Cosa sono i sentimenti? Conoscere se stessi e gli altri dallo studio di Vera Slepoj – I sentimenti negativi (2)

“L’odio viene dal cuore; il rispetto viene dalla testa; e nessun sentimento è totalmente sotto il nostro controllo.”

Arthur Schopenhauer

 

I sentimenti individuali negativi 

In questa seconda parte, mi occuperò di quelli che l’autrice identifica come sentimenti individuali negativi, ovvero quelle manifestazioni normali di stati d’animo che generano incomprensioni con il nostro mondo interno, riflettendosi però verso l’esterno. Infatti, ciò che contraddistingue i sentimenti negativi, è il loro carattere inter-personale. Riusciamo a manifestare un sentimento oscuro, solo in compresenza con altri o in particolari situazioni. 

Vediamo quali sono. 

 
Amore violento 

L’amore non è tutto rose e fiori. Ci sono dei casi in cui si manifesta in maniera violenta, in quanto forma di possesso. Questo accade quando tra i partner tutto, dai rapporti sessuali alle espressioni verbali e non verbali, manifestano azioni aggressive e di dominanza di uno sull’altro. In questo caso, si genera un sentimento perché uno dei due (principalmente donne) percepiscono questi comportamenti distruttivi come un segno di attenzione e di amore. Alcuni psicoterapeuti credono che questa particolare forma di amore possa essere accettata da persone che in infanzia abbiano subito delle carenze affettive, prese in considerazione solo quando venivano punite o picchiate. Una sorta di passato nefasto, in cui le uniche manifestazioni di presenza e affetto passavano attraverso la violenza.

 

Angoscia
L’angoscia è, prima di tutto, uno stato emotivo. E’ del tutto simile alla paura, con la differenza che si può scatenare da un pericolo non reale, prodotto dalla fantasia oppure da una minaccia interiore. L’annullamento è caratteristico dell’angoscia così come un certo senso di impotenza. L’angoscia è anticipatoria: si manifesta cioè molto prima di eventi che portano paura e ansia. E’ il caso di un esame, una competizione, una prestazione o salire su un aereo. Si tratta quindi dell’evoluzione della paura in senso sentimentale: parte prima, perdura per lungo tempo e si attiva di fronte a situazioni reali o immaginarie che lavorano internamente al soggetto. Infine, può essere annoverata tra i sentimenti collettivi, perché buona parte delle sue manifestazioni derivano dal dover affrontare atti sociali (es. parlare in pubblico, presentarsi di fronte ad una commissione, ecc.). 
 

Aggressività 

C’è da dire che l’aggressività è un tratto distintivo di tutti gli animali, uomo compreso. Per la teoria della Gestalt l’aggressività è addirittura “necessaria” all’uomo per affrontare le esperienze della vita in maniera costruttiva. Essa è considerata come un sentimento negativo quando il suo lato distruttivo prevale producendo dolore sia in chi la subisce sia in chi la agisce. Essendo un sentimento complesso, l’aggressività si scatena sollecitato da vissuti repressi, dal senso di ingiustizia, dall’incomprensione, dalla frustrazione, fino ad esplodere. Spesso si usa il termine “passivo aggressivo” per indicare un tipo di aggressività non esplosiva che si manifesta con le parole, i lapsus e alcuni atti mancati: un tipo di aggressività spesso presente in casa o nei luoghi sociali che serve ad evitare di rompere un rapporto. Quando si parla della propria rabbia, di un disappunto o di un torto subito, manifestando una dimenticanza voluta o un ritardo sotto forma di “errore”, in realtà si segnala una aggressività in forma passiva. Dobbiamo capire che l’aggressivo non è solo colui che minaccia violenza e lo fa apertamente, ma più in generale la persona che provoca in altri sofferenza e dolore con parole ed omissioni. Alcuni film a cui siamo abituati, soprattutto quelli d’azione americani e inglesi prodotti dagli anni ’80 fanno dell’aggressività un valore sociale: una sorta di atto liberatorio di sana manifestazione di sé, al di là dell’ipocrisia e della aleatorietà delle relazioni. Usare l’aggressività per vendetta, per uccidere o per farla pagare agli altri, diventa una forma di eroismo e una giustificazione quasi divina. L’esplosione aggressiva diventa una forma di liberazione e di giustizia fai-da-te. Ovviamente nei film hanno creato questo immaginario. Nella vita reale sappiamo come la questione sia molto diversa: oggi siamo a conoscenza che qualsiasi forma di aggressività, anche se fortemente voluta, porta con sé sempre sensi di colpa che rimangono repressi a causa di una difficoltà di comunicazione. Ve lo immaginate John Rambo che dopo aver ucciso 40 persone e fatto esplodere 13 capanne e dato fuoco a 4 barche si sentisse in colpa per essere stato troppo duro?  🙂 


