Cos’è la coscienza? Principi filosofici, psico-neurobiologici e spirituali

Prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Haper Lee 

 

Questo articolo è nato per fare chiarezza riguardo al termine coscienza. Tra gli studiosi che ne hanno parlato in questi anni, ho trovato un contributo di alto valore, che riepiloga tutti gli aspetti scientifici, filosofici, etici, psicologici e spirituali attorno al concetto. Mi avvalgo quindi del lavoro di Maria Paola Brugnoli, medico chirurgo, specialista in anestesia e rianimazione, terapia del dolore e cure palliative. Studiosa di fama internazionale, in ambito neuroscientifico, psicologico e psichiatrico, autrice del libro “La coscienza. Negli stati introspettivi e meditativi. Aspetti neuroscientifici, Psicologici, Filosofici, Clinici e Spirituali”. A mio avviso il contributo più completo rispetto ad un tema così affascinante e complesso.


La coscienza umana e i suoi stati alterati: una piccola introduzione

La coscienza è un termine che si riferisce alla capacità di percepire, di sentire o di essere coscienti di eventi, oggetti o configurazioni che non implichino necessariamente la loro comprensione. (p.15)  
La coscienza è da sempre un affascinante oggetto di studio per le discipline mediche in generale. Fra tutte, la disciplina che ne ha approfondito il tema, indagandone anche gli aspetti “alterati” è sicuramente la psicologia trans-personale (la “quarta forza” della psicologia) che concentra i suoi studi sul potenziale umano più elevato, come l’autocoscienza e la spiritualità in generale, studiando delle tecniche di alterazione della coscienza.
Secondo i principali esponenti di questa evoluzione delle Psicologia Umanistica ed Esistenziale, fin dagli anni ’60 (con A. Maslow, S. Grof e G. Bateson) vengono combinati elementi di moderna psicologia e psicoterapia con le intuizioni contemplative delle tradizioni spirituali e religiose dell’umanità, comprese quelle orientali (in particolar modo buddismo ed induismo), a cui spesso ci si affida di più per tradizione scientifica. 
Il risultato è uno sguardo olistico molto più ampio sull’esperienza umana, e del suo potenziale, di cui la coscienza  – e le sue alterazioni – diviene la protagonista principale. 
La quarta forza della psicologia afferma che negli stati modificati di coscienza (gli stati olotropici, come ad esempio la meditazione o l’ipnosi) è possibile accedere agli strati più profondi della psiche affinché emergano una vasta gamma di contenuti legati alle esperienze di vita come memorie, episodi repressi, sensazioni fisiche, visioni sciamaniche, contenuti archetipici e, non ultimi, spirituali. Il lavoro che si svolge quando si entra in questi stati, che per definizione sono una alterazione dell’ordinario, è legato allo sviluppo (per così dire) di forme di intelligenza introspettive. Uso il plurale, perché sono state identificate le intelligenze corporee, della psiche e del cuore. In sostanza, l’introduzione della Brugnoli, afferma che quando si esce dalla mente razionale si fanno esperienze introspettive che si affidano alla saggezza del corpo e della psiche. La consapevolezza del qui-ed-ora, si compone di questi elementi: 

  • la vigilanza,
  • la reattività all’ambiente
  • il richiamo alla coscienza morale
  • l’autocoscienza
  • la spiritualità 

I neuroscienziati sono quindi concordi nel dire che attraverso il processo percettivo dei cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto) un insieme di stimoli entra nel campo della coscienza producendo una variabilità di sensazioni, suoni, odori, sapori, colori, forme e dimensioni di oggetti, temperature, impressioni tattili ed emozioni e la gamma è pressoché infinita sia in termini di qualità che di intensità (Dennet D., 1991; Alcock, J. E., 1979). Vi sono tre momenti cruciali in cui si svolge il processo percettivo: sensazione, percezione e rappresentazione. E’ un pò il solito discorso su cosa si intende per “percepire” e di come non sia uguale per tutti (ne ho parlato anche in questo articolo) . La scienza lo conferma parlando non di percezione, in senso generale, ma di oggetto percepito:  

