Cosa sono i sentimenti? Conoscere se stessi e gli altri dallo studio di Vera Slepoj – I sentimenti collettivi e dell’età evolutiva(3)

“La Persona è il modo in cui il soggetto è visto dal mondo. L’Anima […] come viene vista dall’inconscio collettivo.“

C. G. Jung

 

In questa terza parte indagheremo i sentimenti che si originano durante precise fasi della vita umana. Si tratta di periodi piuttosto lunghi in termini di tempo che servono alla persona per costruire una personalità stabile e ad acquisire determinati ruoli sociali. L’autrice divide questi cluster dello Stato d’animo in tre grandi gruppi: l’età evolutiva (ovvero quel periodo che va dagli 0 ai 30 anni, in cui una persona cresce e si forma a livello fisico e psichico), il sociale (ovvero i due luoghi originari dove si formano i valori che determinano il benessere psicofisico di una persona nella nostra società, famiglia e coppia), il collettivo (ovvero i sentimenti dominanti della società in cui si vive, nel nostro caso quella occidentale). 

 

I sentimenti nell’età evolutiva 

L’età evolutiva è stata definita diversamente a seconda degli autori. Ne ho accennato in questo articolo dove parlo dei Cicli della Vita. Per alcuni, l’età evolutiva riguarda un periodo limitato nel tempo, compreso tra la nascita dell’individuo fino alla sua maturazione adulta (da 0 a 30 anni circa). In questo periodo sono peculiari determinati sentimenti che si manifestano durante la prima infanzia, l’infanzia, la latenza, la pubertà, l’adolescenza e la tarda adolescenza e, infine, l’età adulta subiscono delle trasformazioni ma poi si radicano e rimangono tali fino alla vecchiaia. Per altri autori, invece, la parola età evolutiva è sinonimo di intera vita o di ciclo di vita (H. Erikson, v.) in cui non si smette mai di evolvere e di crescere, fino alla vecchiaia e anche la morte è vista come l’ultimo compito evolutivo. Vera Slepoj qui considera tre grandi periodi per comprendere i sentimenti che poi evolveranno nell’età adulta fino ad esaurirsi: l’infanzia, l’adolescenza e la vecchiaia. La loro evoluzione, rappresenta lo sviluppo della personalità umana.

 
I sentimenti e l’infanzia 

Se non si tiene conto delle prime due fasi dell’infanzia ( dagli 0 ai 5 anni circa) dove vi è lo sviluppo affettivo di base e la fase edipica (complesso di Edipo), in cui dominano attaccamenti e passioni, così come si cominciano a gettare le basi delle norme che tengono distante il bambino/a dalle possibilità di incesto creando codici etici definiti, la fase più interessante per parlare dei sentimenti è la terza infanzia, ovverosia quel periodo che va dai 6 e gli 11 anni, detta anche fase di latenza. E’ in questo periodo che il bambino, venendo a contatto con ambienti scolastici e ricreativi acquisisce della facoltà logiche e di pensiero, che lo aiutano ad acquisire capacità di controllo di sé stesso e delle proprie energie per socializzare con gli altri. Conformismo e compiacimento sociale sono le caratteristiche di questo periodo, e quindi i sentimenti si evolvono stando in disparte rispetto ad altre esigenze sociali, restando in famiglia. Si manifestano comunque lo stesso e in base alle diverse situazioni che il piccolo devo affrontare con il mondo. La rabbia, la paura (del buio, di stare da soli, delle persone estranee, degli animali, di alcuni luoghi o oggetti), l’angoscia di separazione che genera frustrazione e “l’adultizzazione” del bambino (i genitori gli danno più anni di quelli che ha e lo interpellano di conseguenza) possono generare – se non identificate e e “normalizzate” – nevrosi e fobie. Perciò, il ruolo dei genitori è delicato e fondamentale. Dovrebbero creare quanto più possibile un clima di disponibilità emotiva, se non altro per strutturare assieme al piccolo sentimenti definiti, che non siano cioè conflittuali tra loro.


