Che cos’è il Senso di Colpa? Il sentimento e la sua soluzione secondo Lucio Della Seta

Bisogna imparare a dire di no. 

Ad essere più egoisti. 

Senza sensi di colpa.

Raffaele Morelli

 

Il senso di colpa tra paura, ansia sociale e accettazione personale

Nel parlare comune, spesso si afferma “l’essere umano è perfetto”, illudendosi che sia proprio così, se non a livello psicofisico. Addolcirei un pò questa affermazione piuttosto in voga, in tal modo: l‘essere umano, per sopravvivere all’ambiente, possiede dei riflessi perfetti ed innati. Una definizione molto più realistica, senza dubbio. 

L’autore del libro che vi presento qui è un noto psicoterapeuta che si chiama Lucio Della Seta. Con una lunga esperienza clinica alle spalle che gli ha consentito di scrivere un bellissimo pamphlet, Della Seta cerca di spiegare, con parole molto accessibili, cosa si intende per stato psicologico del “senso di colpa”. 

Già in premessa, partendo dalle nostre origini più arcaiche egli afferma che, a proposito di riflessi innati, quello umano viene detto nocicettivo e si sviluppa in due grandi sistemi che utilizziamo costantemente nel corso della nostra evoluzione: il dolore e la paura

E qual’è la paura più grande per l’uomo? 

Ricerche hanno confermato che la paura maggiore è associata alla morte e al non valere agli occhi degli altri, quindi alla mancanza di riconoscimento. Questo disadattamento, oltre a non essere così reale (infatti, come dice l’autore che mi trova molto d’accordo, “è raro che le persone si occupino così tanto di noi, ma lo fanno solo di sfuggita e sporadicamente”. La mancanza di riconoscimento è dovuta al tema centrale dell’insicurezza emotiva del valore sociale e della percezione altrui. 

Insomma, se facciamo o meno bella figura e siamo considerati, stiamo meglio…almeno in apparenza.  

Una tale importanza data alla considerazione degli altri è possibile abbia un’origine antica perché fa emergere le due cognizioni “piacere agli altri” e  “comportarsi bene”, che sono da sempre le premesse della sopravvivenza sociale che ci è stata insegnata e che insegnavano i nostri antenati. Essa parte dal presupposto che viviamo in mezzo agli altri, e da alcuni dipendiamo direttamente, e quindi “tenerseli buoni” è una sorta di garanzia per poter vivere discretamente bene,  

Quello che succede nell’ambito del senso di colpa è si innesca un meccanismo tale che, 

[…] la paura di non valere per gli altri diventi col tempo un’emozione autonoma, solo nostra e indipendente dalla realtà esterna. Questo fenomeno ha vari gradi di gravità e, in una certa misura, si manifesta in tutti noi. pag. 15

Quindi, la paura generante il senso di colpa è considerato universalmente l’ostacolo più imponente alla felicità complessiva dell’essere umano, oltre che il nucleo di molte nevrosi. 

Per molti psicoterapeuti, quindi non solo Della Seta, il senso di colpa parte dal lavoro che fanno i genitori con il bambino sulle colpevolizzazioni, ovvero quel metodo usato di regola senza rendersene conto, per far sentire sbagliato qualcuno, allo scopo di ottenere un controllo, un dominio sull’altro, dopo averlo indebolito psicologicamente  creando dubbio sul proprio valore e sulle sue capacità. 

I genitori detengono, infatti, mediante l’uso delle colpe, il potere inconscio e multiforme di far nascere e crescere nel figlio il dubbio e talvolta la certezza di essere inadatto, per propria colpa, ad affrontare con successo le situazioni della vita. pag. 17

E a questo proposito l’autore porta ad esempio la difficile infanzia di Franz Kafka, il quale nei suoi scritti al padre, fa notare come egli non fosse consapevole della sua potenzialità distruttiva dei comportamenti verso di lui, al punto di infierire ferite psichiche sulla stima di Sé. L’autore, anche attraverso l’esempio di un così illustre testimone, afferma come il rendere colpevole un bambino, assieme ai traumi di abbandono, ai padri minacciosi e alle madri fredde, siano i fattori che creano e fanno sedimentare in età adulta il senso di colpa, inibendo l’autostima e radicando queste due condizioni nel futuro adulto.

