Cos’è il Lato Oscuro? La questione dell’Ombra secondo Robert Bly

Nell’impossibilità di poterci veder chiaro, almeno vediamo chiaramente le oscurità.

Sigmund Freud

Non volevo scrivere questo articolo, però è necessario. Una breve introduzione al concetto di Ombra

Che cos’è il Lato Oscuro di un individuo? Di cosa parliamo veramente quando usiamo il termine “Ombra”? Se lo chiedeva Robert Bly (1926-2021), poeta e psicanalista junghiano statunitense, recentemente scomparso, che per una parte della sua vita si è dedicato all’individuazione di questo aspetto della personalità presente in ogni uomo attraverso il libro “Il piccolo libro dell’ombra”, scritto nel 2003. 

Non volevo scrivere questo articolo, però è necessario perché è molto diffusa l’idea che chi si occupa di crescita personale non debba prendere in considerazione le parti più sepolte e spiacevoli della personalità del cliente, quelle con le quali – come dice l’autore – tutti noi riempiamo il nostro personalissimo sacco finché, ad un certo punto, non esplode ed emerge quello che non ci piace e che non possiamo controllare.

Non siamo fatti di polvere di stelle e di sola bontà: siamo persone. 

In noi convivono luce e oscurità. 

Tuttavia, il motivo per cui Counselor e Coach tendono normalmente a non prendere in considerazione il lati spiacevoli dei clienti è perché lavorano quasi sempre “in positivo” (la motivazione, le risorse personali, la voglia di fare, lo sviluppo della felicità, ecc.). Questo accade anche perché esiste una ragione di confine che ha a che vedere con la questione dell’inconscio, del nascosto, del non-manifesto, e quindi si entrerebbe in territori esplorati da altri professionisti, generando una interferenza di competenze e la solita guerra crescita personale vs terapia. 

L’Ombra, traducendo l’inconscio in immagini (le carte non viste del proprio mazzo) lo sottrae alla vaghezza concettuale da cui la psicanalisi non l’ha mai completamente liberato, lo rende visibile e, soprattutto, rappresentabile, sceneggiabile, dunque vivente e parlante. E’ sempre la sua qualità di traduttrice dell’inconscio in immagini. (pref. Claudio Risé, 2003, p. 9) 

Per questo ho deciso di scrivere due righe sul lato oscuro e sulla sua funzione, a partire da quello che intende Bly per ombra e in rapporto al lavoro che compete al Counselor nel suo servizio al cliente. 

Inizio col dire che, nell’accezione di Bly, l’Ombra è quella parte di personalità che, nonostante la sua natura defilata, si manifesta ogni giorno, in misura più o meno maggiore – a seconda che si sappia controllarne la sua manifestazione oppure no – nell’agire quotidiano. Quasi fosse una compagna di vita, l’Ombra ci sta sempre accanto e si nutre delle nostre imperfezioni sociali e della sua stessa assenza. 

E’ quella parte di noi che abbiamo deciso non essere socialmente accettabile, quindi non manifestabile apertamente e con consapevolezza. Essa viene portata alla luce solo in determinati situazioni scatenanti, quasi fosse un automatismo o la conseguenza di un fatto, oppure è molto presente in letteratura (cioè all’interno della sfera creativa umana). 

Si tratta qui, non diversamente che nella psicologia analitica, di una personificazione di tutti gli aspetti che l’individuo consciamente rifiuta ma inconsciamente possiede, che intensamente teme e dovrà comunque affrontare se intende progredire nel proprio sviluppo. (ibidem, p.11) 

Va da sé. come l’Ombra (o meno) di una persona abbia molto a che fare con il controllo emotivo e sentimentale – e quindi della  vita – di un individuo e perciò, se pur lateralmente (come una sorta di corollario), può tranquillamente riguardare parte del lavoro che il counselor propone al cliente. 

Infatti, riconoscere che non siamo sempre un distillato puro di bontà ma, in quanto esseri umani, oscilliamo come un pendolo tra stati d’animo positivi e stati d’animo totalmente negativi, finanche, oscuri, tra emozioni buone ed emozioni meno buone, tra sentimenti come l’amore e la cattiveria, è solo l’onesta constatazione di un fatto umano, prima di essere una analisi psicodinamica o una patologia che porta gravi conseguenze alla persona o a chi le sta intorno.  

Un cliente è una persona; essa è sia buona che cattiva, in termini molto elementari. Ha e avrà sempre dei punti in luce, ed altri in ombra.

Compito nostro non è stanare quel lato in ombra per colpevolizzarlo o giudicarlo, ma rendere consapevole il cliente che se sono presenti certi lati non manifesti, essi stanno influenzando negativamente la sua vita. 