Esistono differenze significative tra individui, fra l’esperienza percettiva e l’esperienza rappresentativa, perché l’oggetto rappresentato non possiede una forma ben strutturata come invece accade per l’oggetto percepito. (p.20) 

Affinché quindi, un oggetto sia percepito, l’uomo ha bisogno di utilizzare il meccanismo della memoria, ovvero quella funzione fondamentale della mente che senza il suo coinvolgimento, non porterebbe al linguaggio, alla pianificazione, alla presa di decisione o alla soluzione di problemi. Secondo il movimento cognitivista, la memoria può essere divisa in lungo, breve o brevissimo termine (memoria iconica) e ciò che le differenzia è la quantità di tempo di esposizione agli stimoli esterni. A tal proposito, si parla spesso di memoria muscolare, che è tipica degli atleti o degli artisti marziali che possiedono una spiccata intelligenza cinestetico-spaziale. Si tratta, in quel caso, di una memoria di lungo termine, conservata dai nostri neuroni, che consentono degli automatismi e/o degli adattamenti al contesto esterno e se sottoposti a stimoli specifici.  

 

Coscienza, inconscio e i loro disturbi

Per l’autrice, l’inconscio è essenzialmente una memoria che non può essere ricordata. Insomma, un ossimoro a livello lessicale. Molte operazioni psichiche che vengono denominate memoria, in realtà, avvengono fuori dal controllo della coscienza. E quindi? La memoria è, di fatto, una forma tradotta di inconscio? Sarebbe così semplice, se usassimo la logica, ma in realtà non lo è. Infatti, verso metà degli anni ’80 la coscienza è stata studiata dalle neuroscienze cognitive e dalla neuropsicologia attraverso casi di pazienti con lesioni celebrali che presentano disturbi di consapevolezza motoria e spaziale apparentemente inspiegabili, se si guarda alla nozione di coscienza del senso comune. Quello che è stato scoperto è come questi soggetti fossero incapaci di muoversi per metà del corpo o di concepire/percepire metà di uno spazio eterno, pur comportandosi come se non ne fossero consapevoli (Berti, 2014). Pertanto, da quegli anni in avanti, sono state classificate molte patologie tipiche della coscienza (blindsight, emismatoagnosia, mano aliena, embodiment, somatoparafrenia); sindromi neuropsicologiche accomunate dal fatto che i disturbi fossero circoscritti all’interno di lesioni celebrali e dimensioni cognitive limitate a certi network neuronali. Semplificando molto, potremmo affermare come le alterazioni della coscienza non sono mai generali, ma specifiche ed interessano determinate aree celebrali in cui si formano le sinapsi. Si chiama sistema multi componenziale o “modulare” e quindi, rispetto a quanto creduto fino ad ora, la coscienza non ha una struttura unitaria ma esistono, sembra, molteplici coscienze! Le coscienze, come dire, sono molte, non è una. L’inconscio è, secondo il Global Workspace Theory di Baars (1997) parte del processo delle coscienze ed esse hanno il ruolo di scambio di informazioni tra processi cognitivi inconsci, specializzati e paralleli. 

La cosa è molto tecnica quindi, credo che mi fermerò alla definizione multipla di coscienza, per semplicità. In questa sede, possiamo affermare che ad oggi le neuroscienze sono riuscite a dimostrare che esistono dei processi neurali specifici responsabili degli stati olotropici della coscienza, che conducono dove non arriva UNA delle forme di, coscienza, quella coscienza razionale di cui normalmente parla il senso comune. Gli scienziati dicono che questo è inconscio cognitivo, cioè quella parte di funzionamento mentale che è inconscia non perché è stata rimossa (come affermava Freud nella sua Teoria Psicanalitica) ma perché non è mai stata conosciuta e quindi, non potrà mai essere ricordata attraverso la funzione mentale della memoria. Tutti i processi di alterazione della coscienza, sono quindi covert (coperti) non raggiungendo quell’area del cervello che la rende consapevole in senso classico ovvero, razionalizzandola, cioè inserendola nella definizione di coscienza razionale.  