Auto-distruttività

Rimaniamo nell’ambito dell’aggressività rivolgendo lo sguardo verso noi stessi. L’auto-distruttività è, di fatto, aggressività verso il proprio Io. Così come lo è il masochismo, ovvero provare piacere attraverso il dolore. L’auto-distruttività è molto comune: le persone spesso impegnate nella ricerca del benessere e della realizzazione personale, incappano ripetutamente in relazioni e situazioni frustranti ed insoddisfacenti e in auto-sabotaggi allo scopo di provare piacere. Sembra un controsenso, ma è così. E’ la paura della proprie emozioni a creare auto-distruttività, nonché la poca conoscenza dei propri limiti umani e personali. Chi è auto-distruttivo potrebbe apparire sicuro di sé e dalle spiccate qualità razionali, e quando manifesta masochismo di solito lo imputa agli altri: studi recenti hanno dimostrato che chi soffre di questo sentimento negativo è spesso pervaso da un esagerato senso di responsabilità, quasi infantile, che li portano a caricarsi di impegni che in linea di principio non li riguardano. Quante volte sul luogo di lavoro ci è capitato di avere a che fare con colleghi autodistruttivi?  Credo moltissime volte, ma forse non ce ne siamo mai accorti. Sono quelli che sanno e fanno tutto loro, che bypassano le gerarchie interne, che si prendono impegni che non sanno come sostenere, che si guardano spesso le unghie mentre parlano…qualche dritta per riconoscerli 🙂  


Cattiveria

La cattiveria è una sentimento il cui scopo è provocare danni all’altro. Ne esistono varie forme e in varie epoche si è manifestata in maniera diversa, tuttavia ha come denominatore comune l’invidia. La cattiveria utilizzata nei rapporti interpersonali ha lo scopo di annullare simbolicamente l’altro: ciò che passa attraverso gli altri, diventa privo di valore. Chi è cattivo ritiene di essere nel giusto, sempre. Se così non fosse, probabilmente, cadrebbe in preda al senso di colpa e sarebbe destinato a forme depressive e dissociazioni schizofreniche (V. Slepoj, 1996, p. 60)


Fanatismo

Questo sentimento ha un’origine sociale. Anche in questo caso, ne esistono varie forme. Tornando al discorso sulla Passione (v.), il fanatismo è uno dei pochi sentimenti in cui la passione viene incentivata dall’identificazione con sentimenti collettivi fatti propri da una comunità di aderenti. E’ il caso delle sette religiose, ad esempio, o dei partiti politici dalla demagogia estrema. In altri termini, il fanatico fissa in termini assoluti le idee di giustizia, dovere, bene-male, senza alcuna tolleranza o critica costruttiva che invece sarebbero “normali” ambivalenze del nostro vivere sociale. I famosi “grigi” della vita, nel fanatico non esistono. In qualche modo esaspera una forma di onnipotenza del pensiero che si origina, manco a dirlo, da un senso di impotenza (il suo contrario) che è tipico delle minoranze. Possiamo dire che il fanatismo è una specie di empowerment al contrario (dell’e. ne ho parlato in questo articolo), quindi con risvolti negativi e senza mediazione sociale. Infine, il fanatismo per essere tale e diventare sentimento collettivo ha bisogno di nemici da combattere e di capri espiatori da sacrificare.   


