Cosa sono i sentimenti? Conoscere se stessi e gli altri dallo studio di Vera Slepoj – I sentimenti positivi (1)

“Ho imparato che le persone possono dimenticare ciò che hai detto, le persone possono dimenticare ciò che hai fatto, ma le persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.”

Maya Angelou

 

Cosa sono i sentimenti e perché sono diversi dalle emozioni

Definire chiaramente cosa sia un sentimento, è molto difficile. Questo perché si tratterebbe di inventare una definizione razionale (e quindi logica, nel senso di causa-effetto) a una forma di espressione umana che è tale proprio perché sono solo gli uomini a possederla. Gli animali, non provano sentimenti. E già questa è una distinzione non da poco.
 

Vera Slepoj, psicologa e psicoterapeuta di lunga esperienza clinica della mia città natale, Padova, attraverso il suo saggio “Capire i sentimenti” (1996) ci traghetta con maestria all’interno di questo argomento con una lucidità divulgativa fuori dal comune. In questo articolo, cercherò per quanto mi è possibile di abbreviare l’argomento, facendo in modo di toccare i punti principali e fare sintesi di questa conoscenza. 

Quando si parla di sentimenti se ne fa appunto ricorso, perché sembrano sempre necessari per ritrovare una dimensione umana nella sua interezza. Ma di essi se ne parla fin dal mondo antico, se pur utilizzando termini diversi. 

Per i Greci, infatti, non esistevano i sentimenti, ma “le passioni”, e i loro Dei le incarnavano benissimo, così come i mortali ne subivano le conseguenze: passione = patire, anche etimologicamente, aveva un senso perché gli Dei erano esseri emotivi che usavano gli umani, facendoli patire o premiandoli quando assecondavano i loro capricci.

Fu solo con Cartesio, nel 1600, che fece capolino la prima vera nozione di sentimento: l’uomo vive un sentimento, non lo subisce né vi si annulla (quindi non è un patimento) e quindi diventa parte di una sua soggettività. Pochi anni dopo, Pascal, attribuirà al sentimento una capacità conoscitiva simile a quella dell’intelletto, con la sola differenza che il cuore (secondo lui sede del sentimento) arriva a comprendere l’oggetto nell’immediatezza, prima che faccia capolino la coscienza e quindi la razionalità.  

Rousseau nel seconda metà del ‘700 parlava di sentimenti mettendoli in rapporto costante con la collettività che inquina l’innata bontà (bontà sentimentale) umana e i sentimentalisti inglesi successivamente, faranno a tal proposito della giustizia morale e della bellezza estetica IL sentimento per definizione. 

Solo Kant, quasi un secolo dopo, incominciò a collocare il sentimento accanto a ragione e volontà, riconoscendole entrambe come parti fondanti delle qualità umane. 

Arrivando all’età romantica, che tra le altre cose vede la divulgazione anche di un certo tipo di libro che a tutt’oggi è molto diffuso  (il “romanzo”), che al sentimento si riconosce una forza illuminante ed innovativa. L’arte, la poesia, il romanzo, appunto, cominciano a delineare anche il lato oscuro dei sentimenti. Come non dimenticare il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” (Goethe, 1774), che porta all’estremo opposto il sentimento di amore, che diventa pena e suicidio.  

In altre parole, se prima i sentimenti erano considerati sinonimo di bontà umana con una connotazione principalmente positiva e legata alla bontà dell’agire nel mondo e non ad un aspetto oscuro, all’epoca si comincia adire che i sentimenti sono plurimi e non tutti sono positivi. Esistono anche i sentimenti negativi o possono trasformarsi in tali. 

E’ con la filosofia contemporanea – specialmente la corrente fenomenologica ed esistenzialista – che il mondo dei sentimenti inizia ad acquisire autonomia dalla ragione: essi rispondo in maniera autonoma a leggi e dinamiche che non possono essere assimilabili a quelle della ragione. E’ un mondo diverso, che ha bisogno di essere esplorato e rispettato. 

Cosa che inizierà a fare la psicanalisi, facendone un oggetto di studio. Per la psicanalisi il sentimento è interessante perché la società di allora – e per molti versi quella di adesso – riconosceva ad individui e collettività una funzione razionale, efficiente e volta al progresso. Questo doveva avvenire necessariamente a scapito delle espressioni emotive e della vita sentimentale. Il tutto fino a sabotare le capacità coscienti generando potenziali nevrosi. Jung stesso riteneva che la maturazione di una personalità sana avvenisse attraverso l’accettazione dei contenuti inconsci di ciascuno e della propria sfera irrazionale. Bisognava, secondo questo padre della psicanalisi, mantenere un contatto con il proprio mondo emotivo, sentimentale e sensibile, senza giudicare i sentimenti dividendoli in due grandi famiglie antagoniste, il positivo e il negativo, ma promuovendo un’armonia tra questi due aspetti. Molte delle nevrosi e dei disagi psichici deriva dall’enfasi di certi sentimenti rispetto ad altri, o dall’estrema negazione degli stessi. Insomma: il molto amore sarebbe distruttivo quasi quanto l’assenza di amore. 