E per questo il nostro aiuto serve anche a porvi rimedio. 

 

L’Ombra e le sue interpretazioni 

Parlare  dell’Ombra significa sempre per l’uomo avvicinarsi al problema del bene e del male, ma con autenticità. Il male che possiamo pensare degli altri, in realtà, è una proiezione (o una dislocazione, forse più appropriato) dell’ostilità che proviamo per alcuni aspetti intimi di noi stessi di cui non siamo consapevoli fino in fondo e che ci suscitano rabbia, avversione e ostilità. 

Quindi, si tratta della nostra identità, prima di quella degli altri, a essere messa in discussione di fronte anche ad eventi di carattere collettivo. 

Una interpretazione sociologica direbbe che l’Ombra è sia individuale che collettiva, e può portare a forme di rappresentazione sociale, che si manifestano in termini euforici e depressivi:

[…] l’Ombra è proprio questo: la pace che ci consente di fare con una delle due facce dell’umore dell’uomo, la depressione. Proprio lei, la grande nemica della pazza, onnipotente euforia che ha caratterizzato la cultura e il costume del Novecento. […] Un individuo, una società che rifiuta ogni momento di depressione e riconosce come positiva solo la posizione euforica, si colloca sui toni della mania. (ibidem, pp.gg. 13-14)

Insomma, forte la luce, forte l’oscurità, direbbe Luke Skywalker in una scena di Star Wars! 🙂  

Ed è vero, ovviamente. Ma questo aspetto della polarità umana, prima del regista George Lukas, l’avevano scoperto i buddhisti e gli antichi poeti cinesi che, nella loro conciliazione tra un lato chiaro e uno scuro, avrebbero conservato e e sviluppato meglio l’empatia nei confronti del creato (animali e piante). Alla stessa conclusione erano arrivati i Taoisti, con l’espressione del simbolo della Via (lo Yin e lo Yag, cui ho parlato approfonditamente in questo articolo): essa riporta chiaramente la contaminazione tra luce e buio, ovvero che le due cose non possono essere separate e di come sia necessario per un uomo completo vivere con entrambe.

Nel Counseling gestaltico si direbbe “far sì che le due parti siano integrate”.  

Poi arriva, in epoca più recente, l’etica cristiana e protestante, che la farà da padrona fino ad oggi, almeno in Occidente. Nella nostra cultura ci viene insegnato fin da piccoli a separare le due polarità la madre dal padre, il lato destro da quello sinistro, Dio e Satana (come nel puritanesimo) e rimandano ad una scelta: o stai dalla parte del bene (lato della luce) oppure da quella del male (lato del buio), senza via di uscita, si tratta di una proposta di battaglia interiore, in corso ancora oggi, che senza volerlo giustifica in qualche modo la separazione tra il “conscio” e “l’inconscio”. 

 

L’Ombra  è un sacco

E qui Bly, inizia la sua teorizzazione dell’Ombra a partire dagli esempi in letteratura, come negli scritti di Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson e Carl Gustav Jung. 

Noi non inventiamo le cose, semplicemente ce le ricordiamo. Cioè le conserviamo. (ibidem, p. 33)

L’Ombra è una manifestazione del tutto personale ed inizia a manifestarsi già all’età di 1-2 anni, quando il bambino pieno di energia corporea e psichica, si approccia al mondo con fiducia. E’ lì che i genitori, molto spesso incapaci di gestire una tale quantità di energia, iniziano a dire cose come “Non riesci a stare fermo e zitto?”. 

A partire da piccoli rimproveri come questi, il bambino inizia a cucire il suo personalissimo sacco-Ombra, ed è l’avvio della fase di conservazione. Nel sacco il bimbo inizia a riporre tutto ciò che ai suoi genitori non piace, per richiesta di accettazione ed istinto di sopravvivenza ma, soprattutto, per non perdere il loro amore. 

Poi, dai 3 anni in su, arrivano anche gli insegnanti che soffocano ancora di più l’Ombra con frasi del tipo “Non ci si arrabbia per queste piccole cose!” dando in un lampo poca importanza all’emotività e finendo talvolta per metterla da parte in favore di un bene più collettivo, come quello di una classe, di una scuola o di un ceto sociale. 

Le repressioni psichiche, tengono a bada – per così dire – il Lato Oscuro e sono indotte dagli adulti ai bambini, fintanto che, in età adolescenziale, dopo gli 11 anni, l’onere si sposta sui coetanei (“il gruppo di pari”) che diventano coloro che bilanciano la luce con l’ombra attraverso dei processi di omologazione e differenziazione. 