I sentimenti e l’adolescenza 
Rispetto al bambino, l’adolescente vive pulsioni, desideri e sentimenti individuali con molta conflittualità. E’ la modificazione del corpo, della voce e il carattere sessuale a generare in lui tutta una vasta gamma di angosce che sono connesse all’identità. E l’identità, è sociale. Quindi sessualità e sviluppo di una prima autonomia dai genitori sono i catalizzatori della conflittualità, anche dei sentimenti. La costruzione della propria identità adulta passa attraverso molta sofferenza psichica: i rapporti problematici con i propri genitori, pratiche masturbatorie con sensi di colpa, la conflittualità tra desiderio di esplorazione del mondo e bisogni di sicurezza (famiglia) costituiscono alti e bassi tipici di questa fase della vita. Di norma sono le modalità di risoluzione dei conflitti la strada per lo sviluppo della personalità. Quindi, alla luce di questo, i sentimenti più presenti sono certamente quelli legati alla dicotomia sicurezza-insicurezza, l’aggressività e la socialità. 
 
I sentimenti e l’invecchiamento 

L’invecchiamento è l’ultima fase o l’ultimo ciclo della vita che caratterizza l’esistenza dopo i 65 anni. I mutamenti di ciascuno di noi sono sia fisici sia di ruolo sociale, perciò la personalità si adegua al cambiamento delle nuove condizioni. Le capacità intellettive sfumano, ma le prestazioni verbali e culturali sembrano migliorare, grazie all’esperienza. Aumenta la capacità di sintesi, non ci si concentra su tutti i dettagli che normalmente nota una persona più giovane. Chiaramente, tutto questo accade quando si sta bene fisicamente. E’ nella perdita di status (ruolo sociale) che l’anziano ha un vero e proprio decadimento purché non faccia nuove attività che gli consentono di accettarlo, senza incorrere in disadattamento sociale, crisi depressive, tristezza etc. I sentimenti dell’anziano sono quindi legati a due grandi filoni: il senso di inadeguatezza, da cui derivano pena e frustrazione e apatia; la solitudine e l’isolamento, che porta ad emarginazione. Trattandosi di una fase, si è visto che verso la fine della vita si entri in uno stato detto geronto-trascendenza in cui, venendo a sfumare l’interesse nonché le possibilità di azione verso il mondo esterno, l’anziano punta a concentrarsi su di sé, sulla propria interiorità e su forme di spiritualità personali o collettive.   

 

I sentimenti sociali 

Si tratta dei sentimenti costruiti in determinati luoghi di trasmissione di valori universali che determinano certi comportamenti individuali. Tali ambienti sono di norma la famiglia (con tutte le sue declinazioni) e la coppia (con tutte le sue varianti). 
 