E’ quindi ovvio che viene a mancare l’accettazione personale, quando vi è 1) rimorso per aver commesso un’azione ingiusta (sempre secondo l’educatore), 2) il sentimento conseguente a una brutta figura, 3) gli stati d’animo di inferiorità e inadeguatezza, 4) la paura di essere aggrediti e/o puniti. 

Ed è proprio il punto 4) quello più importante perché consegna al senso di colpa la sua vera natura, ovverosia che si tratta di una forma di paura con fenomeni di allarme del sistema nervoso autonomo. Ciò che interessa qui è capire, veramente, di “che cosa avere paura”?

Ecco, il senso di colpa è uno stato psicologico misto, composto da diversi sentimenti, emozioni e comportamenti. Si mischiano paura, mancanza di accettazione da parte degli altri, un non reale sentimento di inadeguatezza, ansia sociale e bassa autostima. 

Vediamo ciascun elemento nel dettaglio. 

 

La origini del senso di colpa

Per quanto non mi senta sicuro di questa affermazione, parafrasando l’autore, dubito che si possa nascere colpevoli o responsabili di qualcosa. 
Eppure, questa certezza è condivisa largamente, basti pensare al cosiddetto che le storie bibliche ci hanno insegnato. 
In merito a questo, è stato creato un racconto dai nostri più lontani predecessori, che codifica le regole che attengono al peccato originale in una epoca in cui, dice Della Seta, vi erano ancora molti residui di pensiero infantile che tentavano, in un mondo adulto, di spiegare il perché esistessero abbandono, sofferenza e morte. 
In buona sostanza, chi ha creato il primissimo senso di colpa sotto il nome di peccato originale, possedeva menti elementari e lo ha fatto allo scopo di creare delle regole di convivenza facile da capire per tutti ed ottenere un controllo sociale. 
Secondo il pensiero Cristiano. Ma non solo. Diverse religioni istituzionalizzate hanno utilizzato lo stesso metodo. 
Come possiamo immaginare, di vero (nel senso di reale), ovviamente, non vi era nulla. Tuttavia quello che conta qui non è un processo alla storia del pensiero o alle religioni, ma un comprendere storicamente da dove nasce il senso di colpa e quale sia la sua derivazione sociale. 
E la risposta è che il senso di colpa deriva dai miti. La cosa interessante è che tale ricerca nei miti di una storicità, si riferisce non solo a quello che conosciamo noi come “peccato”, ma è presente anche in tradizioni semitiche, iraniane, indiane, africane, tibetane, nepalesi, australiane e americane (Theodor Reik). 
Reik, afferma come il senso di colpa sia una forma di trasgressione determinata da un errore, una negligenza, una dimenticanza e i miti lo confermano, con degli elementi comuni; 1) i nostri progenitori conducevano un’esistenza felice, libera da affanni e sofferenza, in piena armonia con Dio; 2) l’idillio ebbe fine quando avvenne un atto offensivo nei confronti della divinità; 3) Dio, allora, a causa di quell’atto, scaccia le sue creature, abbandonandole. Sostituendo la parola Dio con le parole “madre” e “padre” (cosa che potremmo anche evitare di fare, visto che spesso ci si riferisce a Dio come ad un Padre o ad una divinità come ad una Madre) avremo l’esperienza soggettiva di ogni essere umano fin dall’infanzia. Quello che voglio dire, è come i miti decodifichino da sempre il processo attraverso cui il peccato originale si insinua in noi, traducendolo in senso di colpa. 
Tale accadimento è universale, perché universale è l’esperienza infantile. Non ha confini di razza, società e cultura. Non solo, l’altro elemento che concorre anche nel mito, a fare la “storia” dell’evoluzione di questo stato psichico è chiamato dagli addetti ai lavori coscienza. 