Sicuramente, il modo in cui viene attuata questa repressione è diversa a secondo della cultura sociale e teleologica presente in una comunità o società: è tarata cioè su ciò che è lecito o proibito a seconda dei valori sociali utilizzati in una determinata cultura. Nella cultura cristiana, ad esempio, finirà nel sacco quasi sicuramente la questione della sessualità e delle sue manifestazioni eterogenee.  

Passiamo i primi vent’anni della nostra vita a mettere nel sacco parti di noi stessi e passiamo il resto della vita a cercare di tirarle fuori. (ibidem, p. 35) 

E cosa succede, quando questa forza psichica imbrigliata dalla società, viene a manifestarsi, di solito in età adulta? Quello che accade, dopo i 20 anni, la letteratura lo può spiegare molto bene. Ne Lo strano caso del Dott. Jekyll e del sig. Hyde di Stevenson, è riportata metaforicamente la conseguenza della liberazione della forza nascosta nel sacco. Il racconto ci dice una cosa fondamentale: quando mettiamo nel sacco una parte di noi stessi, quella parte regredisce e si involve verso la barbarie. 

Se un uomo sigilla (cioè reprime) per vent’anni la sua sessualità, la sua parte selvaggia ed avventurosa, l’impulsività, la rabbia, la voglia di libertà, esse quando si liberano diventeranno ostili nei confronti dell’individuo.

Bisogna tenere presente che questa cosa della repressione della parti non socialmente accettabili è tipica della cultura occidentale, ma non è diffuso ovunque. Anche noi occidentali abbiamo delle forme di sfogo dell’aggressività, ad esempio, nello sport di squadra o in certi rituali un pò macabri (come la corrida spagnola), tuttavia culture diverse sfogano tale energia in maniere completamente diverse.

A Bali e in altre culture primitive, le manifestazioni energetiche di tipo aggressivo vengono agite nell’arte perché quello è il loro ideale oppure si sfogano attraverso rituali collettivi, come la scultura di mostri in alcune culture indonesiane. 

L’Ombra è un proiettore 

La seconda allegoria che usa Bly per spiegare l’Ombra è quella del proiettore cinematografico. 

[…] le immagini che abbiamo arrotolato dentro un contenitore le manifestiamo all’esterno e le proiettiamo per altri o su altri. (ibidem, p.38)

Ciò significa che la caratteristica distintiva dell’Ombra è senza dubbio la sua proiezione sugli altri, cioè la sua capacità di riflettersi al di fuori di noi. La rabbia di una persona – rinchiusa per anni e soffocata dalle convenzioni sociali – d’improvviso esplode contro la moglie, i figli, un passante per strada. 

Proiettare sull’altro la propria frustrazione non è l’unico modo con cui possiamo interagire con l’esterno. Come direbbe Marie Louise Von Franz, è possibile che la proiezione possa essere positiva: perché diamo sempre per scontato che la proiezione sia un male, quasi a farla diventare un’accusa?

Il punto non è tanto che proiettiamo (quindi), ma piuttosto quanto a lungo teniamo le nostre proiezioni là fuori. E quanto la proiezione che avviene senza un contatto personale sia pericolosa. (ibidem, p. 43)

L’autore usa anche il caso relativamente recente del successo sessuale di Marilyn Monroe per spiegare il concetto di pericolosità dell’Ombra. Milioni di americani avevano proiettato su di lei l’ideale della bellezza femminile. L’attrice si era così trovata addosso milioni di proiezioni, che sono diventate a poco a poco ingestibili, al punto di arrivare a farla morire. Mentre nella culture tribali la proiezione viene gestita con dei riti di passaggio (e in maniera molto delicata), nell’Occidente essa viene messa in mano ai mass media e alla pressione che esercitano sulle nostre vite quotidiane, arrivando a far morire chi la riceve. Nessun essere umano regge una pressione di simile portata, come quella che è toccata a Marilyn ed altri come lei. 

Questo episodio ci insegna come sia infinitamente importante che ciascuno richiami a sé le proprie proiezioni. 

Alice Miller, parla di dramma del bambino dotato

Il dramma è questo. Siamo entrati nel mondo portandoci dietro nuvole di gloria provenienti dalle profondità dell’universo; portando con noi appetiti ben conservati della nostra eredità di mammiferi, la spontaneità meravigliosamente conservata di 150 mila anni di vita arborea e le ben conservate ire funeste di di 5000 anni di vita tribale; e abbiamo porto questo dono ai nostri genitori, e loro non l’hanno voluto. Questo è il primo atto del dramma. (ibidem, p.44)

Il rifiuto della nostra “umanità” prima ancora di parlare è una registrazione arcaica della nostra psiche. L’unica cosa che possiamo fare, dice Bly, è costruirci una personalità accettabile per i nostri stessi genitori. 