Da qui si apre un enorme capitolo relativo all’autocoscienza e all’introspezione, considerata la prima grande prova della coscienza specifica ed alterata:  

Morin (2004) ha suggerito che l’autocoscienza si basa in gran parte sul discorso interiore, con il quale intende: “l’attività di parlare silenziosamente con se stessi”. Continua sostenendo che “si diventa autocoscienti quando ci si impegna in un dialogo interiore sugli stati mentali e le caratteristiche personali attuali”. (p.25)

La questione del subconscio, ripreso da questo punto di vista, diventa oggetto scientifico di studio e non più solo una teoria psicanalitica o una parola folkloristica per definire ciò che non si conosce attraverso l’esperienza diretta e “reale”. La produzione di immagini mentali, di concetti, di significati come avviene quando le persone sono in stati di rilassamento, ipnosi indotta o meditativi, diviene una tecnica anche terapeutica ed una esempio concreto di coscienza che agisce ad un certo livello.

Quindi sono i bisogni organici – oltre che quelli psichici – a condizionare quello che percepiamo, rendendolo soggettivo. Ciascuno di noi è quindi condizionato dalle esperienze sia personali che di gruppo, e questo attiva tutti i meccanismi celebrali che fan sì che si creino le coscienze.


Le onde mentali: E.E.G. 

L’ElettroEncefaloGramma (E.E.G.) è un esame diagnostico che misura l’attività elettrica celebrale, riproducendola su uno schermo sotto forma di onde. Esso rileva, in accordo con quanto detto sopra, come i neuroni svolgono la loro attività lungo il tracciato elettro-corticale mostrando e classificando tutti i potenziali processi sinaptici. 

Le onde classificate fino ad oggi, sono le seguenti:

  • Alfa (8-13 Hz). Sono le onde rilevate in un soggetto sveglio e in stato di riposo (resting state). Sono caratteristiche dello stato di veglia, ma in totale riposo mentale. 
  • Beta (13.5 – 30 Hz). Sono le onde dominanti in un soggetto in stato di veglia impegnato in una attività celebrale qualsiasi. E’ continuo negli stati di allerta (arousal) ma anche nel sonno onirico (cioè durante il sogno) nella cosiddetta fase REM. 
  • Theta (4 – 7.5 Hz). Sono quelle onde dominanti nel neonato, sono presenti in molte patologie celebrali nell’adulto e negli stati di tensione emotiva, ipnosi profonda e stati meditativi profondi. Sono presenti anche prima dell’addormentamento, nel dormiveglia, i famosi “fusi del sonno”. 
  • Theta-Sigma (12-14 Hz). E’ la frequenza del sonno. 
  • Delta (0.5 – 4 Hz). Presenti per circa 20 minuti prima dall’inizio del riposo per entrare nel sonno profondo. Sono le onde lente del sonno N-REM. Compaiono anche nelle anestesie ma non sono presenti nelle attività di veglia. Le onde lente sono le onde predominanti degli stati profondi introspettivi e meditativi, così come in quelli ipnotici. 

Sostanzialmente: man mano che la persona entra in uno stato modificato di coscienza a consapevolezza conservata, come gli stati ipnotici e meditativi, o di autoipnosi, le onde si fanno più lente e sincronizzate come se tutte le facoltà celebrali avessero piena consapevolezza. I neuroscienziati hanno identificato questo stato di concentrazione passivo/introspettiva come DMN (Default Mode Network) che è l’opposto di quella che viene chiamata normalmente “concentrazione attiva”. Si guarda dentro sé stessi, passivamente: a livello biologico, questa forma olotropica di consapevolezza accade quando un individuo non è concentrato sul mondo esterno e il cervello è in stato di riposo, nonché quando si impegna sui compiti interni, quali: sognare ad occhi aperti, immaginare un futuro, recuperare ricordi. Quindi, contrariamente a quello che dice il senso comune, nello stato DMN il cervello è interconnesso e quindi si può arrivare ad un alto grado di consapevolezza. Pertanto, quello che è l’approccio spirituale delle antiche tradizioni orientali, è realtà scientifica: la persona diventa osservatrice della propria attività mentale.  