Nel corso dell’evoluzione si è sviluppata nell’uomo la coscienza, che è la capacità di riflettere, di avere consapevolezza di sé, di vedere e capire se stessi, il mondo e la vita anche come testimoni e osservatori; è una funzione che opera in aggiunta e accanto agli istinti, anche in modo conflittuale, e che sentiamo, insieme al pensiero, come incorporea. Questo funzione è stata sacralizzata e denominata anima, spirito e (infine), psiche. pag. 33

E quindi, se la psiche ci insegna, su basi evolutive, ad interrogarci su noi stessi, di certo la storia del senso di colpa basato sui miti e sui pensieri elementari che l’hanno creato con il fine unico del “controllo sociale” in tempi remoti, può essere riscritta e riavvicinata alla realtà. 
Ovvero, può confinarla nel posto che le spetta e quindi avviare una evoluzione di coscienza.
 

Quando il senso di colpa crea problemi: nevrosi, ansia e attacco di panico

Abbiamo credo compreso fino a qui, che il senso di colpa origina sentimenti negativi e crea uno stato psicologico con una storia sociale, legandosi irrimediabilmente con la nostra infanzia. Questa definizione non sarebbe così grave, ancorché non generi in linea generica dei problemi di adattamento al vivere che passano sotto il nome di nevrosi, ansia e, appunto per assonanza, colpa. 

Le nevrosi, innanzitutto, sono dei naturali meccanismi di difesa, composti da emozioni e comportamenti, spesso esagerati e sbagliati, ma che derivano dai nostri schemi di comportamento infantili. Le nevrosi portano dolore, cioè un segnale di allarme che è sicuramente parte del nostro istinto di sopravvivenza, ma che se non gestito, tramite una serena constatazione obiettiva, comporta sofferenze fisiche e mentali, nonché a difficoltà sociali. 
Partendo dal presupposto che, per motivi filosofici o religiosi, come dice l’autore, nessuno ci ha mai informato che siamo imperfetti, la verità della nostra condizione, in quanto animali sociali, sta nel fatto che siamo subordinati alla sopravvivenza dell’intera specie. In quest’ottica collettiva, è chiaro come nessuno di noi può essere davvero colpevole sia nei confronti di sé stesso, sia nei confronti dell’altro. 

 
La nostra visione del mondo deve contenere la saggezza che quando commettiamo degli errori ciò non significa che siamo sbagliati, ma completi. pag. 39

Oltre a ciò, ci sarebbe da discutere anche molto sull’ansia, come la regina delle sofferenze psichiche. Al di là del significa etimologico del termine, anxietas, che deriva come angoscia dal latino angustia, ovvero “strettoia” si riferisce alla presunta difficoltà a far entrare aria nei polmoni. Non a caso, i medici latini, associavano a tale condizione delle malattie di tipo fisico. Le neuroscienze, hanno recentemente identificato l’ansia non più come causa di allarmi neurovegetativi (che sono le somatizzazioni) ma come effetto di alterazione viscerali di origine per lo più ignota. Per capirci: non è l’ansia a provocare la tachicardia, ma la tachicardia a creare l’ansia. Le somatizzazioni in stato di ansia, quindi sono alterazioni corporee che accompagnano la nostra necessità di fronteggiare la minaccia alla sopravvivenza: si tratta di una risposta energetica, tipo attacco-fuga, che ci induce appunto a fuggire dal problema o ad affrontarlo. E’ quando le risposte scattano a vuoto, senza che vi sia un reale pericolo, che emerge ansia e panico. 

Data la “grossolanità” del nostro sistema neurologico adibito all’attacco fuga (il cervello rettiliano), esso non distingue la reale pericolosità, ma agisce e basta con un meccanismo votato all’automatismo. Perciò, quello che accade, è come questo strumento si rivolga all’interno di noi stessi manifestandosi nel senso di colpa, quando ci si sente inadeguati e sconfitti. Quando il cervello identifica un segnale di pericolo, non importa se la sua natura sia reale o immaginaria, esso risponderà in maniera automatica con il fine della sopravvivenza della specie. Lo stesso accade per l’attacco di panico, con l’aggiunta della sensazione di morte.  