Combinando pensiero, sensazione, intuizione e sentimento si avranno quattro funzioni psichiche elementari, con cui si forma una personalità sana. 


Sentimenti ed emozioni sono quindi la stessa cosa? 

A questo punto, mi tocca dire di…no. O meglio, sono due entità contigue, ma non uguali. Di norma molte emozioni, compongono un sentimento. Oppure una emozione mantenuta a lungo e quando diventa profonda e radicata in noi, diventa un sentimento. 

Per una lettura istruttiva su cosa siano le emozioni, ne ho parlato in questo articolo

Nonostante questo, non è possibile a tutt’oggi considerare un sentimento una somma di emozioni, e basta: esso è una risultante, è vero, ma in perenne evoluzione, di diversi stati d’animo che interagisce tra loro. 

Stato d’animo = “Sentire” = Sentimento 

E lo Stato d’animo è molto più complesso, di una emozione, che invece tende ad una risposta immediata, fisiologica ed impulsiva ad uno stimolo esterno (la rabbia, la gioia, la paura, ecc) che definisce un comportamento. 

Il sentimento, non funziona così: esso è motivato da un preciso orientamento cognitivo sui valori che la persona attribuisce a qualcosa o a qualcuno, e nella misura in cui crede e lo fa con il tempo e l’esperienza.  

Abbiamo iniziato a scalfire un pò la superficie e sicuramente a comprendere che non esiste una definizione di sentimento che non sia antitetica alla definizione di emozione. Essi coesistono, ma non sono la stessa cosa. L’una può innescare l’altra, ma non può essere la forza psichica, chiamiamola così, che serve a mantenere lo stato d’animo. 

Il sentimento è tale perché è uno stato d’animo umano lungo, sedimentato, creato dall’esperienza e dalla reazione al mondo esterno anche attraverso il ricorso alle emozioni.


Le emozioni, d’altra parte, non sono sentimenti perché trattasi di risposte universali, reattive, fisiologiche e comportamentali di fronte a stimoli esterni. 

Usando un parallelo informatico: l’emozione è il nostro hardware, ce l’abbiamo da quando siamo nati, ce lo abbiamo tutti, indistintamente. Il sentimento è il nostro software, lo sviluppiamo crescendo, facendo esperienza e rapportandoci con il mondo.

 

I sentimenti individuali positivi

Per sentimenti individuali si intende l’investimento che il soggetto fa nei confronti degli altri per esprimere la propria soggettività. Vediamo qui, quelli che secondo l’autrice, sono i sentimenti positivi, ovvero quelli che tendono a generare empatia e confronto, dialogo, pazienza e bontà (in senso generale).


Amicizia

Sentimento complesso che nasce dalla comunanza di interessi, di progetti, di esperienze e si alimenta con opinioni, emozioni e comunicazione di eventi personali, nonché intimi, che presuppongono la fiducia. Il bambino inizia a sperimentare questo sentimento dai 3 anni, anche grazie all’inizio della socializzazione nella scuola. L’amicizia si trasforma nel corso della vita: in età adolescenziale è tipicamente duale, tra soggetti dello stesso sesso. Nella pubertà diventa di gruppo. Ed è da lì che emerge la sua caratteristica più bella che è il mutuo soccorso, che molte volte non è presente neanche nel sentimento dell’amore. Condividendo ideali o esperienze forti, l’amicizia è tale quando le persone possono sempre contare su qualcuno. Che si stiano attraversando alti o bassi. Nella contemporaneità l’amicizia è un compromessa perché la sta sostituendo il narcisismo che è il risultato alla continua corsa all’autorealizzazione de sé, che altro non sono che manifestazioni di individualismo. In altre parole: non sono tuo amico perché mi piaci e ti voglio bene, ma perché in qualche misura, mi servi.


