Essere Counselor: piccolo manuale di comprensione della professione dal libro di Alessandra Benedetta Caporale

“Solo una persona può sapere se ciò che faccio è onesto, esatto, aperto e valido, o falso, chiuso e non valido, e quella persona sono io.”

Carl Rogers

 

Vivere il tempo presente e riconoscere la nostra umanità 

Il Counseling è espressione del nostro tempo e si accompagna quindi ai cambiamenti sociali che, nel XXI secolo sono rapidi, molto più diffusi e pieni di momenti di crisi sociale. Raramente nella storia dell’umanità abbiamo assistito ad un impianto sociale così complesso, così ricco di informazione (e di disinformazione), così repentino in tutto quello che facciamo. Di rado, e parlo da sociologo, è stata vista una società così disgiunta dalle nostre esigenze primarie come uomini e donne, dalla nostra necessità di essere nel mondo e di esistere prima come persone e poi come oggetti del mercato. L’esigenza di ritrovare sé stessi esiste perché esiste l’alienazione da sé stessi. 

Questo articolo nasce da una profonda convinzione: che possiamo evolvere ed emanciparci da certe strutture sociali e da certe idee, partendo dalla nostra umanità. Lo scrivo prendendo spunto dall’ottimo pamphlet scritto da una illustre rappresentante di questo settore, Alessandra Benedetta Caporale, attuale presidente di Assocounseling e professionista stimata a livello internazionale. A mio avviso l’idea che sta alla base del suo libro e della descrizione che fa del Counseling è semplice: il Counseling fa parte di un cambiamento sociale e la sua nascita risponde all’esigenza di affrontare questo cambiamento. Le persone, infatti, di fronte ai momenti che richiedono una svolta cercano confronto, supporto e molto spesso, una guida. Ora, siamo perfettamente d’accordo che non occorre un counselor professionista per parlare di tali aspetti. Siamo consapevoli che esistono genitori, parenti, figli, sacerdoti, medici, psicologi e molte altre figure a cui rivolgersi. Tuttavia, sono altresì convinto che, nei momenti di crisi personale avere a che fare con qualcuno  “esperto dei momenti di crisi” con la vocazione di orientare la persona a trovare una soluzione che tenga conto della sua sostenibilità e totalità sia comunque molto utile. 

Dice, la Caporale: 

Il counselor è un professionista in grado di offrire un aiuto trasversale, che mira a sostenere le persone nelle dimensioni di autonomia, scelta e responsabilità personale, indispensabili oggi nelle nostre comunità. (2022, p. 17)

Cosa significa questo? Che il counselor lavora tenendo conto dell’etica universale di rispetto, trasparenza, empatia, assenza di giudizio e accettazione incondizionata dell’utente, assicurandosi che ciò che svolge assieme al cliente sia coerente con i suoi bisogni e talenti. A ben vedere, anche un buon educatore o un genitore che si chiamasse tale, dovrebbe svolgere lo stesso compito: aiutare gli altri (i figli, gli alunni) a realizzarsi senza interferire con la loro soggettività, senza cioè avere la velleità di cambiarla o modificarla. Solo che molto spesso non accade e non vi è “tempo” per far sì che questo messaggio passi. 
Per questo motivo la professione del counselor è utile: per riconsegnare tempo e modalità di auto-osservazione alle persone, consentendole di contattare il proprio sé in particolari frangenti difficili della vita ed arrivare in questo modo ad una soluzione che preservi la persona stessa. 

L’unica dimensione umana che consente un tale lavoro è la relazione. E la relazione umana per definizione è un’ambivalente coesistenza di gioia e dolore, di protagonismo ed antagonismo, di riuscita e di fallimento.  

Perché parlo di ambivalenza? Perché in qualche modo è stata sotto gli occhi di tutti di recente, nei tre anni della pandemia da Covid-19, le cui misure di contenimento “sanitario” (anche se più politico, che sanitario in realtà) hanno di fatto interrotto la sorgente della nostra umanità, relegandola a procedure restrittive, si diceva, per “la libertà degli altri”. 

Si, e la propria? Dove stava la nostra libertà? 