Nevrosi, ansia e panico, sono quindi abitudini e conseguenze di comportamenti psicofisiologici e di adattamenti sociali, che partono dal nostro cervello arcaico che si mette in modalità di attacco-fuga per affrontare una lotta, millenaria, per la sopravvivenza della specie. Non sono problemi in sé, ma possono diventarlo quando non vengono elaborati e compresi e si innescano dal senso di colpa. 

Certamente, dice Della Seta, se la paura, il panico o l’ansia fossero davvero così dannosi per l’organismo, l’essere umano si sarebbe estinto da tempo. Tuttavia, l’eccesso porta anche ad dei problemi. Quello che resta da fare è arrivare alla conoscenza del processo inconscio “per natura”, ovvero portarlo sotto il controllo neo-corticale e a contatto con la razionalità. 

Ed è la stessa razionalità che ci deve far riflettere anche sui messaggi sociali legati a nevrosi, ansia e attacchi di panico. Una sorta di interpretazione forzata sui messaggi e le notizie quotidiane secondo le quali sarebbero in aumento disturbi e malattie. Una diceria che si autoalimenta, dice l’autore, perché oggi si ha a disposizione una immensa quantità di cure, anche alternative, che ci rendono tutti potenzialmente malati ed indifesi anche di fronte al più minimo sintomo.

Una società di perfezionisti dediti all’ipocondria, praticamente. 

Come in tutte le cose, quindi, bisogna necessariamente trovare un equilibrio. Non è detto che una piccola nevrosi generi ansia, così come una certa ansia in momenti specifici sia manifestazione di possibili attacchi di panico per i quali serva una cura farmacologica o un percorso terapeutico. In fin dei conti, è dal 1893 (Erbe) che recepiamo continui messaggi a nostro favore, soprattutto sul concetto di malattia mentale, come se fosse facile diagnosticarle e fossimo tutti in pericolo per questo.

Soffri? Tranquillo, non c’è alcun pericolo

In che senso? Nel senso più ovvio, ovvero la distinzione tra ciò che è sofferenza da ciò che è malattia. In questo senso Della Seta dice ai suoi pazienti che anche se soffrono, non vi è alcun pericolo. 

[…] le alterazioni neurovegetative causate dal malfunzionamento dei meccanismi della paura, e che provocano ansia o panico, non sono mai pericolose, non viene l’infarto, non si sviene, non si impazzisce. Non succede niente, e tutto passa sempre. E tali alterazioni non fanno danno nemmeno se vanno avanti anni. pag. 58

E tant’è. La sua esperienza di terapeuta e uomo, dice questo. 

Inoltre, ciò che tende a rendere reale ciò che reale non è, di sicuro è il nostro… pensiero. Freud stesso diceva che pensare è come se fosse un lavoro preventivo: ci caratterizza come specie ed è funzionale sia alla soluzione di un problema sia alla sua creazione. Per questo l’autore ritiene che tutta l’enfasi data al pensiero, nel senso di “sforzo cognitivo”, in epoche passate ed attuali sia oltremodo sovradimensionata: gli esseri umani lodano il pensiero – e fan bene – tuttavia molte volte esso è solo un insieme di ruminazione mentale, pensieri parassiti, giramento a vuoto su problemi falsi o non risolvibili in un dato momento. E’ per questo che le dottrine orientali insistono sullo sperimentare l’Essere, tenendo a bada i pensieri inutili e disturbanti, con discipline come la meditazione e/o lo yoga, nate millenni fa  apposta per fare questo e raggiungere l’Estasi, che significa, non a caso, “trovarsi fuori dalla mente”. 

Nei millenni gli uomini hanno provato di tutto per inibire i propri pensieri, anche in termini di droghe o farmaci inibitori. 