Frustrazione

Il sentimento di frustrazione si origina da un fatto concreto: quando vi è l’impossibilità di raggiungere uno scopo o soddisfare un bisogno e un desiderio. Insomma, la madre della frustrazione è la delusione. Ovviamente si tratta di un sentimento anche trasformativo: se non ci fosse un pò di frustrazione nelle nostre vite saremmo degli esseri apatici, privi di spina dorsale, che non saprebbero come guadagnarsi il rispetto, la posizione e la felicità. Se a tutto ricevessimo un SI, anziché qualche NO, saremmo dei disadattati dalla realtà sociale in cui viviamo. Non solo. La frustrazione non è solo esterna, ma anche interna ovvero può essere provocata dai divieti del nostro Super-Io (il nostro genitore, luogo di norme e proibizioni) e questo fa parte del processo educativo. Educare vuole dire, anche, connotare una certa dose di frustrazione e di aspetti in-appaganti. Le frustrazioni, al lato pratico, sono le reazioni negative alle rinunce. E questa cosa è antica quanto l’uomo perché partono dai divieti che sono, appunto, stabiliti attraverso le norme. Noi oggi sappiamo che non si può fare incesto, uccidere o essere cannibali. Rispetto ai nostri antenati, abbiamo fatto un bel passo in avanti 🙂 La cosa che mi diverte è che l’uomo ha dovuto metterlo per iscritto, creare delle norme sociali e giustificare nuovi comportamenti come pro-sociali attraverso le regole, e quindi creando dei divieti. A ben vedere, dai codici antichi alla Bibbia, alla moderna giurisprudenza, tutti questi documenti che “ci disciplinano” sono scritti che descrivono delle frustrazioni. Il punto non è che sia giusto o sbagliato: il punto è come le frustrazioni siano necessarie alla crescita dell’individuo. Così come lo sono i fallimenti. Bisogna sviluppare una certa tolleranza alle frustrazioni, anche per uscire dal proprio egocentrismo ed imparare a tenere in considerazione le esigenze degli altri. Ovviamente, come in tutte le cose, “due pesi e due misure”: troppe frustrazioni, troppi NO, e crescere in mezzo alle regole ferree, sedimenta un rapporto con la realtà di tipo protettivo e quindi si genera nevrosi. Certamente la frustrazione serve a moderare le nostre pretese e a migliorare ed apprezzare al meglio ciò di cui si dispone.


Gelosia

La gelosia e la possessività sono due sentimenti negativi intrecciati perché entrambi sono motivati dalla paura di perdere la persona amata. La persona gelosa ha il timore che l’amato possa legarsi ad un’altra persona; la persona possessiva ha paura dell’abbandono e dell’allontanamento. La gelosia di per sé è una forma di sofferenza costruita attorno ad emozioni di inadeguatezza, tristezza o addirittura di colpevolezza: ci si incolpa di non riuscire a trattenere a sé l’amata e di conservare e rinsaldare l’amore. Pertanto, l’intensità della gelosia è inversamente proporzionale all’autostima. Una persona è gelosa quando ha paura di valere meno degli altri e perciò si arroga il diritto di “possedere” l’altro in via esclusiva. Inoltre, se in un rapporto prevale la gelosia, è come se prevalesse una modalità di amore fermo ai bisogni narcisistici dell’infanzia. Non vi è più la conquista di stima e fiducia reciproca, ma solo un individualismo autodistruttivo che culmina con un sentimento di possessione. 


Indifferenza

L’indifferenza è interessante come sentimento negativo. Si tratta della mancanza – o assenza – di provare emozioni. E’ uno stato d’animo relativo ad un vuoto di interesse rispetto al mondo esterno. Di indifferenza, credo, soffriamo un pò tutti. Nel senso che questo sentimento può essere scatenato da eventi come il fallimento di un progetto, una storia d’amore conclusa o un trauma che fanno perdere l’investimento “libidico”, passionale ed emotivo, nei confronti di un oggetto o soggetto. Il dis-investimento emotivo come sappiamo ha diversi livelli di intensità: se parziale, come una delusione, allora non si estende a tutti gli ambiti dell’esistenza; se totale può essere il caso delle depressioni gravi e quindi dell’infelicità. Infine, l’indifferenza si manifesta anche nelle personalità narcisistiche. Con gli altri vengono costruiti rapporti prevalentemente strumentali, per consenso ed ammirazione, senza un coinvolgimento emotivo.