La nostra libertà stava, e lo sarà sempre, nella piena consapevolezza di sé stessi, nel comprendere i confini che ci separano dagli altri, nello sviluppare il nostro potenziale per risultare unici rispetto agli altri. 

E quindi, il livello della nostra libertà e della nostra umanità sta nei limiti che ci riconosciamo, e che dobbiamo necessariamente riconoscere agli altri, come tratto comune dell’Esistenza. 

Il lavoro sui limiti e sulla propria libertà è senza dubbio un lavoro di tipo educativo sulle nostre emozioni. Se noi non conosciamo il nostro mondo emotivo, andiamo avanti alla cieca e possiamo essere preda di messaggi che non ci appartengono. 

Dobbiamo capire che si cambia di pancia, non di testa. 

Riuscire a decodificare i nostri stati emotivi e i nostri sentimenti rispetto agli eventi che ci capitano prima di avviare delle azioni di cambiamento concreto all’interno di una relazione che avviene nel mondo quotidiano, è senza dubbio la migliore soluzione per poter vivere una vita sana e piena di soddisfazioni. 

Almeno fino ad oggi. Se un domani, parlo per assurdo, una qualche forma di intelligenza creata dall’uomo (l’AI) ci consentisse di entrare nel profondo di noi stessi e non solo di svolgere delle attività quotidiane e di calcolo, allora dovrò ritarare queste mie affermazioni umanistiche. Ma fino ad allora, per fortuna (e purtroppo), gli uomini funzionano, evolvono e crescono attraverso la relazione con gli altri. 

E qui veniamo al Counseling, e cosa fa per promuovere questo aspetto, da oltre 70 anni. 

 

Il counselor è un professionista della relazione di aiuto: cosa vuol dire? 

Nella relazione quindi avvengono molti fatti. Quasi tutto, oserei dire. Essa è di per sé unica e irripetibile. E, cosa ancora più peculiare, si manifesta solo ed esclusivamente operando una scelta. La persona sceglie di parlare con qualcuno di un certo argomento. Così, il cliente sceglie di parlare con un counselor allo scopo di dedicarsi un tempo e uno spazio per ascoltarsi e ragionare sui propri problemi. La persona potrebbe scegliere di fare altro, ovviamente, così come di rivolgersi ad altri. Ma supponiamo che abbia deciso di iniziare un percorso di Counseling con un professionista. Quali sono gli aspetti peculiari di quel tipo di relazione volta all’aiuto? 

In questo i libri di Counseling tendono ad essere piuttosto generici e quindi di conseguenza a generare conflitti di parte con altri professionisti. Infatti, molte volte il lavoro del counselor viene frainteso con quello di uno psicoterapeuta e, nonostante vi siano delle ovvie comunanze, a me personalmente piace concentrarmi sulle differenze e sulle domande che dovrebbe porsi sia il professionista che la persona che vi si rivolge per iniziare a capire che si tratta di due mestieri completamente diversi. 

Le prime domande da porsi sono queste: 


1) Di cosa ho davvero bisogno in questa Vita? 

2) Quali sono i miei talenti e/o le situazioni che mi rendono felice e realizzato? 

3) In che modo posso autodeterminarmi e trovare così il mio posto nel mondo?

 

In queste domande prevale l’Esistenza (nel senso di esperienza di vita) e la Soggettività (nel senso che non vi è una risposta universale). Quesiti codificati, che si evolvono nel tempo ma che stanno alla base delle radici storiche del Counseling.  

E quindi…

 
Un pò di storia…!
Iniziamo col dire che la data di nascita del Counseling è incerta. Troviamo le prime idee di questa modalità di aiuto più o meno tra la fine del ‘800 e i primi del ‘900 nel contesto culturale degli Stati Uniti d’America. Questi sono anni di grandi cambiamenti, economici e sociali, soprattutto con l’avvento dell’industrializzazione, la migrazione di massa verso le città e l’introduzione della scuola pubblica universale. 
Fu in quel periodo che Frank Parsons (sociologo) scrisse Vocational Guidance, un articolo che aveva come obiettivo dare supporto all’orientamento professionale. Egli fu il vero precursore del Counseling perché in questo scritto cercava di rendere pratico e accessibile un processo che definisse la chiara comprensione di sé stessi, della proprie abitudini, interessi, ambizioni, risorse e le cause di queste, nonché vantaggi e svantaggi connessi  nonché le possibilità di successo. Egli mise in evidenza come nei momenti di cambiamento, l’uomo ha sempre bisogno di confronto e supporto e, più in generale, di avere accanto qualcuno che sia suo alleato. 