Per un ansioso, o per chi soffre dei “derivati” del senso di colpa, la sofferenza risiede quindi nella mancata inibizione di un pensiero parassita, ripetitivo e ridondante. Perciò, a meno che non si possa ricorre a psicofarmaci per bloccarli, un lavoro con il terapeuta o con il Counselor di turno è utile su tre aspetti: 

  • il Sogno. Perché nei sogni si trovano dei linguaggi oltre il pensiero, come oggetti, immagini, episodi, persone, paesaggi ed altro di direttamente collegabile alla nascita del senso di colpa. La comunicazione quando si parla di un sogno non attiene specificamente allo sforzo cognitivo, piuttosto si lavora sulle emozioni, per bloccare o inibire quelle negative, che creano il senso di colpa. 
  • Il Dialogo interno. Presente in ciascuno di noi, in maniera continua, un parlare “tra sé e sé”. Lo scopo del nostro parlarci è solo uno: darci valore, rassicurarci. Un modo per entrare in contatto con il nostro dialogo, per “addomesticarlo” e capire che cosa ci genera un possibile senso di colpa è appunto l’annotazione. Scrivere senza censura, quello che ci viene in mente. Nel Counseling, questa tecnica viene chiamata Diario, e ovviamente ha una sua struttura.  
  • il Comportamento. Il senso di colpa rimane tale se dopo la sua presa di consapevolezza che sia un problema psicologico non si agisce con delle azioni concrete anti-paura. Un pò il contrario dell’evitare: l’affrontare. Ed è nel comportamento difficile e sofferto dell’affrontare, del guardare in faccia la paura, che essa si estingue e spesso non torna più. 

  Perciò, se prendiamo per buono il fatto che la paura è una emozione autonoma rispetto all’obiettività dei pericoli e l’emozione che scatena è legata all’infanzia e alla società, metodi per porvi rimedio ce ne sono molti e sono molto…pratici. Perché attengono allo scoprire nuovi comportamenti. Anche la corrente filosofica dei Cinici (IV secolo a.c.) aveva compreso l’equazione che qui ho cercato di semplificare, ovvero: 

 

la paura sociale impedisce la realizzazione del Sé = non permette lo sviluppo della propria Spiritualità = non permette lo sviluppo del proprio dialogo interno libero e profondo = non permette lo sviluppo di Sé e il rapporto con gli altri. 

 

Jung, lo chiamerebbe, processo di individuazione: che il senso di colpa, inibisce. E, concludo il paragrafo dicendo anche, che in senso freudiano, il grande responsabile è l’Es (i contenuti del nostro essere bambini) che sopravvive sempre e spesso castiga l’Io (il nostro sviluppo nel mondo reale, l’intermediario con il mondo esterno) con i sensi di colpa in una sorta di tribunale delle mente, che potenzialmente potrebbe non avere mai fine grazie anche all’aiuto del nostro Super-Io (il dovere). 

Il senso di colpa è inconsapevolezza del proprio valore, mancanza di autostima e null’altro. p.73

E’ quindi attraverso un certo tipo di “addestramento interiore”, spesso mediato da un professionista dell’aiuto e del supporto psicologico, che riconoscendo questi meccanismi mentali facciamo attenzione alla qualità del nostro dialogo interno e riusciamo a rendere l’Io autonomo dai condizionamenti del Super-Io. 

Sintomi che identificano la presenza di un senso di colpa

Di seguito elenco quei sintomi che secondo Della Seta portano, se non a patologia, a difficoltà esistenziali. 