 La nostra consapevolezza e la consapevolezza che stiamo osservando ci porta a distaccarci e a non identificarci con il contenuto della nostra mente. (p.35) 

 

Gli stati alterati di coscienza: una classificazione 

Abbiamo asserito fin qui che il cervello non è un unicum, ma una complessa architettura multidimensionale. Da qui parte la spiegazione degli stati alterati di coscienza, a partire dalla meditazione che viene concettualizzata da autori come Lutz, come un regime complesso di regolazione di emozioni e attenzioni finalizzati al benessere e all’equilibrio emotivo. Le due grandi famiglie di meditazione sono le seguenti: 

  • la meditazione focused attention (FA), che parte dal focalizzare l’attenzione su un oggetto o una preghiera ripetitiva. Si tratta di una induzione che viene molto utilizzata nelle tradizione buddista, con la recitazione di mantra, ad esempio;
  • la meditazione Open Monitoring (OM), che è quella più introspettiva, dove si monitora senza reazioni un contenuto dell’esperienza, che accade da un momento all’altro. Potrebbe essere il caso della guida in autostrada. 
Ciò che è stato scoperto, è come la rete di attenzione di regioni celebrali che sono coinvolte in compiti legati all’attenzione e/o alla concentrazione, venga attivata attraverso una FA. In ogni caso, si tratta di modalità della mente che inibiscono, anche progressivamente, il suo vagabondare. Secondo la Brugnoli, gli stati meditativi sono classificabili come “stati di coscienza neurofisiologici”, che sono ben diversi dagli “stati di coscienza modificati” da droghe, anestesia, alcool, medicine, erbe e piante o da quelli patologici indotti da coma o da malattie. 
Affermato questo, gli stati introspettivi-meditativi, la cui caratteristica, anche clinica o di crescita personale, è quella in cui il soggetto non rivolge l’attenzione verso l’esterno ma dentro sé stesso, possono essere indotti attraverso delle specifiche tecniche, che ora vedremo. Si tratta di concentrazioni di tipo passivo/introspettivo, e i principali sono i seguenti: 