Non a caso nel Counseling si parla di “alleanza” con il cliente. Eccone svelata l’origine 🙂
 
Da Parsons partirono tutti i successivi esperimenti legati all’orientamento professionale nelle scuole. Scrisse un libro, Choosing a vocation (1909) e successivamente venne fondata la NVGA (National Vocational Guidance Association) che fu l’ente precursore della American Counseling Association.
 
Quindi, l’origine “arcaica” di questa professione la dobbiamo ad un sociologo, non ad uno psicologo. 
Fu negli anni ’50 che cominciarono ad occuparsene anche gli psicologi e non solo i sociologi esperti in orientamento. In quegli anni spuntano le figure iconiche di Carl Ramson Rogers e di Rollo May, considerati i padrini “maturi” di questa disciplina che iniziava ad affacciarsi al mondo nella sua pratica all’interno delle terapie psicologiche. L’idea di fondo che ispirò Rogers fu come la psicoterapia tradizionale fosse troppo interpretativa, valutativa e giudicante nella pratica e che fosse possibile percorrere una strada diversa, centrandosi sulla persona. Nel contempo, May si domandava come un individuo potesse essere davvero sé stesso senza subire le aspettative degli altri e dell’ambiente sociale. In quello stesso periodo si affacciò sulla scena anche Abraham Maslow, che verrà riconosciuto poi come uno dei padri della cosiddetta Psicologia Umanistica (la “Terza Forza”), che si contrapponeva alla Psicanalisi di Sigmund Freud e al Cognitivismo-Comportamentale americano. La novità consisteva nel fatto che mentre in Europa si tendeva ad analizzare il passato e l’inconscio della persona allo scopo di scovare traumi, fobie e disturbi e in America si associava ad ogni stimolo una risposta adattativa di tipo ambientale (facendo moltissimi esperimenti sugli animali per tradurre queste tesi sull’uomo), la psicologia umanistica si basava principalmente sul pensiero della filosofia esistenziale che si domandava, prima di ogni cosa: 

“Chi sei?”
 
Fu per tale motivo che fino ai primi degli anni ’60, questa forma di psicologia fu più una teoria filosofica-esistenziale che una pratica vera e propria. Fu proprio una filosofia. E’ da questa distanza storica tra pensiero e tecnica psicologica che secondo me, ancora oggi, si creano molti attriti tra chi pratica il Counseling e chi si occupa invece di Psicoterapia. Nel tempo si è convenzionalmente compreso che la differenza tra questi due approcci all’aiuto dipende da cosa si parla con il cliente e di come si risolve, conseguentemente, un problema. Perciò, in oltre 70 anni di attività, si è distinto nella Psicoterapia e nel Counseling solo il focus d’attenzione: nella prima è rivolto all’interno, ai conflitti interiori irrisolti del passato, lavorando su schemi e questioni che sono lì da molto tempo e che hanno, anche, bisogno di una interpretazione per favorire un cambiamento emotivo e razionale della persona; nel Counseling, al contrario, si guarda alla vita della gente, e quindi alla sua esperienza nel presente (il qui-ed-ora) per comprendere cosa funziona e cosa non funziona e tentare di cambiarlo fissando degli obiettivi che siano percorribili da una persona adulta dalla personalità di sana. 
 
E’ una distinzione doverosa e chiara, tuttavia non è l’unica da fare. 
 