Infelicità 
Felicità ed infelicità sono due facce della stessa medaglia. Per definire l’infelicità bisogna comprendere a fondo i valori e i modelli dominanti di una cultura, di un tempo e di un contesto sociale. In questo senso, quotidianamente, vengono proposti modelli di felicità accettati, che spesso si sovrappongo quasi totalmente a quelli più semplici che vengono insegnati durante l’infanzia (come la fede religiosa, il senso di gruppo, il mutuo aiuto e la solidarietà, ecc.). Ad esempio, nella cultura occidentale, i valori che determinano la felicità sono legati a forme di individualismo e/o di espressione del narcisismo: l’infelicità, quindi, è una questione personale, non condivisibile, connessa alla solitudine e all’isolamento. Insomma: l’infelice, se la va a cercare. Diventa una scelta e una questione da redimere in privato. L’infelicità diventa non riuscire a elaborare i momenti positivi della propria esistenza: chi è infelice ad intensità alta, vive tutti gli avvenimenti della vita in chiave negativa, anche senza averne un motivo giustificato. Ora, bisogna essere onesti: provare un sentimento di infelicità ogni tanto, è normale, quasi sano. Sarebbe più patologico e fuori misura, oltre che irreale, essere sempre felici ed euforici, sconfinando nell’onnipotenza. E questo potrebbe generare forme depressive, in un caso come nell’altro. La sublimazione di questo sentimento è una via per comprenderlo ed affrontarlo: trovare vie creative e, perché no, auto-ironiche per metterlo sullo sfondo.  
 

Invidia

L’invidia è un sentimento negativo che definirei quasi subdolo. E’ l’astio verso chi possiede qualcosa che si vorrebbe avere oppure che gode di possedere in esclusiva. La componente ostile è preponderante: chi invidia normalmente tende a sminuire i successi e i possessi altrui, nascondendo un desiderio di possesso per sé. L’invidioso soffre di un sentimento che molto spesso non può manifestare o rendere reale alla prova dei fatti, si sente inferiore agli altri, è critico ed ostile nel confronti del prossimo. C’è da dire di come l’invidia sia, soprattutto nella fase dell’infanzia e dell’adolescenza, un passaggio obbligato: invidiare aiuta anche a stimolare creativamente il proprio mondo, per arrivare ad ottenere ciò che si vuole. Invidiare invece non va bene in età adulta perché è come se le persone rimanessero ad uno stadio infantile in cui desiderare la qualità altrui blocca lo sviluppo delle proprie peculiarità. Nella nostra società, l’invidia è molto diffusa e, anche molto utilizzata, soprattutto a fini commerciali. Basti pensare a come sono ingegnerizzati i social network oppure i desideri indotti dal marketing, dove la fanno da padrona il senso di inadeguatezza che ci spinge, attraverso l’invidia del possesso altrui, a comprare e/o ad assomigliare agli altri per “non rimanere mai indietro”. I bisogni materiali e immateriali nella nostra epoca “devono”essere soddisfatti subito; e se non subito, nel giro di massimo 24-48 ore. E’ un circolo vizioso di onnipotenza ed infantilismo di ritorno, in cui si mischia l’arroganza di credere che sia legittimo, giusto e soprattutto percorribile, ottenere tutto e subito quello che si desidera. Insomma: l’invidia nel XXI secolo viene sfruttata ed è diventata parte del nostro mal-essere sociale. Quando ci accorgeremo che si tratta di un inganno, i danni saranno già molto visibili.


Narcisismo

Con il narcisismo comprendiamo il XXI secolo. Se ne parla però già dal 1800, solo che allora veniva legato ad un disturbo della sessualità: il masturbatore esibizionista con tendenze omosessuali. Al di là di questo però, il narcisismo è una normale tappa dello sviluppo affettivo: quando si è piccolini, si è narcisisti nella misura in cui si tende all’auto-conservazione del proprio Io. Quindi l’investimento in narcisismo, se ha a che fare con il proprio equilibrio ed autostima è sano e normale: consente la cura di sé stessi, svolgere delle attività con attenzione e amore oltre che ad esprimere personalità. E’ solo dopo, con i meccanismi dei sentimenti di frustrazione, e quindi i normali fallimenti, che il narcisismo si ridimensiona e si esce da quel senso di onnipotenza, consentendo lo sviluppo dell’uomo nella collettività. E consentire lo sviluppo dell’individuo significa, in parole molto povere, metterlo di fronte alla realtà quotidiana in cui emergono i propri limiti e le possibilità concrete e spirituali. Non riuscire a tenere a bada il narcisismo di quest’epoca è causa di nevrosi e sofferenza. Il costante bombardamento di messaggi legati al raggiungimento del proprio valore, alla realizzazione personale, alla scalata al successo e all’idea del self-made-man (che è una stronzata tipicamente americana) creano un sentimento tossico intriso di onnipotenza e di ideali che sono totalmente scevri dalla realtà che deve riconoscere anche la presenza, e il valore, degli altri per fare qualcosa nella vita. Infine, l’autrice fa un parallelo tra narcisismo e dipendenza: un narcisista è dipendente dall’ammirazione e dalla stima altrui, dal loro amore e dalla loro idea di grandiosità.


