Quando la coppia non è…sola. Riflessioni sulla interferenza genitoriale

Non ho parlato con mia suocera per 18 mesi. 

Non volevo interromperla.

Ken Dodd

 

La coppia e le interferenze 

L’unione fa la forza, dicono. 

Ma è sempre così? 

Prendo spunto questa volta da un articolo molto interessante letto nel blog di Davide Algeri, psicologo e psicoterapeuta esperto in relazioni coppia, in cui approfondisce – a mio avviso in modo magistralmente “pratico” – la questione della coppia che si trova a che fare con le pressioni e  le pretese dei genitori, che lui ha chiamato elegantemente interferenze genitoriali. 

Per interferenze genitoriali si intendono tutti quegli eventi reali creati dalle famiglie di origine che, all’interno di una coppia, possono produrre tensioni psicologiche, attriti tra marito e moglie, litigio e, addirittura, separazioni. 

L’autore riporta alcuni dati ISTAT secondo i quali, in percentuale, la nostalgia dei genitori è causa nel 31% dei casi di attriti tra i coniugi (o i conviventi), peggiorato al 27% dall’invadenza (fisica e psicologica) dei genitori all’interno della dimensione di coppia. 

Una percentuale così alta consegna – in media – la dimensione del fenomeno dell’interferenza e dipende, per il suo scatenarsi, dalle relazioni che sono state coltivate in famiglia durante tutto il periodo della crescita della persona prima di emanciparsi dalla famiglia d’origine. 

In altri termini, in base alla tipologia di attaccamento (Bowlby, 1967), su cui ho scritto un articolo che puoi leggere qui la moglie e/o il marito, il compagno o la compagna, daranno importanza al nido famigliare a seconda che la tipologia di affezione alla famiglia di origine abbia coltivato un attaccamento sicuro o insicuro. In caso di attaccamento sicuro non c’è particolare pericolo di interferenza, la cosa viene gestita. L’educazione impartita prima al bambino e poi all’adolescente, trasmette fiducia nei confronti del mondo esterno, dandogli la possibilità psichica di ritenersi capace di affrontarlo da solo, imparando dagli errori, costruendo resilienza di fronte alle difficoltà normali dell’esistenza e dialogando in maniera costruttiva con gli altri che a loro volta sono fonte di aiuto, non solo di disagio.  

I problemi, invece, sorgono quando siamo di fronte a coniugi con una educazione insicura, che prevede per definizione il contrario della sicurezza e dell’indipendenza. 

Il mondo è un nemico, o comunque un luogo non agevole, e quindi la farebbe da padrona l’apprensione, il controllo, il report (concetto da me coniato, in questo istante, ma che rende bene l’idea di dover fare periodicamente un rapporto dettagliato di ciò che accade alla madre o al padre, pur trattandosi di questioni intime e personali) e l’ansia di fronte alle situazioni. 

Perciò, l’apprensione è la grande madre delle interferenze, che da essa si originano e provocano spesso un circolo vizioso di controllo, mascherato da protezione, di costruzione di senso (pericoloso) del mondo e di una presunta incapacità del figlio di risolversi i suoi affari da adulto. In tutto ciò, ci sta una sfiducia e un narcisismo personale non risolto: il figlio, sposato o accompagnato, deve ricevere il “benestare” di chi lo ha generato perché “solo io” (madre, padre) so cosa è bene per lei/lui, in qualsiasi fase della sua vita. 

E poco importa che, nel frattempo, questa persona abbia compiuto dei passi importanti nella vita, come aver ottenuto il lavoro dei suoi sogni, una casa, figli che vanno a scuola e altre cose che definiscono, nella nostra società, la realizzazione media di una persona adulta. 

E’ importante, a mio avviso, rendersi conto che agiscono quotidianamente questi meccanismi “sociali” per due ragioni fondamentali. Prima di tutto perché hanno una origine psicologica che spesso ha, a sua volta, origine da una esperienza traumatica non elaborata (come può essere la malattia del figlio, la perdita del padre o la sua assenza, etc.) e, in seconda battuta, perché spesso non possiamo fare a meno di avere relazioni con la famiglia di origine, sia per ragioni pratiche (come l’accudimento dei figli quando non sono a scuola, le commissioni, le finanze, etc.) sia per ragioni più emotive e sentimentali, perché ad essi siamo ancora legati e gli vogliamo bene.  

 

 

Cosa può alimentare le interferenze dei genitori?

In linea teorica, quindi, le interferenze della famiglia di origine possono essere tossiche per l’individuo perché sono frutto di un concetto fondamentale, importante, legate allo stile di attaccamento, ovvero

Sfiducia nelle proprie capacità e immensa fiducia nella capacità dell’altro. 