  1. Training autogeno. Sviluppata dallo psichiatra Johannes Schultz nel 1966. La tecnica prevede sedute della durata di circa 15 minuti. Serve per indurre sollievo da dolore e ansia. Consiste nell’ascoltare passivamente le sensazioni che arrivano dal corpo. La persona sperimenta così una concentrazione passiva ed introspettiva, in uno stato vigile ma distaccato, che rompe il circolo vizioso dello stress eccessivo. Nel corso del tempo questa tecnica ha elaborato un protocollo, più o meno standard che prevede la concentrazione sulla pesantezza degli arti, la percezione del calore, il battito cardiaco e del polso, la respirazione, l’addome e la frescura della fronte. Ci può essere anche un livello più avanzato, che si avvicina ad una specie di auto-ipnosi, in cui si incoraggia la persona a meditare su colori, oggetti o nozioni come amore e compassione, lasciando che avvenga una sorta di guarigione mentale auto-indotta. Certamente, questa tecnica ha il vantaggio di regolare la frequenza e il ritmo cardiaco, influenzando le reazioni del corpo con il sistema nervoso centrale attraverso l’interazione tra sistema nervoso autonomo e il nervo vago. 
  2. Ipnosi media-profonda e autoipnosi. Le ricerche più recenti hanno dimostrato come l’ipnosi, utilizzata in ambito clinico, riesca a modulare l’esperienza cosciente e non cosciente, come la percezione del dolore ed è provato dalle neuroscienze come l’analgesia ipnotica inneschi meccanismi neurali che inibiscono il dolore. In buona sostanza, l’ipnosi attiva un processo di regolazione top-down (dall’alto al basso) modulando la regolazione del cervello nel modificare, selettivamente, la percezione degli eventi sensoriali. Perciò è molto utile nella terapia del dolore acuto e cronico. L’autoipnosi è un’altra induzione che attiva le connessioni neurali frontali (onde theta), ed è stata vista in molti stati di concentrazione come un’attenzione focalizzata, l’emozione profonda, la memoria di lavoro, il sonno REM. Si tratta di un aumento dell’attività theta e per questo è comune negli individui, Milton Erickson diceva appunto che la trance ipnotica emerge diverse volte al giorno e ha le seguenti caratteristiche: è uno stato alterato di coscienza, tendono ad essere autonome, tendono a ripetersi e sono universali. Le suggestioni ipnotica agiscono quindi sulla parte dissociata del sistema di controllo esecutivo facendo sì che la persona sia consapevole del risultato della suggestione ma non del processo attraverso cui avviene. Infatti, è stato osservato clinicamente, come vi sia una minore consapevolezza dell’ambiente circostante, la respirazione è più lenta e profonda, i suggerimenti sono recepiti a livello subconscio, scopare il Sé razionale, lo spazio e il tempo si annullano. 
  3. Autoipnosi introspettiva-meditativa. Si tratta di autoinduzioni di tipo meditativo che portano ad un profondo rilassamenti di sé nella mente e nel corpo. Autogeno è sinonimo di auto generante, che è un pò lo scopo di questa induzione. Nel suo stato “leggero”, si possono osservare i seguenti comportamenti: chiusura degli occhi, riduzione dei movimenti e della postura, rilassamento dei tratti del viso, respirazione lenta e profonda, diminuzione delle tensioni corporee (Brugnoli, 1973). A livello medio, la respirazione diventa più profonda, la postura ridotta, la bocca si apre; si osserva letargia, ritardi nella risposta, riduzione della consapevolezza sensoriale. La concentrazione viene focalizzata sull’Io interiore.  che ce
  4. Sogni lucidi, stati ipnagogici e ipnopompici. Il primo è un sogno in cui chi dorme è consapevole che sta sognando. Si tratta di uno stato dissociato che presenta aspetti di veglia e di sogni, combinati insieme. Il sognatore, in sostanza, partecipa attivamente al sogno e ciò che sperimenta è reale e vivido nella sua mente. In questo stato di coscienza “ibrido” si raggiunge un picco di frequenza di 40 Hz (c.d. stato di flow), che è lo stesso di un atleta e/o di un musicista intento nella sua creazione. Gli stati ipnagogici, invece, si verificano quando ci si addormenta e quelli ipnopompici quando ci si sveglia o si è tra la veglia e il sonno. Il sogno è sicuramente un bacino di informazioni sulla vita interiore delle persone, perché si tratta di eventi comunque emotivamente “carichi” e mostrano una serie di simbologie (studiate principalmente da C.G. Jung) che sono gli archetipi di una tradizione e/o di una comunità in cui il soggetto è inserito, così come simboli personali. Lo stato ipnopompico conduce fuori dal sonno, una cognizione emotiva che cerca di dare un senso alla visione onirica del mondo. Infatti, al risveglio, le persone che prima erano dormienti sono confuse e parlano senza senso. Lo psicologo McKeller chiama questi “discorsi ipnopompici”. 