E non solo per loro. Il nostro sacco è anche, e soprattutto, sociale. In esso confiniamo tutta la nostra energia, non tenendola più per noi. E quel sacco è pieno di cose che possono depositare molte altre persone, formando una sorta di rinuncia sociale per il quieto vivere. 

Esilio, caccia e recupero dell’Ombra (perduta)

Abbiamo asserito fin qui come proiettare o nascondere nel sacco tutta la nostra energia e potere, sia in realtà darla via, disperdere il nostro tesoro energetico.

Tuttavia, quello che accade con il sistema delle proiezioni, e come ad esempio un padre proietti la sua brutta giornata lavorativa sul figlio, o la sessualità animale sulla moglie. Di converso, la moglie, può proiettare sul marito la sua idea di eroe interiore, in un eccesso di aspettativa di nobiltà o responsabilità. E via discorrendo. 

Quello che cerco di dire con le parole di Bly è che siamo tutti grandi esperti nel dar vita al nostro potere. Già: ma come recuperarlo? Come far sì che quel potere umano non si disperda, non si immagazzini o si alieni completamente e poi sfoghi nelle sue manifestazioni più oscure?

Presto detto: partendo dalla consapevolezza delle nostre proiezioni e soprattutto rendersi conto che hanno una durata sempre temporanea, dopodiché cominciano a vacillare. 

Nel corso dell’ultimo  ventennio molti giovani americano hanno proiettato la loro guida spirituale su un qualche guru asiatico. Anche quella proiezione dura un certo tempo, poi incomincia a vacillare. (ibidem, p.51)

Nel diciannovesimo secolo i tedeschi credevano che l’esuberanza dei bambini fosse una forma di capriccio. E questa “capricciosa debolezza” l’hanno ereditata gli adulti, convinti come siamo di essere stati deboli (e quindi capricciosi) da piccoli. La conseguenza è una sola: che non appena vediamo il capriccio negli occhi e nei modi dei nostri figli, ci arrabbiamo con loro. E tutti i genitori conoscono questa musica quando esplodono di una rabbia ingiustificata nei confronti di figli capricciosi. E’ quando verifichiamo nell’altro questa capricciosa debolezza, che ci liberiamo della rabbia del nostro sacco. E quando ci sentiamo minacciati di dovercela riprendere, perché ormai è fuori, possiamo diventare violenti. 

Ogni forma di esuberanza, di incongruenza, ogni manifestazione spontanea della forza vitale ci appare minacciosa. (ibidem, p. 53).

E questa possibile minaccia, così come il risultato delle nostre reazioni, la nascondiamo dietro il concetto di “intelligenza morale” e di “atto di amore” che, di fatto, serve esclusivamente a perpetuare l’inconsapevolezza che, in realtà, siamo noi quei bambini capricciosi solo che non accettiamo di far cadere la maschera. Perché ormai, siamo adulti. L’intelligenza morale è quella vocina dentro di noi che, dopo lo sfogo di una rabbia incontenibile verso un bambino a seguito di un fatto di poca rilevanza (come far cadere un bicchiere, o sporcare un muro, ecc.) ci dice: “Non importa. Il tuo compito è insegnare la disciplina a questo bambino! Se non lo fai, diverrà pigro ed irresponsabile”

L’articolo si potrebbe tranquillamente chiudere qui, molti di voi si saranno resi conto ormai che l’Ombra è sempre presente e si manifesta quotidianamente, in modalità del tutto “normali”.

Tuttavia, c’è dell’altro. Quello che Bly chiama il quarto stadio

Immaginiamo che un certo giorno, esausto, un uomo abbandoni la lotta con l’Ombra e faccia combaciare sul volto di un altra persona la maschera che si tiene addosso da tutta una vita. E’ in quel momento che guardiamo davvero noi stessi e vediamo la nostra diminuzione, la nostra barbarie. Il quarto stadio altro non è che lo stato mentale in cui proviamo la sensazione di diminuzione. 

