Istruzioni per rendersi…infelici! Teoria e tecniche dell’infelicità secondo Paul Watzlawick

La ricerca dell’infelicità, riesce sempre. 

Marthy Rubin 

 

Prima di tutto: cos’è (davvero) l’infelicità?

“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in quello stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità […]” 

Comincia con le parole di Friedrich Nietzsche il saggio dello psicologo Paul Watzlawick, “Istruzioni per rendersi infelici”, volendo con esso ottenere una sorta di “benedizione filosofica” a giustificare questo controverso testo che, a differenza di altri sui generis in cui si parla di comunicazione efficace e di crescita personale, per rendersi “ovviamente felici”, la direzione è spiegare il motivo per cui gli uomini, invece, sono spesso infelici. 

Lo stesso Nietzsche asseriva come gli uomini non sopportano una serie di giorni felici e quindi, spesso, la ricerca della felicità, quando non è strumentalizzata, crea l’effetto opposto: una profonda infelicità. Riguardo all’essenza della felicità, infatti, ci sono da sempre opinioni molto diverse. Allo stato attuale, quando si parla di FELICITA’ si devono tenere presente almeno 289 interpretazioni diverse (Terenzio Varrone) e quindi, al di là delle ovvie definizioni generiche in merito, l’autore fa presente come anche nella storia della letteratura universale, le materie delle grandi creazioni sono guerre, tragedie, catastrofi, crimine, follia, colpe e pericolo.

Insomma, cosa saremmo noi senza la nostra INFELICITA’? (pag. 11)

Una domanda provocatoria, senza dubbio, perché nessuno ammetterebbe mai che ci impegniamo per essere infelici tanto quanto per il suo contrario; solo che a differenza della ricerca della felicità, la ricerca di una piccola (e sopportabile) infelicità è più a portata di mano, più “fattibile” e quindi più normale. Dice l’autore, come diventi proprio una questione di numeri: sono in molti ad avere consapevolezza della propria infelicità. 

E’ necessaria, però, una certa competenza per allenarla tutti i giorni. 

In merito a questo, se ci pensiamo bene, l’intera società si costruisce come “significato politico” sull’infelicità e sui drammi. Lo stesso Stato Sociale esiste per assistere il cittadino from the cradel to the coffin (dalla culla alla bara), con la scusa di lavorare alla sua felicità assistita, che presupponga l’inettitudine sociale del cittadino, la sua indigenza e, appunto, che provi una certa infelicità che avrebbe bisogno di supporto istituzionale. 

In altri termini, l’infelicità vista sotto questa luce, è sia una condizione umana “naturale”, sia un apprendimento sociale: tutti possono essere infelici (condizione) ma è rendersi infelici (apprendimento) che va imparato. 

L’autore, provocatoriamente, ci insegna l’apprendimento dell’infelicità.

 

Prima di tutto: sii fedele a te stesso

E’ il principio secondo cui si può vivere in conflitto con il mondo e quindi con il prossimo. Forse la vera madre della nostra condizione di infelici cronici. A questo va aggiunto il fatto che ci si può creare l’infelicità anche dentro di noi, nella nostra mente, quando ci si rivolge virtualmente agli altri (al partner, al capo, alla madre o al padre) che vengono eretti a causa di ogni male e per questo ci si aggrappa all’unica punto di vista valido, che risulta essere…il proprio. 

In molti percorsi di crescita persona, si fa spesso ricorso a questa frase: dare giustizia a sé stessi. Che è sacrosanta e…vera. Tuttavia, quello che questo autore non vuole omettere è l’altra faccia di questo assunto, ovvero: che dare giustizia “solo” a sé stessi esclude, a priori, la presenza dell’altro, della stessa società, e quindi implicitamente genera conflitto e molto spesso incomprensione. 

In altri termini, questa auto-centratura, questa autoreferenzialità morbosa, questo narcisismo patologico costante, che ci è stato insegnato, finisce per renderci più infelici di prima, perché aiuta il nostro isolamento. 

Ancora: essere maturi nella nostra società, significa, saper fare ciò che è giusto, anche se può risultare controcorrente rispetto alle regole; la cosa che mi diverte è come questo senso di giustizia e di maturità, tanto promosso dalle nostre regole sociali e da quelle non scritte della quotidianità, alla fine finisca per essere la primaria fonte di infelicità istituzionalizzata. Quindi, per essere infelice, basta solo essere totalmente fedele a sé stessi, seguendo le regole del quieto vivere sociale che fanno cadere l’uomo, costantemente, in contraddizione. 

