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Empowerment: origini, significato e potere personale


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Negli ultimi anni sentiamo spesso parlare di empowerment.

È una parola che sembra promettere forza, sicurezza, cambiamento.

Ma proprio perché viene usata molto, rischia di perdere profondità.

Empowerment non significa diventare invincibili.

Non significa eliminare la paura, né essere sempre forti, produttivi o sicuri di sé.

Empowerment è qualcosa di più silenzioso.

Più profondo.

Più umano.

Le origini del concetto di empowerment

Il termine empowerment nasce nel mondo anglosassone e, inizialmente, non appartiene alla psicologia individuale.

Compare tra gli anni ’50 e ’70 in ambito sociale e politico, legato ai movimenti per i diritti civili, al femminismo e alla psicologia di comunità.

L’idea di fondo era semplice ma rivoluzionaria:

non aiutare le persone al posto loro, ma metterle nelle condizioni di riappropriarsi del proprio potere decisionale.

Uno dei primi studiosi a utilizzare il concetto in modo sistematico è Julian Rappaport, psicologo di comunità, che negli anni ’80 definisce l’empowerment come

“il processo attraverso cui individui, organizzazioni e comunità acquisiscono controllo sulla propria vita”.

In questa visione, il potere non è qualcosa che viene concesso… dall’alto, ma qualcosa che si attiva dall’interno.

Col tempo, il concetto entra anche nella psicologia clinica e dello sviluppo umano, ampliando il suo significato.

Empowerment come processo psicologico

In psicologia, l’empowerment non è uno stato fisso.È un processo dinamico. È il passaggio graduale dal sentirsi spettatori della propria vita al sentirsi parte attiva di ciò che accade.

Quando non viviamo in empowerment, succedono spesso queste tre cose:

  1. reagiamo invece di scegliere,
  2. ci adattiamo invece di orientarci,
  3. ci giudichiamo invece di comprenderci.

In questi momenti la realtà sembra troppo grande e noi troppo piccoli.

Oppure viviamo in una lotta continua:

  • contro le aspettative,
  • contro gli altri,
  • contro noi stessi.

L’empowerment non elimina i limiti.

Cambia il modo in cui ci relazioniamo ai limiti.

Una persona empowered non dice:

“Posso tutto.”

Dice piuttosto:

“Questo è ciò che posso fare da qui.”

E quel “da qui” è fondamentale.

Empowerment, consapevolezza e concetto di “agency”

Molti autori collegano l’empowerment al concetto di agency, cioè la percezione di essere agenti della propria esperienza.

Lo psicologo Albert Bandura, con la sua teoria dell’autoefficacia, mostra come la convinzione di poter influenzare gli eventi della propria vita abbia un impatto diretto sul comportamento, sulla resilienza e sulla salute mentale.

Non si tratta di ottimismo ingenuo, ma della sensazione profonda di avere un margine di azione.

Anche Carl Rogers, nella psicologia umanistica, pur non usando sempre il termine empowerment, ne incarna pienamente lo spirito:

la fiducia nella tendenza attualizzante dell’essere umano, ovvero, la capacità della persona di crescere quando viene messa in contatto autentico con sé stessa.

In questa prospettiva, empowerment significa autorizzarsi a esistere non come progetto da correggere, ma come soggetto che può scegliere, anche in modo imperfetto.

Le tre dimensioni dell’empowerment psicologico

Dal punto di vista psicologico, l’empowerment si fonda su tre dimensioni fondamentali.

La prima è la consapevolezza.

Non possiamo sentirci forti in ciò che non riconosciamo.

Dare un nome alle emozioni, agli schemi che ripetiamo, alle paure che ci abitano non ci indebolisce.

Ci orienta.

La seconda dimensione è la responsabilità.

Non intesa come colpa, ma come capacità di risposta.

Empowerment è il momento in cui smettiamo di chiederci solo

“Perché mi è successo?”

e iniziamo a chiederci

“Cosa posso farne io, adesso?”

La terza dimensione è il confine.

Una persona empowered sa dire dei sì, ma sa anche dire dei no.

Non perché è rigida, ma perché si riconosce.

Senza confini non c’è empowerment.

C’è dispersione.

Un potere che non schiaccia

Un equivoco molto diffuso è pensare che l’empowerment renda egoisti, ma in realtà accade il contrario.

Quando una persona è in contatto con il proprio potere interno, non ha bisogno di dominare, convincere o compiacere.

Può incontrare l’altro senza perdersi.

Empowerment non è alzare la voce. È sentire che la propria voce conta.

Non è controllo sugli altri.

È radicamento in sé.

E spesso l’empowerment non si manifesta nei grandi gesti,

ma in piccole scelte quotidiane, come possono essere: 

  • dire la verità a se stessi,
  • fermarsi quando serve,
  • fare un passo anche con paura,
  • restare quando sarebbe più facile scappare.

Empowerment è smettere di aspettare di diventare qualcuno…e iniziare ad abitare chi si è.

Non per arrivare a una versione perfetta di sé, ma per vivere una vita più allineata, più responsabile, più viva.