Famiglia

In Sociologia la famiglia, assieme alla scuola e alla Chiesa, è una istituzione sociale cioè un luogo di aggregazione di individui in cui vengono insegnati norme e valori di una cultura – o subcultura – di appartenenza. La famiglia ha una sua struttura, che si è modificata nel corso del tempo, e delle caratteristiche di fondo: tutti i membri risiedono nello stesso luogo, ha lo scopo di riprodurre la specie, vi è cooperazione economica, solidarietà di base ed è basata su un legame formale (una convivenza, una unione di fatto o il matrimonio). I suoi membri sono legati da affetto, ereditarietà, comuni osservanze, impronte psicologiche, divieti, diritti e doveri. La famiglia è la prima e la più antica unità sociale: la comunità per imparare a vivere. Infatti, è in famiglia che si imparano i ruoli sociali e si assimilano attraverso il processo inconscio dell’identificazione. Tale identificazione produce quello che poi verrà chiamato dalla psicanalisi Super-Io, cioè il nostro concentrato di norme, valori, divieti e permessi trasmessi dai genitori. La famiglia è anche il luogo dove i sentimenti vengono, in qualche misura, codificati e la loro evoluzione nel tempo è consentita solo quando entra in contatto con situazioni e problemi nuovi, esterni al suo ambiente, quando cioè accade un evento che ne turba l’equilibrio. Il primo grande sentimento che si manifesta in famiglia è senza dubbio l’amore, nelle sue tre declinazioni: amore-materno, amore-paterno, amore-fraterno, a seconda del ruolo dei suoi membri e della sua intensità. L’equilibrio delle manifestazioni di amore sta alla base della convivenza famigliare: messaggi affettivi e messaggi educativi devono essere trasmessi in una misura tale da far percepire ai membri un attaccamento sano, la protezione e la sicurezza, e prepararlo ad un mondo che non prevede l’esclusività dei suoi membri. L’autrice tira in ballo anche la condizione attuale delle famiglie. Vera Slepoj dice che i disagi dei figli, per troppo tempo attribuiti al comportamento delle madri, sembrano invece imputabili ai comportamenti diffusi di adultizzazione e de-responsabilizzazione che fanno i genitori dei propri figli all’interno delle mura domestiche. Queste aspettative troppo elevate nei confronti della prole, in realtà, nascondono un profondo senso di inadeguatezza dei genitori a svolgere questo delicatissimo ruolo. I figli dovrebbero imparare da loro a muoversi nella vita, non diventare dei consulenti di coppia di fronte alle crisi e alle difficoltà, gestendo degli squilibri di persone adulte. E’ come se ci fosse uno spostamento di focus: i figli fanno i genitori dei genitori. Altri due atteggiamenti che non giovano alla crescita dei figli sono l’eccessivo dono di soldi e giocattoli, che inibisce l’ingegno, l’autonomia e la conquista, e l’interruzione della quotidianità tra genitori e figli, cosa che invece nelle società contadine era presente. Oggi è come se la vita adulta si svolgesse separata da quella dei figli producendo una mancata comunicazione tra le realtà. I genitori lavorano entrambi, per troppo tempo e fanno tutta una serie di attività fuori casa che slega il rapporto con la prole, creando due mondi separati che spesso non si incontrano, se non a cena alla sera. Questo accade perché viviamo in una società che consegna maggior valore alla crescita e all’affermazione individuale, che in caso di famiglia può coincidere con lo scioglimento del matrimonio quando viene a mancare l’amore. In un certo qual modo, il sentimento in ambito famigliare è un insegnamento ed una educazione, e per essere tale ha bisogno di costanza, presenza e senso di realtà.


Coppia 

La coppia di due decenni fa si sostanziava con un rapporto di fidanzamento o matrimoniale. Oggi, quando si parla di coppia, si intende un’unione di due persone adulte e consenzienti che intrattengono un relazione in cui vi sia l’intenzione di progettare un futuro insieme. Per esistere, una coppia ha bisogno di stabilità, reciproca soddisfazione (anche sessuale) e che sia soddisfatto il bisogno di sicurezza. Alla coppia, la persona consegna tutta sé stessa in rapporto ai sentimenti che l’hanno generata come unità relazionale; tuttavia, bisogna anche tenere presente che gli stessi sentimenti tendono a modificarsi nel corso del tempo. L’unità coppia è stata studiata attraverso vari approcci, dal sistemico-relazionale a quello psicanalitico, anche nella Sociologia troviamo degli studi in merito, la coppia viene vista da varie angolature a seconda di cosa interessa far emergere. Ad esempio, la questione dei ruoli è interessate perché, rispetto al passato, oggi la divisione tra uomo-lavoratore-procacciatore e donna-casalinga-accudente è molto meno rigida: le tradizionali posizioni vengono meno per esigenze sociali. Essendo poi un organismo vivente, la coppia segue un suo percorso evolutivo: innamoramento – amore – compiti genitoriali – re-innamoramento. Ogni passaggio di questo percorso, comporta una crisi, spesso dovuta a cosa si fa e quali sono gli spazi anche personali all’interno di questa convivenza. Sembrerebbe importante – uso il condizionale perché ho sempre letto più opinioni che studi in merito – la conservazione dell’intimità delle origini dell’innamoramento, per ritornarci nei momenti di crisi. Nelle coppie la questione dei sentimenti (positivi e negativi) si sostanzia a partire dalle tipologie di coppia e dai problemi universali. Vi sono dei tipi ricorrenti di coppia “problematica” che determinano anche quali sentimenti vengono espressi, il cui principale è l’infelicità: a) coppia dominatore-dominato, b) supremazia culturale del partner, c) coppia depressa , d) coppia infermieristica. I nomi attribuiti a queste unità, sono già esplicativi di per sé. Nel caso a) vie è uno sbilanciamento di potere tra i due partner. Uno dei due accetta la propria inferiorità nei confronti dell’altro, anche per timore. La sicurezza è legata alla dipendenza. Questo tipo di coppia manifesta un sentimento di amore “chiuso in sé”, in cui i ruoli sono rigidi e vi è una fissità che spesso può portare a crisi ed infelicità. Il caso b) è simile al caso a) con la differenza che i ruoli e la dipendenza sono giocati sul più alto livello culturale dell’uno sull’altro: è il partner che non ha mai incentivato la crescita – umana e professionale – dell’altro, lo ha privato/a di gratificazioni, ricompense e dedizione. Chiaramente si tratta di narcisismo che produce dei danni a livello di autostima. Il caso c) è la coppia che non sviluppa dialogo e manca del desiderio di progettare insieme, di evolvere nel tempo. I partner subiscono la routine quotidiana e vivono a ridosso delle famiglie di origine e tende a copiarne gli atteggiamenti. Il caso d) si riferisce sempre ad una rigida divisione dei ruoli: un bisognoso di aiuto e un salvatore. 