  5. Preghiera mentale introspettiva e meditazione introspettiva. Dal punto di vista neuroscientifico, psicologico e sociale, la spiritualità potrebbe essere applicata a tutti gli stati olotropici fin qui visti. Ciò che è stato proposto negli anni è come i tipi di meditazione introspettiva della varie religioni, permettono a pensieri, immagini, sensazioni, ricordi ed emozioni di emergere facendo sì che l’individuo raggiunga importanti livelli di spiritualità, che tradotto in termini più agnostici, riduca lo stato di stress e sofferenza. Diverse sono le scuole religiose che hanno attivato modelli per il raggiungimento di una tale introspezione. Secondo Ignacio di Loyola, la scuola di spiritualità diffusa dal cattolicesimo, ad esempio, tale meditazione si attiva nell’analizzare ogni singola parola di una preghiera ripetitiva, concentrando l’attenzione sul loro significato, per non lasciar vagare la mente. Nel buddismo e nell’induismo, le meditazioni viapassana e japa-mala ad esempio, hanno la stessa finalità. Da un punto di vista psicologico, l’introspezione è una forma di integrazione, ovvero ricomporre le parti divise dell’essere umano, formando un unicum tra corpo-mente-spirito. Questa via è anche detta “via del silenzio” e come tale è molto difficile da praticare a causa dei continui vaniloqui della mente. 
  6. Stati meditativi della contemplazione e della consapevolezza (c.d. Mindfulness).  A costo di essere ridondanti, in anni recenti si è assistito ad una sorta di integrazione di numerose tecniche introspettive riprese dalle principali tradizioni religiose orientali e tradotte in termini più moderni, occidentali. E’ il caso del Mindfulness (ne ho parlato in questo articolo) che è caratterizzata dall’osservare, momento per momento, stati fisici e mentali percepibili come sensazioni appunto fisiche, ma anche percezioni, stati affettivi, pensieri ed immagini. La M. ha delle caratteristiche, che sono le seguenti: prestare attenzione alla situazione momentanea, distinguersi dai normali modi di coscienza quotidiana, analizzare l’esperienza momento per momento, avere una consapevolezza precisa, spassionata, non giudicante dell’esperienza che si sta facendo e, infine, avere un atteggiamento di apertura, accettazione, gentilezza, curiosità e pazienza. Molti sono i nomi che hanno significato lo scopo finale di questa forma di introspezione. Nello yoga, ad esempio, si parla di Samadhi: uno stato di coscienza talmente profondo che non rimane neppure il senso di individualità (sat-chit-ananda). In quegli stati di “apice”, il neuroimaging (fMRI) ha mostrato un aumento importante del flusso sanguigno nella regione del cervello adibita. Questo cambio fisiologico, poi, si traduce nelle seguente sequenza di esperienze “ripetibili”: un senso di separazione della mente dal corpo fisico, un vuoto, un fonte di luce brillante, un ambiente trascendentale, notare la vicinanza di qualche personaggio, una revisione dell’intera vita e il ritorno al corpo. 
A conclusione di questo paragrafo, è giusto tirare le somme sul concetto “spirituale” di coscienza superiore. Essa è stata elaborata da Gerald Edelman nella sua Teoria della Coscienza, distinguendola dalla già citata coscienza primaria o razionale. 
La coscienza superiore “comporta la capacità di essere coscienti di essere coscienti”, e “permette il riconoscimento da parte del soggetto pesante dei propri atti e dei propri affetti” (Edelman, 2003, in Brugnoli, p. 61)
Spesso, il termine coscienza superiore viene associata al termine Sè Superiore, realtà trascendentale o…Dio. Molte sono le sue definizioni, e tutte rimandano ad una non dualità, all’amore, allo spirito e all’essenza della vita cosciente dell’uomo. Tutto ciò, si ritrova ampiamente, negli scritti religiosi, come il Tao Te Chin e molti altri. 
 