Un ottimo investimento, insomma.


Seconda istruzione: gioca con il passato

Un secondo infallibile metodo per rendersi infelici è sicuramente riferirsi con una certa regolarità alle questioni del passato. L’autore riporta alcune metafore che possono essere interessanti per comprendere questa istruzione. Mi limito a riassumerle, in base all’insegnamento che ne ho voluto trarne:  

  • l’esaltazione del passato (o delle relazioni amorose). Si intende ricordare quello che c’era, resistendo alla memoria di quello che realmente è accaduto, agli amici che parlano della vostra relazione amorosa come “malata”, senza conoscerne tutti i risvolti fino in fondi. La perdita dell’amato, in questo, ovviamente addolora e quindi ritrovarsi sarebbe una gioia immensa! E quindi, l’infelicità si costruisce con questo schema: isolamento in casa,  rimanete vicino al telefono, in attesa del momento felice di quando vi richiamerà. Esaltare il passato significa esserne dipendente. Esattamente il contrario del cambiamento consapevole. 

  • la moglie di Lot. Con la fedeltà al passato, non rimane molto tempo per dedicarsi al presente. Il suggerimento dell’angelo a Lot (Gen. XIX, 17 e 26) di fuggire, di non guardarsi indietro per non morire, fece di Lot una statua di sale perché, appunto, si volse. E’ quando ci rivolgiamo sempre indietro che aumentiamo la nostra infelicità e, come nella Genesi, ci immobilizziamo e diventiamo statue di sale: immobili, aridi e fragili. Guardatevi indietro, anche su consiglio opposto, e vedrete che sarete sempre infelici.  

  • il bicchiere di birra. Concetto interessante ripreso da un vecchio film di W. C. Fields, in cui si parla del decadimento di un giovane che non sa resistere dal bere il suo primo bicchiere di birra. Una metafora per dire che di molti comportamenti del passato infantile ci si sente colpevoli, ma lo si sarebbe dovuto sapere allora, perché ora è troppo tardi, e il passato non si cambia. Rimane. Si è sempre vittime dei propri sbagli, anche se non sempre questo può generare traumi ed infelicità. La vera infelicità nasce quando reputiamo il passato fonte del bene a tutto vantaggio dell’infelicità del presente. Quando attribuiamo troppa importanza al non aver bevuto quel dannato bicchiere di birra, insomma.   

  • la chiave perduta. Quando un ubriaco sta cercando qualcosa sotto un lampione, e un passante gli chiese cosa stesse facendo, l’ubriaco gli rispose che stava cercando la sua chiave persa nel buio, lontano dal lampione. Alla domanda del passante: “scusa, allora perché cerchi dove sei sicuro di non trovare?”, l’ubriaco risponse:”perché qui c’è più luce”. E’ quando una ricerca non porta a niente, se non ancora lo stesso, che si prepara la catastrofe. Quando i  nostri ostinati comportamenti, i nostri adattamenti e soluzioni del passato, vengono reputati gli unici possibili e ancora peggio modelli veri e propri di comportamento che puntano alla sopravvivenza. E’ come utilizzare una soluzione, per incrementare il disagio. Quindi, l’istruzione dice questo: incaponisci te stesso a fare cose senza senso, o dal sicuro fallimento, perché segui una tua forma logica, e sarai sempre infelice. Provare per credere! 

 

Terza istruzione: esercitati nell’infelicità, essa non viene da sé, bisogna proprio lavorarci!  

La condizione infelice dell’uomo quindi ha a che fare con l’indispensabile fatto che la mano destra non sappia quello che fa la sinistra, quindi con una sorta di mancanza di consapevolezza, anche se non è solo questo il punto. In caso, invece, di consapevolezza allora il buon Watzlawick riporta alcuni esercizi pratici per rendersi infelici. 

Cominciamo.  