I sentimenti collettivi 

In ultima analisi, vediamo ora come i sentimenti individuali in realtà si originano dalle strutture sociali. Ciò che determina i sentimenti in larga parte dipende dalla propria storia personale e da elementi come speranze, utopie, tensioni, ribellioni e mutamenti avvengono nella società in cui viviamo, costruendo e modificando giorno dopo giorno i nostri stati d’animo. Nessun uomo, infatti, è un’isola: siamo tutti connessi e ciò che proviamo e sperimentiamo, in larga parte ci viene dai messaggi che riceviamo. Diviene quindi importante non solo imparare a convivere con questi stimoli costanti, ma anche comprendere interiormente cosa ci fa bene e cosa ci fa male. I sentimenti collettivi, a questo punto, non sono ignorabili perché smuovono da secoli le nostre culture e quindi il nostro particolare modo di stare nel mondo. 

Civilità e Progresso 

Si fa presto a parlare di civiltà, senza saperne nulla. La parola Civiltà deriva dal latino “civitas” che significa “cittadini”, cioè abitanti di una città. Fin qua ovvio, quasi banale. Quindi quando parliamo di civiltà in realtà intendiamo una particolare forma di convivenza che si svolge all’interno di un agglomerato sociale definito, la città. In base a questa definizione, le campagne sarebbero esenti dal ragionamento. Con l’Illuminismo il significato del termine muta e si parlerà di “civilizzazione”, ovvero nell’Europa del tempo di un affinamento di maniera, ingentilirsi di  costumi e stati d’animo in totale contrapposizione con “le campagne” del primitivo, del selvatico e del rozzo. Aveva una connotazione tale perché riportava al progresso delle scienze e delle tecniche, quindi era considerato necessario l’affinamento di una morale sociale ed intellettuale che giustificasse gli avanzamenti umani. Per questo, soprattutto i tedeschi dell’epoca, riteneva che una persona “civile” fosse colui in grado di controllare gli impulsi (e quindi le emozioni) e operasse attraverso una forma di cultura. Oggi, civiltà e cultura sono intesi spesso come sinonimi. Negli studi contemporanei di Sociologia si prende molto sul serio questa definizione, intendendo per civiltà uno stadio avanzato di una società con caratteri di progressismo, di cumulazione e di irreversibilità. Insomma, per questa scienza, la civiltà in quanto insieme di atti volti al progresso, è irreversibile quindi non vi può essere un regresso. Non sono molto d’accordo in termini assoluti, perché il regresso esiste, solo che lo notiamo nelle persone, non nelle strutture sociali. La civiltà ha da sempre una connotazione positiva, anche per le scienze psicologiche degli inizi. Freud ad esempio sosteneva che grazie all’avvento della civiltà l’uomo abbia soddisfatto i suoi bisogni di sicurezza, cedendo in cambio gli impulsi (sessuali, di morte) e abbracciando delle limitazioni. Per Jung, la questione è già diversa: la civiltà sembra essere una necessità esistenziale per creare un senso che trascenda la propria individualità. Non siamo nessuno senza gli altri, e gli altri non sono niente senza di noi. Per Jung quindi i sentimenti possono essere collettivi quando aiutano una modificazione della personalità e un certo agire nel mondo: l’idea di Dio, del diritto, di patria, sono tutti sentimenti legati alla civiltà. Tuttavia questo non accade per il progresso, che in questi decenni si associa alla parola “tecnologico”. Non è detto, infatti, che il progresso tecnologico sia sinonimo di società civile. 