Odio

L’odiare è senza dubbio l’espressione di sentimento negativo più antico di cui abbiamo, a tutt’oggi, evidenza. L’odio è il fratellastro dell’amore: si ama e si odia. Quando si odia qualcuno lo si fa perché vi è un rifiuto, non si tollera la sua presenza e si desidera, nei casi peggiori, il suo male. Espressioni di odio si manifestano anche a livello collettivo e ne siamo testimoni ogni giorno: fanatismi religiosi, intolleranza razziale e sessuale, le stesse guerre e i deliri di massa, sono insorgenze di odio, spesso giustificate da valori e tendenze sociali. L’odio genera violenza, fisica e verbale. E la cosa peggiore è che è tollerato. In psicanalisi si definisce l’odiare come una reazione ad un ambiente frustrante, generato da una pulsione di base che, appunto, è parallela all’amore. Se consideriamo l’amore come un sentimento pro-vita, l’odio insegue la  morte. Questa dualità riproduce anche la polarità piacere-dispiacere. La stessa indifferenza può essere considerata una forma di odio più leggera, che tende alla repulsione e al distacco. Se l’odio si esprime verbalmente, lo possiamo identificare nella vita di tutti i giorni: un collega che parla denigrando gli altri, un marito o una moglie che offende il coniuge ripetutamente, uno scatto di rabbia che non si limita alla manifestazione dell’emozione per un torto, ma che fa scattare pensieri di vendetta…tutto questo, è odio a sua volta generato da frustrazioni. Insomma: l’odio ha molti figli. Ed è presente in ciascuno di noi. Si tratta solo di comprendere che è un sentimento molto profondo, che non deve essere confuso con normali manifestazioni di fastidio e rabbia e che, pur essendo normale, dovrebbe essere limitato e gestito. 


Paura

La paura è un sentimento provocato dalla percezione di un pericolo reale. Essa ha contribuito alla nostra sopravvivenza per milioni di anni, quindi si tratta di funzione determinante e guai se non ci fosse. Spesso viene associata all’ansia o all’angoscia perché vi si dà lo stesso valore. La differenza sta nel fatto che la paura viene da un pericolo oggettivo, tangibile, reale. Ansia e angoscia, invece, nascono da situazioni a cui si attribuisce un significato soggettivo o immaginario, e quindi simbolico. L’etimologia della parola paura deriva dalla vicenda del Dio Pan, figlio di Ermes e Driope. La storia è questa: la madre di Pan, una volta partorito provò un sentimento di paura. Ermes a quel punto intervenne e lo porto all’Olimpo dove Pan venne riconosciuto da tutti gli dei ma non gli fu consentito di dimorarvi. Fu così che Pan visse vagando per i boschi. Per questo Pan, da cui deriva il termine “panico” è il Dio della paura. Per affrontare la paura, o le paure, quelle che in psicoterapia vengono definite anche come fobie, di norma si parte dal controllo o dall’eliminazione dei fattori scatenanti la paura stessa, imparando a riconoscerli e a gestirli. Ovviamente, non è così facile come lo si scrive. Infatti, molta della teoria psicanalitica ammette che, nonostante vi siano diverse forme di paura, quella più grande da cui poi emergono le paure “derivate” (passatemi il termine) è la paura dell’abbandono della madre. La minaccia di separazione, studiata in epoca moderna da John Bowlby, provoca nel bambino reazioni di diversa intensità che vanno dalla protesta alla disperazione. In altri termini sono le relazioni con le figure di attaccamento dell’infanzia che definiscono o meno i nostri gradi di paura e come ci comporteremo da adulti di fronte a determinate situazioni paurose. 


