa fare quindi, se si è genitori di un ipersensibile? La prima cosa da fare è…rispettare tale caratteristica perché non è da tutti. Evitare di incasellare il figlio, o la figlia, in un modello soffocante di “come dovrebbe essere” (ingiunzioni) ed aiutarlo/a ad evolvere come persona sfruttando questa dote, invece di condannarlo ad essa. Molto spesso sento genitori allarmati dire “mio figlio è troppo sensibile”. A che pro essere allarmati? Bisogna insegnarli a dirigere bene la sua percezione della realtà.  

 

Funzionare da ipersensibili: dirigere la percezione

Secondo il pastore evangelico svizzero e psicologo Eduard Schweingruber (1934), per imparare a dirigere la percezione dell’ipersensibile bisogna: 
  • rinunciare a ciò che non è proprio; 
  • fare una “dieta delle esperienze” conducendo una vita sobria
  • dedicarsi a qualcosa di più grande della propria persona;
  • vivere cominciando sempre “da zero”, cioè metabolizzare gli eventi ma tornare sempre a sé stessi; 
  • fare ginnastica e rilassamento, per mantenere lo stato vitale; 
  • mantenersi nel qui-ed-ora con rilassatezza e concentrazione; 

Si tratta di semplici regole di autoeducazione per svolgere una vita consapevole e serena, valide ancora oggi, soprattutto in un’epoca carica di informazioni e costante ansia da prestazione. 

L’ipersensibile soffre quando non riesce a selezionare gli innumerevoli stimoli che vengono dall’ambiente sociale, professionale e privato. L’auto-sabotaggio riguarda proprio questa costanza di aspettative, prestazioni e necessità, quasi patologica, di realizzazione personale. 

Tuttavia, è la percezione (di cui ho parlato in questo articolo) che distingue un iper da una persona “normale”. Gli iper dovrebbero tenersi di più, fare una dieta delle quantità, procedere sempre ad una rielaborazione, chiarificazione e un rafforzamento del Sé prima di venire di nuovo a contatto con il mondo esterno. E’ il caso in cui la stessa percezione indebolisce, invece di rinforzare e di conseguenza ne va di mezzo l’autostima. 

La percezione viene considerata e vissuta come un processo passivo, anche se non è tale. la percezione è un atto attivo, che può essere modificato attraverso decisioni consapevoli. Potete imparare a regolare la vostra modalità percettiva. (pag.57) 

Il concetto di percezione è quindi molto relativo. Il cervello umano registra stimoli astratti e con essi crea quelle che vengono chiamate “impressioni sensoriali della realtà”, filtrando solo quello che ritiene più importante. Stiamo parlando di un atto attivo tuttavia soggettivo che definisce la realtà e può creare delle trappole mentali e una intensificazione degli stimoli sgradevoli. 

Essere centrati su se stessi è necessario per una percezione consapevole: chi non ha percezione di Sé, orienta la propria attenzione verso l’esterno e disperde energia psichica. Per questo, i buoni e vecchi limiti hanno questa funzione: creano i confini di un territorio da difendere. 

Essere limitati, è il secondo aspetto della percezione che può aiutare l’iper a gestire la sua caratteristica. Sembra una considerazione controtendenza, soprattutto in quest’epoca, in cui una continua narrazione no limits, ci influenza nel pensare alle nostre possibilità come illimitate. Ovviamente, non è così. Possediamo tutti delle risorse, che sono le nostre potenzialità, ma devono essere utilizzate nella “giusta misura” ed incanalate rispettando i nostri limiti fisici e mentali. Per fortuna sia il nostro corpo che la nostra mente, conosce benissimo i nostri limiti. Quindi se esageriamo, sarà lui a darci uno STOP! 

Dosare l’empatia, è il terzo aspetto per preservare una percezione della realtà utile all’ipersensibile. Sembra quasi un suggerimento ad essere più cinici, e forse lo è, ma si tratta di una questione più legata al “dosare bene le energie”, cosa che normalmente gli iper non fanno, soprattutto quando si parla degli altri. Limitarsi nelle azioni verso gli altri, al contrario, ci fanno incontrare gli altri. Nel Counseling, ad esempio, il cui lavoro si basa anche su una buona dose di sensibilità nei confronti del prossimo, non sarebbe possibile aiutare qualcuno se non si utilizzassero dei “limiti di tempo”, un “numero definito di sessioni” e un “obiettivo di lavoro”.  

 

Vivere meglio la quotidianità

Abbiamo visto come imparare a centrarsi su sé stessi e a definire i propri limiti operando un controllo sulla percezione sono i presupposti fondamentali per non considerare l’ipersensibilità un peso, ma una dote per vivere meglio. Pertanto, per vivere meglio la quotidianità, è utile iniziare a influire attivamente su abitudini e schemi emotivi, per non trovarsi in balia degli stimoli esterni. 

L’autore suggerisce questi passaggi: 
 
  • Sviluppare la resistenza allo Stress, ridurre adrenalina e favorire l’ossitocina;
  • Non fidarsi della propria testa (cioè dei propri pensieri);
  • Riconoscere i propri bisogni ed anteporli a quelli degli altri; 
  • Affrontare i conflitti (interni ed esterni); 
  • Scegliere consapevolmente una professione che sia la più adatta (per evitare burnout); 
  • Selezionare con cura i rapporti sociali per evitare il ripiego in sé stessi;
  • Vivere un rapporto di coppia con la giusta “distanza” emotiva; 
  • Vivere la propria forma di spiritualità. 

Nel Counseling, così come nelle terapie, è utile parlare con il cliente della propria sensibilità dandoci un confine e creando consapevolezza. Non c’è un modo per “trattare” l’argomento, perché come abbiamo capito non si tratta di un disturbo. Tuttavia, può portare a disturbi, anche gravi. I due accorgimenti principali sono sicuramente sciogliere i nodi che non consento all’ipersensibile di vivere una quotidianità felice e piena, lavorare con la sua interiorità e sul suo mondo esterno fatto di relazioni, stimoli, risposte ed attivazioni. 

 
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