I detrattori della nostra disciplina potrebbero affermare che l’unica differenza è appunto il focus, non la sostanza di quello che si va a fare – anche in fatto di tecniche e metodi – e che tutto potrebbe nascondersi sotto il cappello della Psicologia e che quindi valga la dicotomia psicologo-che fa anche il counselor, ma non counselor-che fa anche lo psicologo. Questo ragionamento sarebbe giusto, se considerassimo la scienza umana psicologica come una scienza pura. In realtà non è così. La Psicologia è una scienza relativamente giovane (la sua origine sperimentale si deve ad un fisiologo tale W. Wundt, 1879… manco ad uno psicologo perché ancora non esistevano 🙂 )  che attinge da altre discipline precedenti come la filosofia, l’antropologia, la sociologia (che è più antica), la pedagogia e più di recente anche le scienze statistiche e la medicina. 
Non vi è nulla di puro nelle scienze umane perché sono basate sull’evidenza dei fatti, non su leggi universali, come può esserlo la matematica e la fisica. Pertanto pensare che la psicologia e le altre scienze sociali siano da intendere, in senso di merito e di metodo, come naturali e descrittive è un grave errore epistemologico. Oltre che un parlare a casaccio.  
 
Alan Watts nel saggio “La saggezza del dubbio” (1981), a tal proposito scriveva: 
 
Penso che tutte le scienze umane, con le loro peculiarità, siano scienze riflessive che hanno la vocazione intrinseca di aiutare le persone a scegliere modalità di vita più consapevoli e soddisfacenti. C’è un’aspirazione, all’interno dell’esistenza umana, al significato e alla soddisfazione”. 

A tal proposito, tra il XX e i primi anni del XXI secolo importanti pensatori come Zygmunt Bauman e Ulrich Beck (filosofi e sociologi) elaborarono molti concetti filosofici sul senso della vita umana, senza per questo concentrandosi su aspetti psicologici. Al contrario: secondo questi signori, sarebbero le stesse società – che verranno chiamate “complesse” – a definire le situazioni peculiari in cui si trovano a vivere le persone e quindi a definire il loro stato d’animo di benessere o malessere. In un quadro complesso le variabili sociali sono tantissime e si innestano l’una nell’altra provocando disagi nell’uomo moderno. E i disagi di base sono legati all’educazione sociale: difficoltà a definire la propria identità (che è sociale), perdere l’autodeterminazione (che a che fare con i ruoli, quindi è sociale), intraprendere nuove relazioni (nelle comunità, quindi in società), trovare spazi di reale condivisione (se non virtuale), e via dicendo. La nostra è una società, per usare le parole di Bauman, “liquida”, dove tutto si scioglie ed è evanescente: legami, affetti, istituzioni, comunità, amore…dove cioè tutto ciò che, storicamente, anche in epoche primitive, dava all’uomo senso di sicurezza, protezione e realizzazione tende ad esistere per breve tempo per poi…sparire. Tende a non radicarsi. Insomma, il sale della Vita, lascia la vita stessa…insipida. Pertanto venendo a mancare luoghi ed occasioni di condivisione e senso di comunità, quello che accade è una loro sostituzione con altri valori tipici del mercato economico (i soldi, la produttività, l’efficienza), un altro ambito sociale. Come avrete sicuramente letto, molta letteratura sociologica afferma da tempo che rincorrere i dogmi del mercato senza una base solida di integrità personale – la società del consumo e della performance – genera molto malessere e senso di vuoto negli individui. E il malessere è personale, non sociale, perché ha a che fare con la qualità della vita che ciascun di noi cerca di raggiungere, se pur con scarsi risultati.  
 
Perciò, il lavoro del Counselor è senza dubbio un lavoro prettamente umanistico – non psicologico – perché attinge a piene mani da ragionamenti relativi al nostro essere nel mondo esterno e alle conseguenze su di noi e le nostre vite, non al nostro mondo inconscio e mentale. Attinge a quello che verrà chiamato “Nuovo Umanesimo”.  
 
Infatti, come giustamente ricorda la Caporale: 
Nei momenti di impasse, le persone cercano luoghi e relazioni che contengano il senso di solitudine, di disorientamento che si provocano nel dover fare una scelta importante, quando una relazione finisce, quando le nostre reti sociali non sono abbastanza forti ed estese, quando improvvisi cambiamenti irrompono nelle nostre vite: in tutte queste circostanze cercare luoghi accoglienti o persone con le quali attraversare questi momenti è un bisogno che si perde nella notte dei tempi. (2022, p. 35). 