Se da bambino l’uomo ha dato la sua strega alla madre e poi, cresciuto, alla moglie o all’amante, un giorno, magari verso i 35 o 40 anni, si sentirà debole, rimpicciolito, precisamente perché quella strega si trova fuori di lui. (ibidem, p. 56)

E qui, a quel punto, si fa normalmente un salto di qualità nella comprensione di sé stessi perché si prova il dolore. E al dolore segue un ulteriore stadio, il quinto, quello in cui recuperiamo attraverso il provare un fallimento, un dolore, sia il gigante che l’eroe, sia la strega, che il bambino capriccioso, sia il nostro carattere brutale e ambivalente. E’ lo stadio di mangiare l’Ombra. Mangiarla, nel senso di assimilarla, più e più volte. Come rimangiarsi le parole. Una dieta sana, il recupero dell’Ombra, dice Bly. E lo diceva anche Churchill a suo tempo. Perché inevitabilmente riprendiamo in mano i nostri limiti e diventano parte di noi stessi, donando funzione alla vita. 

Il mangiatore di Ombra diventa un uomo saggio: diffonde calma intorno a sé ed esprime dolore, più della rabbia. Chi si nutre della propria Ombra, recupera energie.

Come si fa a mangiare l’Ombra o a riappropriarsi di una proiezione, in pratica? Suggerimenti per la vita quotidiana potrebbero essere: acuire i sensi dell’odorato, del gusto, del tatto e dell’udito, creare vuoti nella proprie abitudini, visitare tribù primitive, fare musica, modellare nella creta figure spaventose, suonare uno strumento a percussione, stare da soli un mese, praticare uno sport estremo…(ibidem, p. 65)

Onorare l’Ombra

Attenzione! Onorare, non vuol dire seguire acriticamente, né tantomeno mistificare o elogiare. Onorare significa rendersi conto che c’è (dal latino honorare, ovvero “riconoscere”) che esiste l’Ombra in noi stessi e che essa cerca di indicarci dove si trova attraverso le persone che ci ispirano, ad esempio, un odio irrazionale cioè basato su elementi inesistenti. Uno esempio fra tutti, il famoso detto “a pelle, quello non mi piace!”. Che vuol dire? Chi parla in questo caso? 

Prendiamo consapevolezza che la nostra rabbia e il nostro disgusto vanno verso chi o cosa ci ossessiona, come quando a volte capita che ci sentiamo coinvolti in vicende di persone che ci sono praticamente sconosciute. L’odio che possiamo provare è utile quando stacchiamo lo sguardo dalla persona che l’ha inconsapevolmente creato. Se guardiamo in basso, vedremo la nostra Ombra. 

Una vecchia tradizione dice che se un uomo ama Dio, in vent’anni può diventare santo; ma se lo odia può arrivarci in due anni. (ibidem, p. 70). 

Infine, faccio riferimento ad un’altra grande intuizione dell’autore, che afferma come se i nostri genitori ci hanno spinto all’altruismo, la nostra Ombra tende al contrario, ovvero ci spinge all’avidità e alla furbizia. Nessun educatore è attualmente consapevole che dai buoni propositi, nascerà anche il contrario. 

Insomma: potente la Luce, potente l’Oscurità. 

Che fare allora con questo ospite represso della nostra esistenza?

Bisogna onorarlo. 

Se arrivi a fare tanto lavoro con la tua Ombra la puoi portare finalmente alla luce del sole: è come guardare un immenso paesaggio dove pascolano emozioni e sentimenti negativi, come odio, paura, rabbia, gelosia. E’ una sorta di scorta emotiva, perché noi nasciamo umani a “360 gradi”, con un’energia enorme, ma non siamo in grado di vivere sovra-stimolati da tutte. Perciò, selezionando solo ciò che è socialmente accettabile, lasciamo pascolare il resto e ce ne serviamo quando meno ce lo aspettiamo. 

Jung dice che una persona che ha represso efficacemente la propria Ombra ha difficoltà a comunicare agli altri i propri sentimenti. (ibidem, p. 74)

E’ un pò come se l’Io e l’Ombra giocassero una partita per aggiudicarsi la nostra forza. Ed è giusto ricordare come la nostra cultura sofisticata è nostalgica delle espressioni primitive, altrimenti non si spiegherebbe come pornografia o film di azione in cui muoiono tutti abbiano un tale successo. 

Chi riesce ad integrare la propria Ombra (onorando il lato animale a quello sociale) con il resto delle peculiarità personali, diventa una persona completa e saggia. 

In questo quadro, abbiamo capito che l’Ombra non deve essere per forza identificata come il male assoluto da reprimere, ma come una sorta di cartina di tornasole della nostra personalità viva e vegeta, carica di energia che ci portiamo dietro dalla nascita e che può essere riconosciuta, usata, dismessa, onorata e vista prima che faccia dei danni agli altri.

Almeno, questo è l’augurio dell’autore. 

 

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