Senso di colpa
Di questo sentimento ne ho parlato ampiamente in questo articolo che vi invito a consultare perché va un pò nel dettaglio. Personalmente, sono un appassionato di sensi di colpa 🙂 Ovviamente, in senso scientifico, non che mi piaccia instillare negli altri il senso di colpa 🙂 Ritengo che il senso di colpa sia molte volte il punto di partenza dei nostri blocchi emotivi generali e del nostro rapporto deviato con il senso del dovere. In generale, potremmo affermare che il senso di colpa avviene quando si ha la sensazione di aver infranto, con azioni, parole e/o pensieri una regola sociale, o personale. Spesso il senso di colpa accompagna un senso di inadeguatezza, di incapacità, di fallimento in quanto vengono disattese aspettative proprie e quelle altrui. E’ una specie di auto-dialogo distruttivo con il nostro Super-Io, quello che detta le regole, il nostro genitore interno. O meglio è il nostro Io che dialoga incessantemente con il nostro Super-Io. Questa educazione alle regole che vengono imposte, sappiamo essere efficace dai 5 anni in su quando vengo introiettate ed eseguite dal bambino. A quel punto, anche il solo pensiero di contraddirle, blocca l’individuo senza che ci sia qualcuno pronto a vietare o a punire, come farebbe un genitore. Sul senso di colpa bisogna essere equilibrati, soprattutto nelle prime fasi di vita, e mi rivolgerei per questo ai genitori ed educatori. Se un genitore, infatti, durante l’infanzia è stato troppo permissivo crescerà un ragazzo talmente privo di sensi di colpa da perdonarsi ogni cosa, compresi gesti anti-sociali come fare del male deliberatamente agli altri. Se, d’altro canto, un genitore è stato troppo repressivo e duro, rischia di crescere un umano che può sviluppare sindromi depressive più o meno gravi oppure, casi in cui si annulla la propria personalità per essere costantemente a favore degli altri, quasi a chiedere il permesso di esistere attraverso l’espiazione del senso di colpa con il sacrificio di sé. 

 
Senso di morte
Sembrerebbe un’espressione da film horror anche se rende bene secondo l’autrice tutto quel cluster di stati emotivi in cui prevale generalmente una visione pessimistica della realtà e della propria esistenza, permeata da una costante sensazione di finitudine. Insomma, per dirla in altri termini, “moriremo tutti”, l’unica cosa che non sappiamo è quando 🙂 Scherzi a parte, la questione è molto seria perché si tratta dell’anticamera o della condizione permanente di chi è depresso ed infelice, con pensieri costanti rivolti alla morte e al morire. E’ uno stato d’animo particolarmente pericoloso perché può condurre anche al suicidio. Se si tratta di un tratto della personalità diventa una modalità abituale di approccio alla realtà; in casi di salutogenesi, cioè in assenza di patologia conclamata, si tratta normalmente di un sopraggiungere in una fase critica della vita (la perdita di una persona cara, una separazione, la perdita del lavoro, un fallimento economico ecc) che definisce un riadattamento in seguito ad un cambiamento vissuto come un trauma. Anche l’adolescenza attraversa un piccolo senso di morte, così come la vecchiaia o la maternità. In questi casi più “soft”, per morte si intende il morire di una condizione specifica o di un ruolo sociale, non della persona in quanto tale. Il senso di morte è affrontabile attraverso l’elaborazione di dolore e sofferenza. 
 
Violenza

La violenza è un atto che delinea un sentimento negativo. La parole stessa deriva dal latino “vis”, che significa “forza”. La violenza, infatti, è un atto aggressivo rivolto agli altri in senso fisico o psicologico. In entrambi i casi si manifesta una imposizione, un atto di forza. La legge distingue varie forme di violenza: fisica, privata, carnale o sessuale, morale e psichica, tutte perseguibili e considerate come atti anti-sociali che limitano le libertà e il consenso altrui. Secondo Eric Fromm la violenza è tipica della distruttività umana; essa è adattiva, benigna e maligna. E’ benigna quando ha uno scopo difensivo e maligna quando invece persegue scopi voluttuari. In alcune relazioni la violenza è il collante del rapporto e un canale di comunicazione (come in alcuni rapporti sado-masochisti, ad esempio) così come può accompagnarsi a particolari forme di misticismo e di elevazione spirituale con la mortificazione della carne per elevarsi a Dio. Per la psicanalisi di Freud la manifestazione della violenza è legata alle pulsioni (libido e alla pulsione di morte) e ad un istinto distruttivo che abbiamo tutti e che viene equilibrato dall’amore. La violenza collettiva o manifestazioni di essa in ambiti sociali sono molto conosciute nel XX secolo, quando le ideologie totalitarie basate sulla supremazia e il rifiuto della diversità (talvolta per liberarsi dall’oppressione) hanno avuto il loro culmine. Quello che si nota oggi è come siano scomparse forme di violenza collettive così plateali: esse sono state sostituite da forme più “sotterranee”, come la violenza psicologica che ognuno agisce su di sé e sugli altri, non ammette i comportamenti “deboli” e si nutre di mancata sensibilità e di indifferenza. 


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