Questo approccio, genera in molti casi sistemi di nevrosi ed interruzioni del ciclo del contatto, come si dice in Gestalt, che prende il nome di confluenza. La confluenza è una interruzione nevrotica del contatto tra il soggetto e il mondo esterno che agisce sulla capacità di autodeterminazione: le persone confluenti, sono tali perché troppo dipendenti l’uno dall’altro, al punto di risultare una persona unica, non più due entità separate e con una propria soggettività. Ovviamente, qui siamo di fronte a casi abbastanza estremi che, ancora una volta, nascono spesso da traumi infantili o da condizioni molto particolari. Per onestà intellettuale, devo dire che esistono forme di confluenza anche positive, come le squadre di calcio o i gruppi di preghiera, dove le individualità si fondo al fine di uno scopo. Tuttavia, nelle confluenze negative, l’unico obiettivo (anche non voluto) è l’annullamento della soggettività dell’altro, dei suoi desideri, dei suoi talenti e delle sue capacità. Come detto prima, immensa sfiducia Vs. immensa fiducia.

Ci sono tuttavia dei fattori, secondo Algeri, che contribuiscono a determinare la persistenza, o meno, delle interferenze: 

1) il bisogno di aiuto, quando è lo stesso figlio che chiede aiuto alla mamma o al papà, che a loro volta si sentiranno autorizzati (dal figlio/a) ad esprimere sempre una loro opinione, anche quando non è richiesta. Il bisogno di aiuto è pericoloso nel senso che, in casi estremi, i componenti della famiglia di origine diventano “sostituti” dei partner, e quindi creare internamente una esclusione; 

 

2) la nascita di un figlio, che oltre ad essere una benedizione per genitori e nonni, quando questi ultimi si trovano nella situazione di fare da babysitter, anche per tempi molto prolungati, il rischio è che si inseriscano anche nelle dinamiche di coppia, non rispettando spesso i tempi e i modi della famiglia; 

 

3) la dipendenza economica, è ben spiegata nel caso di coppie che decidono di accasarsi o di avere figli senza aver raggiunto prima una indipendenza finanziaria che gli consenta di farlo, e quindi ricorre costantemente alla famiglia di origine. Questo comporta una presa di posizione da parte della famiglia di origine, e una giustificazione al controllo, nascosto sotto il nome di responsabilità.   

 

Le conseguenze delle interferenze sulla coppia.

E’ ovvio che stando così le cose, le interferenze della famiglia di origine, quando sono portate all’estremo, portano a delle conseguenze che spesso provocano delle rotture nella coppia. Algeri, riporta dalla sua esperienza alcune di queste. 

1) Incolpare il partner, forse la conseguenza più diffusa e anche la più distruttiva. Come una specie di palla di neve, può essere l’inizio di una valanga. La colpa viene assegnata sia al partner che alla famiglia di origine.

 

2) Esclusione del partner, la seconda conseguenza più diffusa, quella di tipo emotivo. Si tratta di una percezione, anche se molte volte è una realtà psichica per chi ne soffre. Di solito capita quando si è in presenza di un attaccamento/insicuro portato all’estremo della morbosità. Le famose 15 telefonate al giorno, quando magari il figlio sta male. Impostare una comunicazione in questo senso, fa sentire il partner escluso, non valutato, spesso escluso e se padre o madre, che la sua voce in capitolo arriva dopo un consulto esterno con la famiglia di origine. Si può sperimentare gelosia o estraniazione. Senso di vuoto e di inutilità. Sfiducia. 

 

3) Sostituzione di ruolo, caso che accade quando un nonno diventa il babysitter e in quanto tale, si sente in diritto di dire la propria versione su ogni fatto accade in famiglia. Avviene una inversione di ruolo: il nonno o lo zio non sono più tali, sono dei genitori sostitutivi. Lo si capisce quando, bonariamente, si sente dire “è come se fosse un figlio per me”. Ecco, in questo caso bisogna rizzare le antenne e rendersi conto che c’è qualcosa che non va. 

Tutti gli eventi descritti qui, ovviamente non sono da intendere come definitivi o uguali per tutte le coppie. A mio avviso, esistono dei livelli di intensità che spesso dipendono  anche dal rapporto personale che si instaura con la famiglia di origine, una volta che avviene un distacco del figlio per crearsene una sua di famiglia. 

In altri termini: non tutte le suocere sono irrimediabilmente dittatori di senso, quando si tratta di una rapporto di coppia, e può non esserci cattiveria o malizia, ma semplicemente un modus operandi assodato, che fatica a cambiare quando si comincia ad avere una certa età anagrafica. 

E quindi, va da sé come sia la consapevolezza della coppia, che diventa l’ago della bilancia non tanto per evitare queste interferenze, ma per gestirle e contenerle, prima che diventino patologiche e ci si debba rivolgere ad uno psicologo per risolverle. 