Amore e Amore mitizzato
Considerato il più articolato e completo tra i sentimenti umani, l’amore si esprime in molteplici forme e gradi di intensità. Si prova amore per un partner, per un genitore, per un figlio o per qualche ideale. Si tratta di una capacità di cui l’individuo dispone che ha delle caratteristiche ripetute: esigenza dello scambio affettivo, la reciproca sollecitudine, la solidarietà, la condivisione dell’esperienza quotidiana. Per alcuni studiosi l’amore è considerato come la risposta ad una cognizione, quella della propria solitudine. Cioè si ama per non rimanere soli. In infanzia l’amore è un bisogno, è egocentrico e si esprime per non perdere tutela, protezione e per paura di abbandono. L’amore quindi si origina dal bisogno di colmare una mancanza, una incompletezza del Sé. In età adulta, come tutti i sentimenti, l’amore si modifica e diventa la capacità di apprezzare l’altro da Sé così com’è, con i suoi difetti, le qualità e i limiti. Alcune persone adulte amano ancora come fanno i bambini: per soddisfare i propri bisogni narcisistici. Oppure, per rinnovare la propria dipendenza affettiva, trovano dei partner che siano molto simili ai primi soggetti con cui hanno fatto esperienza di amore, tipicamente il padre o la madre. L’amore ha anche delle componenti aggressive che vanno al suo opposto. Si ama e si odia, insieme in una mescolanza che viene ritenuta “normale” e compresente in una personalità sana. Diventa patologica quando si distrugge l’immagine buona dell’altra persona. L’amore assume, abbiamo detto, molte forme: l’amore materno/paterno, principalmente legato ai bisogni o condizionato dal fare o dare qualcosa; l’amore fraterno tra persone alla pari che sviluppa compassione e accudimento; l’amore erotico che si sviluppa con il desiderio e il soddisfacimento sessuale. L’amore c.d. mitizzato è invece tipico dell’adolescenza. Lo spiega bene il fenomeno del “divismo”, quando si costruisce attorno a personaggi mediatici come attori, cantanti, sportivi o comunque persone pubbliche ed in vista, una connotazione totalmente positiva , di onnipotenza e perfezione. L’amore mitizzato è un concentrato di simbolismo sociale che esclude la compresenza, in ciascuno di noi, di elementi positivi e negativi. 
 
Colpo di fulmine

Si tratta di un sentimento al limite con l’emozione, nel senso che si manifesta attraverso un desiderio immediato per un altro/a di cui si conosce solo l’immagine esteriore. Empatia e sincronicità sono i due elementi che determinano il colpo di fulmine: due persone provano contemporaneamente lo stesso interesse, attrazione, emozioni e sensazioni nonché la reciproca consapevolezza di interesse. In genere, ed è per questo che lo ritengo al limite con l’emotività, esso dura poco. Infatti, un successivo approfondimento delle caratteristiche dell’altra persona, che magari non piacciono, portano a distruggere il mito che è stato costruito attorno a lei/lui.

  

Felicità 

La felicità a mio avviso non è un sentimento ma una condizione. E anche secondo l’autrice, sarebbe un pò così. La Slepoj la annovera nella categoria dei sentimenti in quanto Stato d’animo. E, infatti si tratta di uno stato di benessere completo che può affacciarsi in un breve intervallo di tempo – diventando emozione – oppure mantenersi più a lungo, diventando un sentimento. La felicità è comunque in origine un sentimento caduco e circostanziale, cioè dovuto ad una situazione. Non a caso ciascuna epoca ha elaborato strategie e valori diversi per arrivare ad ottenerla. L’idea stessa di felicità è mutevole storicamente perché dipende dalle virtù dominanti della società di cui si parla. In epoca contemporanea, ad esempio, si definisce “un felice” colui che si è auto realizzato, e che quindi è in possesso di potere, denaro e una posizione sociale. Tuttavia, sappiamo come non sia effettivamente così ma che si tratta di un mero costrutto sociale. Infatti, vi sono persone molto felici che possiedono molto poco, perché la loro società – o loro stessi di rimando – hanno spostato il focus della felicità su altre forme di possesso, oppure sul tollerare la mancanza di determinati beni e posizioni sociali. In questo la felicità è duale: si può essere felici per aver avuto una soddisfazione di un desiderio (anche immediato) oppure quando vi è un assenza di desiderio e un totale distacco dalle passioni. Salvatore Natoli, filosofo italiano esistenzialista tutt’ora vivente, dice che la felicità è conoscenza. Essa non consiste solo nell’appagamento di un bisogno, quello è effimero, ma nella gioia di esprimere sé stessi, di allargare la propria conoscenza e di creare qualcosa. 