  • Ipocondria. Si tratta di un fenomeno che viene provocato dalle colpevolizzazioni genitoriali. Esse si accompagnano ad un ritiro di affetto che il bambino interiorizza come minaccia di abbandono e di morte. 
  • Superstizione. Si tratta di una misura difensiva di tipo allucinatorio, che si basa sul pensiero magico. Quando il bambino ne deduce che esistono delle forze misteriose e sconosciute che impediscono la disgrazia della perdita dei genitori. Essi cercano tali forze e i loro simboli. 
  • Pretesa irrealizzabile. Si tratta di un bisogno eccessivo legato alla considerazione e all’amore degli altri. Causa primaria delle conseguenze rovinose nei rapporti di coppia. C’è un nesso molto stretto tra l’inadeguatezza dell’infanzia con la necessità di stima e rispetto della propria individualità in età adulta. Una pretesa assurda in un rapporto tra adulti.
  • Indecisione. Ovvero quell’insieme di ruminazione mentale che porta alla difficoltà di prendere decisioni anche banali. Si nota quando nel scegliere una via alla soluzione del problema, il senso di colpa suggerisce che quella soluzione non è giusta, tornando indietro sulle proprie scelte come un pendolarismo ininterrotto. 
  • Confronto negativo. L’immagine del mondo come un luogo pieno di rivali, dove tutti gli altri hanno vita più significativa, sono più capaci e vivono generalmente meglio. Si tratta ovviamente di una deformazione della realtà, anche se genera una dolorosa invidia e un desiderio ad essere l’altro. L’invidia di un confronto negativo in un adulto è tanto maggiore quanto maggiore è il suo complesso di colpa e quindi le colpevolizzazioni che ha ricevuto da piccolo. 
  • Non avere nemici. Al contrario del confronto negativo, il senso di colpa genera anche il desiderio di voler piacere a tutti. Una condizione difficile quanto la prima perché costringe spesso a difficili acrobazie psicologiche e di comportamento affinché gli altri “non pensino male di noi”. 
  • Gelosia. In questo caso è intesa come il timore di un continuo tradimento, motivato dal dubbio sul proprio valore. E’ il timore di sconfitta di un Io che non si stima abbastanza. Le reazioni estreme alla gelosia sono significative: assassinio o suicidio. 
  • Aggressività. Viene generata dal senso di colpa, e ha due risvolti: quello negativo verso l’interno, e quello positivo verso l’esterno. Nel secondo caso è una aggressività liberatoria e non pericolosa, che determina l’alleviamento del senso di colpa. Nel primo caso, invece, è distruttiva e ha a che fare con una colpevolizzazione. Nelle guerre, per portare un popolo alla conquista, si utilizza spesso questo stratagemma di farlo sentire energeticamente “in colpa” di non “fare abbastanza” per il proprio paese. Si parla a tutti, per colpire l’individuo e scatenare la sua rabbia inespressa. 
  • Onnipotenza. Viene dal pensiero infantile e permane nella mente adulta l’idea che ogni desiderio sia realizzabile. Si tratta di un residuo d’infanzia, tuttavia quando questo è molto attivo, le fantasie di gloria e vittoria dominano la personalità e fanno soffrire l’individuo. 
  • Name Dropping. E’ una pratica che gli individui che hanno la sensazione di non contare o di non essere accettati, esibiscono il loro valore al gruppo di appartenenza, “lasciando cadere dei nomi”, cioè citando personaggi importanti, frequentazioni, luoghi e avvenimenti che danno lustro. Un tentativo di illuminarsi di luce riflessa. E’ il primo segnale di bassa autostima e di difesa sbagliata, perché crea sofferenza nevrotica.
  • Road Rage. Quando la gente si “incazza” in auto. Una crisi di aggressività, detta in altri termini. 

Quelle che ho elencato sono alcune espressioni quotidiane che identificano la presenza di uno stato psicologico di senso di colpa. La sua manifestazione più concreta. Coi meccanismi visti nei paragrafi precedenti.

Genitori e figli: state attenti alle colpevolizzazioni!

L’autore non ne fa precisamente un monito, ma una constatazione di fatto: nelle – normali – comunicazioni tra genitore e figlio le ingiunzioni colpevoli superano di gran lunga le necessità educative e di salvaguardia del bambino.
 
Cosa vuole dire?
 
Che i genitori – e mi ci metto in mezzo anche io come tale – tendono ad usare in senso funzionale le colpevolizzazioni verso i figli, per ottenere dei comportamenti che siano comodi per loro come il controllo dello spazio (“non allontanarti, potrebbe capitarti qualcosa!”) del tempo (“non fare tardi, o mi preoccupo!”) e del comportamento (“non comportarti così, la nonna potrebbe arrabbiarsi!”). 
 