  • 1° esercizio: sedetevi su una poltrona comoda, chiudete gli occhi e immaginate di addentare un succoso limone maturo. Con molta pratica sarete infelici, perché non avrete per le mani il vostro limone, ma solo tanta acquolina. 
  • 2° esercizio: sempre stando seduti, concentratevi sulle vostre scarpe. Dite a voi stessi quanto sia scomodo indossare delle scarpe, diventando consapevoli di altri fastidi, bruciori, sfregamenti, caldo e freddo. Ora alzatevi dalla poltrona e andate in negozio per acquistarne di nuove. Indossatele, e rendetevi conto di quanto siano scomode perché nuove. Esattamente come le altre.
  • 3° esercizio: sempre rimanendo seduti, guardate fuori dalla finestra. Accorgetevi, dopo un pò, che cominciate a vedere tanti piccoli puntini rotondi che, mantenendo fisso lo sguardo, diventano sempre più grandi. Cominciate allora a considerare la possibilità che si tratti di una grave malattia oculare. Andate quindi dall’oculista, il quale vi spiegherà che sono solo innocue mouches volantes, che capitano a tutti. Cominciate allora a considerare l’altra possibilità ancora più nefasta: che l’oculista non vi voglia informare della vostra grave malattia. 
  • 4° esercizio: se la questione delle macchi volanti dagli occhi non vi convince, andate in una stanza chiusa, insonorizzata. Vi accorgerete dopo un pò di sentire un ronzio, un leggero sibilo. Preoccupatevi per bene, e andate dal medico. Il quale vi dirà che non è nulla di che, ma un semplice e normale tinnitus. A questo punto, meglio che prendiate un prontuario medico o, ancora meglio, facciate una bella ricerca in internet per iniziare a preoccuparvi di tutti i sintomi legati proprio al tinnitus. 
  • 5° esercizio: ora che siete abbastanza preoccupati, passiamo al livello successivo. Prendete l’auto e iniziate a guidare. Arrivate ad un semaforo verde. Senza fermarvi proseguite, però pensando che quel semaforo diventerà giallo non appena varcherete la linea di stop, e che le possibilità di un incidente in questo modo possono aumentare. Dovete assolutamente resistere alla voce della ragione, quella che invece vi dice che, anche se fosse, l’intervallo di tempo che trascorrerà dal verde al giallo vi permetterà di liberare l’incrocio prima del fatidico incidente. Cominciate comunque, senza ragione, a pensare che forze oscure bramano sulla vostra incolumità psicofisica. Lo stesso vale se doveste trovarvi in coda alle poste, e la vostra coda è più lenta dell’altra proprio quel giorno in cui avete fretta. 
  • 6° esercizio: ora, siete consapevoli che forze oscure vogliono eliminarvi. Ora è la vostra mente che crea continue connessioni infauste. Le stesse che vi faranno controllare cinque volte il gas prima di uscire, o se avete chiuso bene le finestre, perché sentite un certo odore quando tornate e la tenda non era scostata quando siete usciti! Sicuramente c’è stato qualcuno durante la mia assenza, vi direte. Escludendo a priori che l’odore di gas potrebbe in realtà provenire dal vicino e la tenda si fosse scostata a causa del vento. 
  • 7° esercizio: una volta presa consapevolezza che stia davvero succedendo qualcosa di sospetto, è il momento di coinvolgere parenti e amici.  

 Come avrete sicuramente intuito, i 7 esercizi sono ironici. Tuttavia, sono estremamente reali. L’autore vuole solo farci comprendere come, per arrivare all’infelicità pensata ed agita, ci siano dei comportamenti piuttosto precisi da adottare, dei passaggi quasi obbligati. In altri termini: il 90% della nostra infelicità quotidiana la creiamo noi, tramite questi processi di pensiero. 

 

Altri elementi per raggiungere l’infelicità

In questo approccio, oltre agli esercizi, l’aspirante infelice può utilizzare anche altri sistemi che, se voglio, possono essere più rapidi. Uno fra questi sono di certo gli atti di superstizione, che sono il contrario della visione razionale, che mai può essere così totalizzante come, che so, evitare di fare una determinata cosa in un determinato giorno, il numero 17, la falena in casa oppure un gatto nero che attraverso la strada. Qualcosa mi sta sicuramente dicendo che non è luogo, momento e modo di intraprendere quella strada, fare quella cosa. Tutto cospira contro di me e la mia vita! 