Cultura 

Il termine Cultura deriva anch’esso dal latino “colere” e si tratta di un processo storico, che si sviluppa con ritmi diversi nel corso di secoli e millenni, in cui si assiste ad evoluzioni, aggregazioni e fenomeni di importazione culturale. Il Veneto, la mia regione, così come molte parti d’Italia sono agglomerati di culture che vengono dal bacino mediterraneo e dall’Europa intera. E ciò è accaduto nel corso di millenni, tramite i contatti con altri esseri umani di altre civiltà spesso remote e, ad oggi, di cui si è persa memoria. La cultura in quanto patrimonio personale è la derivazione individuale di questi processi. L’insieme dei valori, delle norme, dei linguaggi, dei simboli e dei modelli di comportamento che costruiscono nell’uomo le cognizioni e i sentimenti. La cultura è potente perché viene comunicata attraverso un linguaggio, universale o specifico, attraverso cui si crea ma anche si modifica e viene tramandata a livello sociale. E’ il rapporto tra soggetti in un contesto sociale che genera la cultura e possibilità di adattamento che generano a loro volta la psiche (sia per le parti consce che per quelle inconsce). In altre parole: noi pensiamo, agiamo, riflettiamo, parliamo, ci confrontiamo con il mondo attraverso delle forme culturali che ci influenzano. 


Ideologia 

Le origini di questo termine sono da attribuire agli scritti filosofici del francese Destutt de Tracy a cui attribuiva il significato direttamente dalla parola greca “idea” per indicare la conoscenza delle idee. E’ con i filosofi della rivoluzione francese (“idéologues”) che si riduce ogni contenuto e atto del conoscere ad uno stato del “sentire”, applicato alle scienze naturali, dove vi sia ciò una evidenza empirica anche nello studio dell’uomo. Logica e morale quindi si intersecavano attraverso quattro facoltà del pensiero quali sensibilità, memoria, giudizio, volontà che a loro volta generavano le idee. Fu con Napoleone che la parole ideologia assunse un senso distorto divenendo sinonimo di intellettualismo astratto e in malafede. L’ideologia divenne quindi un modo per distorcere la realtà in senso dogmatico. In qualche modo, la proposizione ideologia rappresenta la realtà, ma non è la realtà stessa: la rappresentazione doveva essere comunque giustificata attraverso una certa coerenza di pensiero che, a sua volta, definiva determinati modi di agire. L’ideologia di per sé ha una forte carica empatica perché nell’atto della sua costruzione, intervengono molteplici fattori, tra cui processi semi-consci e inconsci. Come a dire che gli uomini spesso non hanno coscienza di ciò che gli spinge ad agire, dando alle loro azioni una spiegazione pseudo-logiche che nascondono istinti e sentimenti. L’ideologia quindi è propria della costruzione di sentimenti sia positivi che negativi. La morale comune, i dogmi religiosi, le convinzioni politiche, l’accanimento o meno verso certe minoranze (razzismo, banalmente) sono tutti processi attivi nel Super-Io che rafforzano le difese dell’Io. L’individuo, non potendo nascondere sé stesso nel reale, lo fa attraverso le ideologie. Infine, l’ideologia è il contrario dell’intellettualizzazione ovvero quel processo conscio in cui l’uomo cerca di dare una spiegazione concettuale del proprio comportamento, senza scendere a patti con un universo precostituito da un certa concezione del mondo. 