 

 

Come uscirne? Alcuni suggerimenti pratici

La questione quindi, è molto pratica. E l’autore suggerisce alcune “manovre sociali”, chiamiamole così, per arrivare a comprendere e gestire le interferenze. Aggiungo che la questione delle interferenze genitoriali può risultare difficile e a tratti fastidiosa, ma se non ci fossero proprio, e la famiglia di origine fosse totalmente assente dalle nostre vite, sarebbe un bene e si risolverebbero i problemi? 

Ovviamente, dobbiamo essere onesti, non è così. Perché le famiglie di origine sono, e saranno sempre, comunque un aiuto anche gratuito e disinteressato per l’economia di una coppia. Non è indispensabile, perché di soluzioni alle cose ce ne sono tante come possiamo intuire, ma utile. E questa utilità data con il cuore, merita un minimo di attenzione personale, la comprensione e soprattutto una gestione che vada bene a sé stessi e agli altri, senza escludere nessuno. 

Algeri, suggerisce, alcuni consigli pratici che chiamerei “generali”: 

1) Fare squadra con il partner. Se la situazione non è già molto compromessa (e ci siano di mezzo separazioni), fare squadra, ovvero essere in due a gestire la cosa, è meglio che essere da soli o sentirsi tali. Litigare può essere risolutivo per lo sfogo di rabbia e frustrazioni, ma a lungo termine può diventare “La guerra dei Roses” e non portare da nessuna parte. So che è più facile dirlo che farlo, ma creare un clima di collaborazione (anche artificiale, per dire) e uno spazio di ascolto attivo tra i due membri della coppia, può essere molto utile. Insomma, se ne parla. E se non si riesce a farlo da soli, si contatta un esperto di relazioni di coppia, come può essere un Counselor Professionista o uno Psicologo relazionale. 

 

2) Cercare di mettersi nei panni dei genitori/suoceri. Qui siamo ovviamente ad un livello di comprensione un pò più alto del normale, e richiede allenamento e conoscenza. Cosa significa? Che bisogna dargli ragione? Assolutamente, no. Per molti genitori il figlio o la figlia che abbandonano casa è motivo di sconforto e perdita di senso. Se prima la loro vita era finalizzata all’accudimento, anche morboso per carità, del figlio, quello che accade poi è psicologicamente inteso come una privazione. E tanto più il figlio ha avuto magari dei problemi in gioventù, più questo meccanismo è incancrenito nella menta dei suoceri al punto da generare in loro sentimenti di gelosia, solitudine e nostalgia.  

 

3) Porre dei limiti. In Gestalt, si parla spesso di confini. Il miglior modo è “fare notare” quando si sta superando una certa soglia. Oppure far capire che certi gesti non sono graditi, che disturbano, che non sono appropriati e via dicendo. Faccio alcuni esempi: le telefonate dopo le 22 o mentre si cena, le improvvisate in casa senza avvertire, i regali al figlio senza chiedere il parere ai genitori. E via dicendo. Di fronte ai limiti, molto spesso la reazione sarà un “chi se ne frega, faccio quello che voglio”, da parte del suocero. Reazione normale, a cui un padre e una madre hanno il dovere morale, per mantenere l’equilibrio di coppia, di riequilibrare con un “non è proprio così, ma se vuoi ne parliamo”. Mai essere perentori, in ogni caso, perché la perentorietà genera molto spesso conflitto. Quando si pongono dei limiti i passaggi richiesti prevedono sempre la comprensione, la spiegazione e una attuazione. Insomma: inutile porre dei limiti valicabili. Sarebbe come dire che un “no è un no, non un forse anche sì”. 

 

4) Stabilire o Ristabilire i ruoli. Una nonna è una nonna. Un nonno, un nonno. Un padre, un padre. Una mamma, una mamma. Cosa significa? Che per quanto ne siamo consapevoli, non dobbiamo dare per scontato che lo siano anche gli altri, per i meccanismi già visti. Ricordarlo, assertivamente, è utile sia alla coppia che alle famiglie di origine. 

 

5) Mettere in primo piano il partner. Spesso difficile, lo sappiamo bene, tuttavia risulta uno sforzo interessante da fare. Quando si decide di essere una coppia è normale e sano, staccarsi dalla propria famiglia. Ma non per forza andare ad abitare a 1000 KM di distanza, ma mettere una distanza, anche fisica tra “loro” e “noi”. Questo comporta delle rinunce e dei sacrifici, indubbiamente, ma saranno ripagati. Mettere in primo piano un membro della coppia rispetto alla madre o al padre significa attribuirgli valore, rispetto ed essere sinceri anche quando le cose non vanno come si spera e si ha bisogno di un aiuto. 

In conclusioni, abbiamo visto quelle che sono le interferenze delle famiglie di origine, non per demonizzarle ma per renderci conto (cioè prendere consapevolezza) che esistono, che sono diffuse, che non sono tutte “gravi” e che richiedono attenzione e una buona dose di azione.

In questo modo la coppia ha più possibilità di sopravvivere a lungo. 

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