Innamoramento
Anche in questo caso, siamo al limite con l’emozione. Infatti, l’innamoramento è ritenuto la fase più immediata ed estrema dell’amore e sono tipiche le risposte emotive di ansia, desiderio erotico, necessità di condivisione dell’intensità delle emozioni provate e l’idealizzazione dell’amato. Normalmente si associa l’innamoramento all’adolescenza perché si idealizzano persone (vedi “divismo”), progetti e si fanno proprie delle spinte ribelli. Questa condizione sentimentale, tuttavia, si può manifestare anche in altre età evolutive, di fronte ad analoghe circostanze in età matura o addirittura i vecchiaia. Va detto che l’innamoramento è una condizione naturale dell’essere umano ed è per questo un lungo oggetto di studio. In psicoterapia, ad esempio, si analizzano le personalità che si innamorano di continuo senza approdare alla fase successiva, quella dell’amore, perché possono sviluppare senso di vuoto e autostima carente. D’altra parte, l’innamoramento è considerato molto positivo ed enfatizzato nella nostra epoca perché vi viene data una connotazione di esperienza “di limite” molto accesa per via dell’indotta necessità contemporanea di dover suscitare costantemente stimoli elettrizzanti. Tuttavia, il rischio di rimanere nell’innamoramento è quello di consumare velocemente i sentimenti, per poi passare al prossimo innamoramento. Un pò come quando si acquista qualcosa d’impulso: una volta rotto, si tende acquistare altro. Una forma di consumo emotivo e anche di dipendenza dallo stesso.  

Passione

La passione è senza dubbio un sentimento forte, capace anche di influenzare l’intera vita di un individuo, molte volte compromettendo quella degli altri accanto a lui. La passione comporta una perdita o un affievolirsi del controllo razionale dei sentimenti che la generano. Esempi di passioni forti sono da ricondurre a esperienze mistiche, certi tipi di aggressività o le ispirazioni artistiche. Ora vi sono alcune considerazioni da fare. La prima è come la passione per qualcosa o qualcuno è di base un buon sentimento, se si utilizza per conoscere meglio sé stessi e di riflesso gli altri. In altri termini, se sono appassionato di calcio, mi circonderò di persone con la mia stessa passione ed eviterò di andare a vedere la pallavolo. Quindi la passione è buona quando diventa collante sociale e serve a rielaborare i propri vissuti con responsabilità. La seconda considerazione riguarda invece i casi in cui la passione diviene “cattiva” nel momento in cui si manifesta rigidità, quando cioè una persona basi la propria esistenza talmente tanto attorno ad essa, da escludere gli altri di netto oppure coinvolgendole e facendole sentire “di troppo”. In questi casi, si parla di una forma di intolleranza. La passione quindi – per essere costruttiva –  dovrebbe passare attraverso una profonda elaborazione delle emozioni. 


Simpatia e Empatia
La simpatia è la capacità che hanno alcune persone di esercitare negli altri partecipazione emotiva. Un comico è simpatico perché scatena il riso. Un filosofo è simpatico perché affascina con i suoi ragionamenti. Un insegnante è simpatico quando comunica in modo leggero una materia difficile. Insomma: il simpatico è colui che suscita negli altri emozioni piacevoli. Il sentimento di simpatia era considerato nel Medioevo una forza soprannaturale, e anche oggi non è molto diverso nel senso che si tratta di un carattere istintivo e naturale, non programmato e controllato. La simpatia scatta quando è possibile una identificazione: ci si riconosce nell’altro come simile o totalmente o in base a quello che dice, di avere esperienza dello stesso vissuto. Per questo un comico è simpatico, perché tratta temi, difetti o piccoli fastidi che sono comuni a tutti. Tuttavia, non per questo la simpatia è un sentimento profondo, anzi. Tende a rimanere in superficie, ad essere seduttivo, cioè come diceva Freud a “suscitare negli altri una risposta di attrazione”. Affine, ma diversa, è invece l’empatia perché implica una condivisione emotiva più profonda. Essere empatici significa mettersi nei panni degli altri, ma senza essere l’altro, calandosi nella sua interiorità. Trattandosi quindi di un livello di profondità molto diverso, è possibile che un simpatico non sia empatico, e viceversa. Le due cose non sono conseguenziali, anche se potenzialmente potrebbero essere due stadi di un sentimento positivo. 

Socialità
Qui entriamo già in un ambito più collettivo. Quando diciamo che una persona “è socievole” forse intendiamo dire che è particolarmente dotata a ricercare la vicinanza degli altri e a condividere la propria esistenza con gli altri. O a parlare con gli altri. Ma attenzione che socialità non è estroversione, cioè “la tendenza di un individuo a dare maggiore importanza alla realtà obiettiva e manifestare apertamente le proprie reazioni” (cit. Oxford Dictionary) o mondanità. Chi promuove il sentimento di socialità fa propri linguaggi, comportamenti e regole di un contesto sociale, anche relativamente al ruolo che ricopre. Questo sentimento è al limite tra l’individuo e la comunità perché si impara in famiglia – nella nostra socializzazione primaria – ma prosegue tutta la vita per il mantenimento della specie: in quanto esseri umani, siamo animali sociali e dobbiamo rapportarci agli altri in una certa misura, per sopravvivere. Infine, la socialità è ben gestita quando aiuta l’individuo a comprendere i valori correnti di una cultura. Quando viene a mancare questa forma di identificazione culturale, può capitare che manchi questo sentimento. 


Vai alla seconda parte 


 
 

 

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