Le colpevolizzazioni più comuni sono spiegate di seguito,  

  • gli “inganni”, quando non si esprime al figlio per esempio la reale necessità di essere lasciti in pace per apparire sempre infallibili ai loro occhi; 
  • il “fare bella figura”, quando i genitori sono diversi con i figli quando sono in mezzo agli altri rispetto a quando sono da soli. Il figlio diventa una sorta di appendice; 
  • il “nascisismo proiettato”, quando i genitori si aspettano dai figli il soddisfacimento dei loro desideri insoddisfatti; 
  • il “tu non conti niente” o disconferma (il caso di Kafka) 
  • la “colpevolizzazione collettiva” per non disturbare la maggioranza 
  • il “ritiro d’affetto”, per ottenere sottomissione, dipendenza e attaccamento 
  • il “genitore fantasma”, quando i genitori non comunicano con i figli, mai 
  • le “punizioni” e il “senso di colpa”, quando servono a formare la memoria nel bambino, quindi non ritorsioni o vendette; 
  • il “rifiuto”, “avversione” e le “ostilità”, sempre disconferme e tra le più gravi 
  • la vergogna e la colpa per la sessualità, come il disappunto per la masturbazione.  

I genitori, tutti, non sapendolo hanno un grande potere…colpevolizzante, e lo attuano tutti i giorni. Purtroppo, ora sappiamo, che questo metodo, che in passato era considerato un ottimo “insegnamento di preparazione alla vita”, in realtà produce dei pericoli futuri e degli effetti collaterali che permangono dopo la fase dell’infanzia, spesso in maniera inutile e dolorosa. Generando ansia, paura, nevrosi e altro di più grave. Tali azioni in qualche modo frustrano l’Io, anche se è improbabile che inneschino nella psiche del bambino da subito – e per sempre – un sentimento di sconfitta e colpa. Bisogna lavorarci…
 
Se fosse, sempre, così, non potremmo più parlare ai nostri figli con toni perentori o metterli in punizione. E sappiamo come spesso tali azioni, quando sono misurate e hanno uno scopo “di memoria” servano alla loro educazione e alla consapevolezza del loro Sé. 
 
Qui la questione è molto più ampia. 

Sono le aggressioni, indipendentemente dalle motivazioni e dalle intenzioni a provocare modifiche nel sistema nervoso determinando dei riflessi (di paura) e di attacco-fuga, attraverso le colpevolizzazioni il problema. 
 
E’ solo quando passano gli anni e si accumulano esperienze che gli individui poi attutiscono le reazioni automatiche alla paura, rendendosene conto e soppesando in maniera più normale certe minacce, che diventano solo apparenti. L’adulto che non ha superato le colpevolizzazioni dell’infanzia, si sentirà sempre minacciato. 

L’essenza del complesso di colpa in età infantile, insomma, si autoalimenta attraverso una serie di piccoli traumi scatenati da colpevolizzazioni dovute di base all’aggressività della comunicazione. E questo accade anche – il bello della Vita! – quando i genitori sono eccessivamente preoccupati per il benessere dei figli, quando sono opprimenti, tormentati e eccessivamente premurosi. Essere iperprotettivi in modo ansioso, determina come il bambino veda attorno a sé altri bambini più liberi, e quindi sente impotente, ha sfiducia in sé stesso. 
 
Il senso di colpa infantile, di fatto, è senza un…oggetto proprio perché nasce dalla necessità del genitore di colpevolizzare il bimbo a seguito di un comportamento che, per lui, è negativo. La ricostruzione di una autostima, e quindi di una visione positiva di sé, che a sua volta determina il nostro benessere globale, è spesso lunga e dolorosa proprio in età adulta perché deve “scardinare” tutte queste pesanti eredità. 
 
Inutile dire che il lavoro di Counseling, consiste proprio in questo. La nostra stessa infelicità non dipende dallo stato di sofferenza, ma dall’aumento e dall’alterazione che il senso di colpa fa di questo stato. 
 
Chi si rivolge ad un Counselor o ad uno psicoterapeuta alla fine, qualsiasi sia l’argomento trattato, o la posizione salutogenica o patogenica, cerca di riattivare ed accrescere la propria autostima, attraverso azioni di empowerment di Sé stesso. 
 
 
 
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