Ed aggiungerei, non è di esclusiva competenza di un professionista della salute mentale creare queste condizioni e un ambiente accogliente per parlare della vita. Che questo sia chiaro. Altrimenti, per onestà intellettuale, bisognerebbe impedire ad ogni genitore di parlare di emozioni come l’amore con il proprio figlio o ad un qualsiasi amico che desse supporto emotivo per aver perso una persona cara in un incidente stradale di aiutarlo ad elaborare il lutto. Nessuno dovrebbe azzardare un intervento: non potrebbe proferire parola, perché non si possiede la competenza per parlarne. 
 
Una idiozia, bella e buona. Le persone aiuteranno sempre gli altri, che ne abbiano competenza oppure no. L’essere umano è solidale per definizione. 
 
E scusate, quello che si manifesta costantemente nei teatrini burocratici in cui si mettono in contrapposizione abilità e tecniche di presunta origine psicologica e sanitaria, è l’aberrazione di quanto detto sopra. Se l’ascolto, l’empatia, orientare o indurre alla motivazione per cambiare aspetti della propria vita con strategie umanistiche, sono da ritenere come forme di terapia codificata, saremmo tutti malati o in preda a nevrosi e disturbi. E’ un castello di carte questa argomentazione qui. Il mondo, anche quello “liquido” professionale contemporaneo non funziona in questo modo. Il mondo del lavoro, infatti, è pieno di professionisti che intersecano i loro destini professionale con numerose altre competenze, e molte volte chiedono aiuto a chi ne dovrebbe sapere più di loro per arrivare ad una risposta. I counselor non fanno, ovviamente, eccezione quando si trovano di fronte a casi ingestibili o tipicamente terapeutici. Consegnano il caso ad un terapeuta, collaborando serenamente con sanitari ed altre figure professionali contigue, ma non uguali.  
 
Tuttavia, ci tiene a ribadire la Caporale, riportando la questione al “luogo di sosta”: 
 
Vivere, soffrire, gioire, fallire, avere successo sono dimensioni che la vita porta con sé e che possono essere inquadrate, in modo generalizzato e aprioristico, come pressioni esistenziali che non necessitano un approccio di tipo sanitario: per questo il Counseling rappresenta uno dei luoghi in cui le persone possono sostare per contattare e riprogettare aspetti della propria vita (ibidem)  

 

Il Counselor è un mestiere: cioè? 

Il counselor professionista – in questo senso – è un difensore delle risorse sane di una persona. Un promotore delle stesse. Diciamolo meglio: il counselor è un difensore e un promotore delle relazioni umane efficaci e positive che aiutano le persone a stare meglio con loro stesse e di conseguenza con gli altri e questo non fa di lui un operatore della salute mentale. Come può esserlo un medico o uno psichiatra. Egli è un esperto di comunicazione e di relazioni umane: si inserisce nel novero di tutti quei professionisti come possono essere i nutrizionisti, gli osteopati, i naturopati, i chiropratici o i pranoterapeuti che svolgono con passione una professione che ha come scopo ultimo lo “far stare meglio gli altri” e non “curare gli altri” da qualcosa di importante o debilitante, come una malattia mentale o fisica. Il Counseling ha come scopo l’integrità della persona umana e il suo funzionamento generale, non la patologia particolare, per sua stessa definizione. Ed è per questo che esiste in Italia una legge apposita, la Legge n.4 del 2013, che riconosce tutte quelle professioni intellettuali che non avevano prima di quella data un riconoscimento formare a livello legale. Riconoscere, che non vuol dire disciplinare (come invece fanno gli Ordini Professionali) significa che per fare il counselor basterebbe, in teoria, essere dei bravi comunicatori ed avere una certa sensibilità alla gente e la legge te lo riconoscerebbe come attività. Ovviamente, se si vuole svolgere questa professione continuativamente ritengo che la formazione personale e professionale sia necessaria, oltre ad essere ormai la stessa in tutti i paesi dell’Unione Europea (standard IAC – International Association for Counseling), prevedendo anni di studi, di aggiornamenti e di supervisioni professionali.  