I due pensieri: conservatore e rivoluzionario 

Il pensiero conservatore è un insieme di idee che servono al mantenimento di un sistema precostituito in aperto contrasto con forze innovatrici. Secondo tale pensiero, l’uomo è scarsamente plasmabile dalle evoluzioni della società: la sua considerazione è di fondo pessimistica. Siccome l’uomo non è libero oltre che razionale, il conservatorismo servirebbe ad individuare delle sacche di potere che sono necessarie per limitare la sua negatività. Le leggi sono lo strumento sufficiente per stabilizzare i processi sociali. Questa ideologia di potere è rimasta immutata nel tempo; attiene al comando, all’autorità, alla scarsa sensibilità per le libertà civili (qualsiasi esse siano), l’intolleranza, un’avversione verso il pluripartitismo, le minoranze etniche e religiose, tendenza ad appoggiare estremizzazioni sociali. Tutte queste tendenze altro non fanno che suggerire una impronta autoritaria alla persona, in ogni ambito della sua vita, dalla famiglia e l’educazione dei figli all’idea di sicurezza economica e psicologica. La prospettiva mentale è quindi legata all’insicurezza e a sentimenti negativi di inferiorità e quindi frustrazione, che potrebbe degenerare in odio. 

Agli antipodi, il pensiero c.d. rivoluzionario che identifica spesso la figura dell’intellettuale moderno dalla cultura umanistica. La sua funzione è critica e innovativa, non limitandosi al piano personale ma cercando di realizzare scopi di utilità sociale. Tradotto in politichese, il pensiero rivoluzionario sarebbe stato il “marxismo” di fine ‘800 o “l’intellettualismo eversivo” di Nietzsche, le cui teorie mettevano in netta contrapposizione uomini e sistemi dominanti, alla ricerca di concetti più nobili che portassero, almeno intellettualmente, alla libertà (di pensiero, di opinione, etc). E’ il pessimismo che limita il cambiamento; il pensiero innovatore invece, instillando sempre un dubbio, promuove la ricerca. Piccola digressione, che potrebbe starci: di questi tempi bisogna stare attenti al “finto pensiero rivoluzionario”, ovvero a tutte quelle cognizioni conservatrici che tendono quindi al perseguimento del medesimo ordine sociale, che invece sono spacciate per spinte rivoluzionaria. I sentimenti collettivi ne sono intrisi di queste finte del pensiero. Ad esempio, ritenere che l’immigrazione sia una ricchezza e poi sostenere politiche all’opposto; promuovere la parità di genere sul luogo di lavoro e poi non assumere una donna che vuole avere figli; non essere d’accorso sulla somministrazione di massa di un farmaco, e poi presentarsi per farselo consegnare. Il vero pensiero rivoluzionario consiste nel pensare ed agire in maniera diametralmente opposta rispetto ai dogmi, quindi ha a che fare con le minoranze, non con le maggioranze. Sarà sempre una forma di opposizione all’ordine precostituito. Con i suoi pro e i suoi contro. 


Integralismo e fondamentalismo 

L’integralismo è una parola dall’accezione molto negativa che si riferisce alla totale (integralis) assuefazione ai principi di una ideologia, sia essa politica, economica e sociale. Fondamentalismo è la sua forma di pensiero, sviluppatosi in epoca ottocentesca su una tendenza biblico-teologica che contestava l’applicazione alla Bibbia di un metodo storico-critico di tipo evoluzionista. I primi fondamentalisti quindi, sono stati i cristiani. Tutti i fondamentalisti estremizzano dei principi, rifiutando radicalmente tutto quel patrimonio di idee e modi di vita che non sono tradizionali e si fanno forza attraverso le leggi con conseguenze sulla vita pubblica. Gli esempi si sprecano soprattutto nelle società islamiche, dove il religioso, o meglio la tradizione religiosa, invade lo spazio sociale. Dobbiamo assolutamente tenere presente che queste forme di costrizione intellettuale esistono esistono in Oriente come in Occidente e creano, utilizzando sentimenti negativi di angoscia e paura, principalmente, pensieri spesso anti-sociali. 



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