Coscienza e medicina: uno sguardo agli stati olotropici tra connessioni sane e patologiche

L’autrice inizia questa parte della sua esplorazione scientifica, quella che conosce meglio in quanto medico, affermando come l’attenzione introspettiva non sia molto studiata dalla scienza cognitiva. Questo perché l’introspezione non è né attenzione di tipo percettivo, nè una sorta di attenzione interna, che gli psicologi guardano per valutare il recupero dei pensieri tramite la memoria. Introspezione e autocoscienza, sollevano quindi interrogativi che vanno al di là della cognizione. La cognizione in sé stessa prevede che vi sia sempre uno stato di veglia c.d. normale e che questo generi la “verità” delle esperienze. Ciò che è di difficile comprensione è come dal risveglio da un coma, le persone riferiscano di sogni, visioni, esperienze mistiche e di pre-morte come di esperienze “vere”, reali e dense di significato, pur non essendo in uno stato di coscienza razionale. Nel bellissimo libro “La vita oltre la vita” di Raymond Moody (1977) si parla proprio di queste esperienze di coscienza vigile, così come di diversi stati di coscienza modificati, quindi sani, come gli stati meditativi e mistici, o l’ipnosi, che portano a coscienze di tipo mistico e visioni spirituali, in casi di malattie gravi, di coma o di fine vita. Tuttavia, dice la Brugnoli, ci sono a livello clinico delle evidenze di tipo patologico che non hanno molto a che fare con la saluto-genesi celebrale delle persone. Restando nel non patologico, le visioni mistiche arrivano solo dopo un lungo e costante allentamento introspettivo favorito da preghiera e da autoipnosi. Durante le esperienze di pre-morte (NDE) il paziente ha sicuramente delle alterazioni cliniche di tipo patologico, anche se l’insieme delle esperienze viene ricondotto alla profonda introspezione. E’ come, dice l’autrice, se si vedesse un innalzamento e un abbassamento dello stato di coscienza: il primo permette una sensazione personale di maggiore ricchezza, il secondo provoca obnubilazione (lieve sonnolenza), sopore (semi-incoscienza) e il coma (totale incoscienza). In sostanza, la patologia si riconosce nel momento in cui l’introspezione è indotta da modificazioni fisiche, malattie ed avvicinamento alla morte, provocando deliri e allucinazioni, confusione e stati crespuscolari (d solito indotti dall’epilessia). Ma allora, si chiede, le visioni mistiche che molte persone hanno al termine della vita sono deliri neurologici oppure una “naturale” attivazione della coscienza spirituale? Attualmente, questa domanda non ha ancora una risposta definitiva. Solo Victor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, fondatore dell’analisi esistenziale e della logoterapia, ritiene che la coscienza spirituale sia fondata dall’inconscio: l’Io si immerge nell’inconscio. Per cui, probabilmente, si tratta di un istinto naturale di tipo intuitivo, irrazionale, alogico, prelogico e di anticipazione rispetto ad una spiegazione razionale. Tale aspetto si connette perfettamente con il suo pensiero filosofico che assumeva come significato assoluto della vita dell’essere umano la ricerca di una vita significativa: non sono infatti il piacere (come direbbe Freud) né il potere (come direbbe Adler) a far felice un uomo, ma una comprensione elevata della sua esistenza, della sofferenza che l’accompagna e della libertà che ne scaturisce. Pertanto lo scopo della vita, a cui a quanto pare arriva chiunque, arriva alla coscienza umana sotto la forma di auto-trascendenza. Se questo è il fine alto dell’uomo, allora va da sé come la coscienza si ponga di fronte ad una responsabilità e quindi non è riconducibile ad un limitato discorso di Io e Super-Io. 

Più di recente, si muove in una direzione simile, Stanislav Grof, formulando una mappa psichica molto vasta, in accordo anche con le recenti scoperte di altre discipline scientifiche come la fisica quantistica, la teoria dei sistemi e dell’informazione e gli studi neuroscientifici. Egli conia una terapia focalizzata sull’elemento di base, ovvero quello olotropico.


Coscienza elevata o…consapevolezza spirituale?

Possiamo considerare a questo punto, la “consapevolezza” una esperienza fenomenica soggettiva ed inaccessibile all’osservatore esterno, intendendola come la capacità di avvertire se stessi, i propri contenuti e processi mentali e le proprie percezioni. Tale capacità varierebbe inter e inter-individualmente. (p. 88)

La consapevolezza viene “prima” della razionalità e ne è condizione necessaria. 

Essere consapevoli nello stato di veglia significa permettere all’esperienza dell’ordinarietà di entrare, come un ricordarsi di un sé che agisce nel mondo. La ricerca di realizzare un’unità tra la propria coscienza interiore e quella del mondo sociale e spirituale è lo scopo di molte discipline legate all’aiuto: in alcuni casi, anche del Counseling, soprattutto quello ad indirizzo pastorale e olistico. Questo costante studio sulla coscienza, che ha portato a livello internazionale numerosi studiosi a confrontarsi in articoli scientifici, convegni e meeting di settore, ha portato non solo ad elaborare – o perfezionare – le tecniche che indagano da vicino questa elaborazione della mente, ma anche il suo senso. Attualmente la spiegazione della coscienza e quindi della consapevolezza segue ancora binari più filosofici che empirici. 