E’ inoltre importante capire questa questione che non si concentra sulla malattia (patogenesi) ma sulla salute (salutogenesi). L’OMS nella Carta di Ottawa (1986) definisce la salute proprio in senso salutogenico, non come la mera assenza di una patologia. 

La salute di una persona è una dimensione complessa, costituita da più dimensioni interconnesse e situazionali, che non devono per forza essere legate alla malattia. La salute è, prima di tutto, una questione economica e sociale. Ed è legata al livello di felicità che prova una persona a vivere nel suo contesto sociale. La stessa OMS riconosce che un individuo è “in salute” quando interagisce (cioè ha relazioni) positivamente con l’ambiente (famigliare, professionale, amicale, etc) in cui si trova inserito. Nella Carta di Ottawa si parla a tale proposito anche di life skills, ovvero di tutte quelle abilità utili nella vita di tutti i giorni per migliorare sé stessi e stare meglio. E tali abilità non sono connesse né a farmaci né a terapie di sorta.  

 

Il Counseling tra identità e mestiere: approfondiamo la questione 

Counseling deriva dal verbo inglese “to counsel” che a sua volta trae origine dal latino “consulo/consulere”. La parola stessa identifica l’attività. L’azione compiuta in sé é quella di autodefinirsi, consultarsi, riflettere, deliberare, provvedere e pensare; nel significato più oggettivo si ritiene che il verbo abbia a che fare con riflettere su qualcosa, deliberare una cosa, consultare qualcuno per pensare e riflettere sui significati. L’oggetto su cui si delibera è il fulcro dell’attività stessa del “consulere”. 🙂 

Il counselor, cioè colui che pratica il Counseling, è quindi un professionista – e un esperto – delle relazioni interpersonali e della comunicazione con un ruolo di agevolatore e accompagnatore rispetto all’oggetto concreto di cui si parla. Sinonimi di counselor sono Orientatore e Facilitatore anche se questi due aspetti prevedono che vi sia una conoscenza specifica relativamente all’oggetto dell’orientamento e della facilitazione. Cioè se voglio fare un lavoro di orientamento nelle scuole, devo conoscere il contesto scolastico italiano; se voglio fare una consultazione di coppia, devo avere almeno della basi di sessuologia. E via dicendo.

Nel Counseling, come abbiamo accennato in precedenza, ci si basa sulle teorie e gli approcci intellettuali umanistici, ovverosia originati dagli studi fatti sull’esperienza in vita dell’uomo, partendo dall’ascolto attivo ed empatico della condizione umana della persona e accettandola nel suo complesso. L’identità professionale quindi, è un insieme di caratteristiche personali e abilità create nel tempo con la pratica e lo studio, dove si richiede una continua elaborazione delle proprie esperienze e della relazione con gli altri. 

Nello svolgersi della sua professione il counselor crede ad un aspetto talmente importante che qualsiasi sia l’indirizzo di studi rimane il cardine della sua deontologia: 

la persona è in grado di autorealizzarsi, autodeterminarsi e dispone di tutte le risorse necessarie a tale scopo (la tendenza attualizzante)

Quello che accade, ed è il motivo per cui l’utenza si può rivolgere al counselor, è che queste caratteristiche o sono schiacciate, o sono dimenticate o sono spostate su altre persone. La sua finalità è far riemergere questi aspetti positivi legati alle risorse personali per poterli utilizzare efficacemente. In altre parole, per un counselor non esisterà, nell’atto della sua pratica, una persona malata, nevrotica o disturbata. Esiste solo una persona in difficoltà. Che è ben diverso. 

Sempre l’OMS, già nel 1989, definisce così un intervento di Counseling:

Il Counseling è un processo che, attraverso il dialogo e l’interazione, aiuta le persone a risolvere e gestire problemi e a prendere decisioni; esso coinvolge un “cliente” e un “counselor”. Il primo è un soggetto che sente il bisogno di essere aiutato, il secondo è una persona esperta, imparziale, non legata al cliente, formata all’ascolto, al supporto e alla guida”.