Anche le profezie che si auto-avverano, sono un utile strumento di infelicità. Capita spesso che più ci adoperiamo per evitare qualcosa, più quella cosa ci capita. E’ l’effetto del tentativo di scansare il pericolo. Infine, come diceva George Bernard Shaw “Nella vita esistono due tragedie. La prima è la mancata realizzazione di un intimo desiderio, l’altra è la sua realizzazione” intendendo con questo la costante lotta tra la partenza e l’arrivo di tutte le cose. L’infelicità dove emerge? Nella meta, ovviamente. Non nella partenza o nel percorso. Quindi, è arrivare l’altro elemento importante per il raggiungimento dell’infelicità. Nella nostra società il verbo si usa come criterio di valutazione di successo, potere, soldi, approvazione e rispetto per sé stessi. Ciò rende inevitabilmente delle persone felici, rispetto alla metà, ma tremendamente infelici rispetto al percorso – il più delle volte faticoso – che bisogna intraprendere per arrivare, appunto, a quella meta. Con il rischio di fallire, ovviamente.   


Le domande dell’infelicità

Eppure, dice l’autore non finisce qui. Oltre agli esercizi e agli elementi dell’infelicità, essa si manifesta tantissimo anche grazie alle domande che ci facciamo, e che facciamo agli altri. C’è una modalità particolarmente efficace di porre le domande per creare infelicità.

Ad esempio: “Perché sei arrabbiato/a con me?” 

Una domanda di questo tipo presuppone che chi interroga sappia meglio dell’interrogato ciò che a quest’ultimo passa per la tesa e quindi siamo nell’ambito della chiaroveggenza altrimenti detta lettura del pensiero. 

Una meraviglia interazionale. Ed è così efficace perché si può trovare da discutere su vari aspetti che ad essa sottintendono, come lo stato d’animo presente in quel momento, fino ad arrivare ad una sorta di giudizio universale. Questo accade perché la maggior parte della gente va in collera quando gli viene attribuito un sentimento negativo. 

Un altro espediente, spesso in uso nelle coppie infelici, consiste nel fare al proprio partner dei rimproveri tanto violenti quanto vaghi come “se tu non fossi la persona che sei, non avresti neppure bisogno di chiedermelo”. Il meccanismo infelice viene chiamato illusione delle alternative quando al partner si danno sono due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, lo si accusa di non aver scelto l’altra.  

Addirittura psicologi con tanto esperienza non hanno ancora capito come mai abbiamo questa tendenza ad auto ingannarci con questo meccanismo, anche se nei rapporti umani, non solo quelli intimi, è costantemente presente.

 

Le ingiunzioni dell’infelicità

“Sii spontaneo!”

Semplice, no?

Come questa ingiunzione sotto forma di esortazione conduca davvero all’essere spontaneo è un mistero. Essere spontanei, di fatto, obbedendo ad un ordine indiretto è tanto difficile quanto scegliere qualcosa come dormire profondamente dicendoselo (“ora dormirò profondamente”). 

E’ un pò come dire ai propri figli di fare i compiti (comando) e aspettarsi che li faccia volentieri. Il tuo dovere DEVE farti piacere. 

“Sii felice!”

Ancora più semplice, o no? 

Lo si prescriva prima a sé stessi, che agli altri, allora. Se solo fosse spontaneo, come comportamento, una cosa complessa come la felicità. A cui si sostituisce l’infelicità di sapere che per addormentarsi basta volere assolutamente dormire, che per amare basta voler amare, per raggiungere un’erezione basta uno sforzo di volontà, per ricordare basta la pretesa alla spontaneità della memoria. 

E’ garantito, che se ci si concentra su queste ingiunzioni, l’infelicità è assicurata.

 

Conclusione

In conclusione, mi sembra doveroso prendere in prestito le parole di Dostoevskij che nei suoi “Demoni”, un personaggio diceva questa cosa, che credo valga nella valutazione o meno del nostro grado di infelicità, ovvero: 

Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…

La soluzione quindi all’infelicità è di una semplicità assurda: conoscere la propria condizione e rendersi conto che ci sono, probabilmente, più motivi per essere infelici che per essere felici. Siamo solo allenati a vedere la prima parte della questione, mai la seconda. La prima è più comoda, fa parte della nostra quotidianità, del nostro modo di interagire con gli altri, delle nostre abilità al racconto, delle nostre giustificazioni. Tuttavia, se volessimo, a parte modificare il tenore di pensieri e parole, ci renderemmo conto già da subito che, appunto, tutto è buono. Perché è…così. 

 
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