Non esiste una realtà in sé, separata dall’uomo e dalla sua mente che gli permette di conoscere il mondo, ma una totalità cosmica indivisa di cui siamo parte, perché intrinsecamente legati ad essa: nella fisica atomica, non possiamo parlare della natura senza parlare, nello stesso tempo, di noi stessi, tanto che è stato coniato dai fisici il termine di universo anticipatorio. Così la mente umana assume un ruolo essenziale, per l’aspetto informazionale di cui è permeato l’universo. (p.91) 

Secondo Bohm, si potrebbe parlare a livello “cosmico” di ordine implicito. Tale ordine è simile a quello solo intuito dai mistici orientali, taoisti, buddisti ed induisti, anche se non molto diverso dalle sue riproposizioni cristiane del 1500, vedi il Castello Interiore di Teresa D’Avila. In sostanza, nel misticismo così come nella fisica odierna di tipo quantistico, l’universo è unico e tutti ci adoperiamo come elementi di quell’uno: l’idea di Dio stesso è – di fatto – riconducibile alla coscienza universale. Il discorso della coscienza in senso spirituale, in realtà quindi, è la consapevolezza che tutti noi siamo legati agli accadimenti dell’Universo intero, sia in termini fisici sia in termini di reazione agli stimoli che vengono rielaborati in senso soggettivo, dice il Dalai Lama: 

Da un certo punto di vista, il buddismo definisce coscienza quale agente soggettivo che ha la capacità di presentarsi in corrispondenza a un oggetto che appare. Attraverso la forza dello stimolo dell’oggetto, la coscienza ha la capacità di presentarsi in un aspetto corrispondente all’oggetto. (p.95)

Cioè afferma che la coscienza dell’individuo anticipa l’incontro con l’oggetto per assicurare, in qualche modo, una sua interpretazione soggettiva. Insomma: noi non vediamo le cose nel modo in cui sono, ma nel modo in cui siamo. 

Perciò, negli stati alterati di coscienza, in cui vi è anche la ricerca di una sorta di “vuoto” mentale, cioè non avere nulla nella mente, cosa molto difficile da realizzare se non attraverso molta pratica come sappiamo, è più probabile raggiungere quello che Jung chiamava “processo di individuazione”. Tale cammino introspettivo diviene inspiegabile con il linguaggio agli altri se non tramite una traduzione che, tuttavia, fa perdere completamente di immediatezza nella comprensione. Per questo, negli stati alterati, è difficile comunicare con l’esterno il contenuto delle esperienze che portano. Così come è difficile spiegare come nell’autoipnosi “sportiva”, durante le gare agonistiche o nell’ardore religioso, nelle battaglie, così come nelle estasi mistiche o nelle reazioni a calamità naturali, il nostro corpo cosciente attiva un livello di energia, concentrazione, reazione ed attività superiore alla media standard in condizioni non alterate. 

Allenarsi a modificare gli stati di coscienza, quindi, qualunque sia lo scopo di tale allenamento, porta allo sviluppo di consapevolezza spirituale, che tradotto in punti precisi comporta i seguenti benefici: 

  • aumenta concentrazione, volontà, attenzione e memoria per aumentare le cognizioni e le nozioni,
  • potenzia la fantasia, la creatività, le attività artistiche,
  • evidenzia la disponibilità verso gli altri a livello emotivo,
  • aiuta a rimuovere o ridurre i conflitti inconsci, abbassando il livello dell’ansia anticipatoria, vivendo più in sintonia con se stessi e gli altri,
  • consente di immergersi in mondi nuovi,
  • consente di imparare sempre, ogni giorni di più,
  • fa assaporare momenti di grazia, cioè quelle sensazioni diverse dal normale che creano una particolare sensibilità d’animo,
  • crea un adattamento quotidiano delle situazioni positive e negative per renderle meno pesanti
  • diminuisce l’aggressività e la conflittualità latenti o manifeste,
  • rispetta chiunque abbia avviato il suo processo di individuazione,
  • fa rivivere a chiunque l’esperienza dell’amore  che collega ciascun essere umano, come tratto caratteristico. 

Ecco, questa è la consapevolezza spirituale. 

 

 

 

image_printStampa questo articolo »
Social share:
Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on telegram
Telegram