Pertanto, il counselor è un professionista la cui formazione, le cui conoscenze e competenze, si collocano tra diversi ambiti delle scienze umane di libero insegnamento come la filosofia, anche la psicologia, l’antropologia, la sociologia e la pedagogia. E, ovviamente, non solo. 

Per deontologia un counselor non può schierarsi in favore di nessuna scienza umana, ma all’occorrenza utilizzarle tutte, consapevole della complessità – e dei rischi – che questo approccio comporta. La sua formazione esperienziale, cioè basata su casi concreti e su attività di tirocinio, svolta all’interno delle 900 ore complessive previste per il conseguimento del titolo di base, gli consente di vedere in azione tali approcci, senza essere dogmatico su uno in particolare ma imparando ad utilizzare l’uno o l’altro a seconda delle necessità dell’utente. 

Il Counseling è un mestiere artigianale, è un’arte. E’ flessibile e trasversale, ovvero si adatta a molti campi e situazioni esprimendosi sempre in una dimensione dialogica, cioè conversando con un individuo o con un gruppo di individui. 

Vorrei ricordare come in epoche passate diversi guaritori e retorici utilizzavano la comunicazione come prima forma di vicinanza con persone in difficoltà. Questa cosa sta tornando di moda oggi, soprattutto in ambito sanitario. Si sta passando dal somministrare farmaci e cure fisiologiche in maniera generalizzata (il c.d. “medicalizzare”) per trattare malattie, a comprendere cosa fare con quella particolare persona in quella particolare situazione ridando importanza all’empatia, alla comprensione di uno stato d’animo e all’auto-osservazione personale. E’ il caso, ad esempio, degli studi condotti sul rapporto medico-paziente e le best practise conseguenti. Insomma, anche l’approccio alle cure sanitarie sta cambiando e si parte sempre da una migliore comunicazione tra assistente ed assistito per capire “cosa c’è che non va”.  

Di ciò, il counselor ha molta esperienza se si limita ad intervenire in situazioni che siano contestualizzabili nella storia del cliente e la richiesta di aiuto sia collegata ad un evento, o una difficoltà di adattamento ad un problema conosciuto, circoscrivibile e di cui abbia lo stesso individuo una buona consapevolezza iniziale. Cioè il cliente deve identificare precisamente il “suo” problema, non presentare i sintomi. Sarebbe molto difficile se un processo di Counseling partisse da un senso di malessere generale: lì si si tratterebbe di avviare una terapia. Il Counseling deve essere specifico, definito, puntuale e centrare un obiettivo misurabile dallo stesso cliente. Ciò che deontologicamente un counselor deve fare, quindi, è integrare nel suo intervento attività di empowerment del cliente per attivare delle risorse personali che lo aiutino ad aiutarsi, nel più breve tempo possibile e con obiettivi definiti. 


Il Counseling, le altre professioni e lo stato dell’arte in Italia 

Scendendo più nel pratico, il Counseling è una professione che per molti terapeuti potrebbe essere definita scomoda per quello che concerne una eventuale abuso di altre professioni volte all’aiuto terapeutico. Uso non a caso il condizionale perché il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 546 del 2019 afferma che ogni presunta “sovrapposizione” tra due figure sarà di volta in volta valutata dall’Autorità giudiziaria e riguarderà – eventualmente – il comportamento del singolo professionista nei confronti dell’utente. 
Quindi, a meno che un counselor non giochi a fare lo psicoterapeuta entrando in ambiti sanitari che non gli competono, non è aprioristicamente giudicabile come un abusatore di professione. Oltre al fatto che andrebbe dimostrato, carte e testimonianze alla mano. 

Nella storia di questa professione ci sono state, e sono tutt’ora in corso, occasioni di definizione anche formale di questa professione come indipendente rispetto ad altre (l’autrice cita a titolo di esempio, la Norma tecnica UNI e il Consensus conference sul counseling proprio organizzata dall’Ordine degli Psicologi). Nel corso del tempo, ci sono state e credo ci saranno in futuro, molte azioni di politica professionale al riguardo. Ad oggi, con la famosa Legge n.4 del 2013, già citata in precedenza, il counselor si inserisce tra quelle professioni riconosciute ma non organizzate (anche se esistono le associazioni di categoria a tutela) che svolgono attività economiche mediante lavoro intellettuale. Tale legge, più che per il Counseling, diviene scomoda per tutte quelle professioni intellettuali la cui legittimità passa attraverso una regolamentazione ordinistica. Una storia già vista. Si tratta di una guerra senza vincitori né vinti, in cui la sola arma a difesa è credere nell’esclusività di un ambito di azione, non la conoscenza o meno di quell’ambito di azione. Molti counselor, infatti, operano a livello non solo individuale, ma anche per le coppie, nella scuola, in caso di emergenze, e via dicendo.  A titolo di esempio, potremmo dire che vi sono molti osteopati estremamente bravi a rimettere in piedi le persone dopo un infortunio, che non verranno mai riconosciuti da un fisioterapista per il lavoro che svolgono perché, formalmente, non sono dei sanitari. Ci sono molti consulenti aziendali generici, esperti in processi trasformativi, che non verranno mai equiparati ad un buon commercialista. Così come ci sono molti Consulenti del lavoro che svolgono il lavoro degli avvocati del lavoro e dei sindacalisti, e generano per questo dissapori, ma ciò non significa che non sappiano di cosa parlano. Ci sono, quindi, tantissimi ottimi counselor sul territorio italiano che non contano nulla formalmente ma magari svolgono un lavoro efficace con i propri clienti e svolgono un numero di interventi elevato. Insomma, l’appartenenza prima del merito definisce, purtroppo i confini professionali delle professioni in questo paese da ormai troppo tempo.   

Si tratta comunque di un cambio di prospettiva necessario, in senso generale, diverso rispetto al passato. In questo, la comunità dei counselor si concentra sulla definizione del processo di Counseling, come deve essere svolto, e in che modo sia efficace e diverso rispetto alla Psicoterapia. Il punto di partenza per una discussione, più che la legittimità burocratica della figura in sé, quindi, è il “come” viene fatto il Counseling.  

In altre parole: ciò che differenzia le professioni sono le modalità con cui vengono svolte, più che una definizione specifica della professione in sé che risulta, nonostante siamo nel XXI secolo, più una questione di difesa che una vera e propria necessità intellettuale ed operativa. E in tutto questo l’etica e la deontologia professionale ovviamente, nel Counseling, così come altrove, non mancano. Perché se parliamo di una professione umanistica “ibrida” come quella del counselor dovrebbero avere contro tutti i professionisti che a vario titolo di occupano di persone. Invece, ciò non accade. Non ho mai sentito di un antropologo che se la prendesse con un counselor per aver citato Margaret Mead…

Detto questo, un counselor professionista, serio e formato, sa bene fin dove può spingersi con un cliente in cerca di aiuto. Sa come e dove può organizzare un ciclo di consultazioni (o sessioni), di cosa può parlare e di cosa no, quante volte può accogliere l’utenza nel corso di un periodo di tempo definito, come scrivere un contratto di prestazione e quali sono le informazioni da dare all’utente. E così via. Nulla è, e deve, essere lasciato al caso. Soprattutto in un paese come il nostro, in cui la forma delle cose precede sempre e di gran lunga la sostanza. E la sostanza è un buon professionista equilibrato e bravo nel suo lavoro. 

Spesso noi diamo per scontato che un medico sia bravo solo perché è un medico, senza un minimo di critica sociale alla sua funzione e alle reali capacità in ambulatorio. E questo è un retaggio piuttosto vecchio, di una società molto normata e che deve seguire degli standard di riferimento basati non sulla bravura, ma sulla capacità del professionista di adeguarsi a certi processi imposti dalle alte sfere di quella professione.   

Mi rendo conto di come quest’etica calvinista, che riguarda il merito più che i titoli, sia in molti ambiti professionali sconosciuta ai più ma, come direbbe un buon counselor, è quello che c’è. E si può lavorare solo partendo da quello che c’è, non da quello che “vorremmo che fosse”. 

Perciò bisogna adeguarsi criticamente a quello che c’è, per cercare nel nostro piccolo di cambiarlo, in meglio, per le persone e per noi stessi, dando al Counseling il posto che – giustamente – gli spetta nelle professioni di aiuto agli altri.  



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