Cosa si intende per mentalizzazione?
In poche parole si tratta della capacità di interpretare i comportamenti in termini di stati mentali come pensieri, emozioni, desideri, intenzioni.
Mentalizzare, significa riuscire a dire:
“Sto reagendo così perché sto provando dolore”
oppure
“Quella persona si comporta così perché potrebbe stare vivendo un momento particolare”
Mentalizzare non è giustificare tutto, piuttosto è capire prima di reagire a certi eventi. Il concetto è stato sviluppato in modo sistematico dallo psicoanalista ungherese Peter Fonagy e dai suoi collaboratori, nell’ambito dell’attaccamento (trovate il video in descrizione).
Fonagy descrive la mentalizzazione come una funzione che nasce nelle relazioni precoci:
impariamo a capire noi stessi perché qualcuno, all’inizio della nostra vita, ha cercato di capire noi.
Quando questa funzione è consolidata nell’essere umano, la persona riesce a: regolare meglio la sua emotività, comprendere e gestire i conflitti e mantenere relazioni più stabili
Quando, invece, si indebolisce, soprattutto sotto stress, emergono reazioni impulsive, rigidità e conflitti.
Infatti, un punto fondamentale è questo: tutti noi mentalizziamo meno quando siamo attivati emotivamente. Sotto pressione, di solito vediamo l’altro come minaccioso, perdiamo le sfumature dei discorsi e…pensiamo in bianco e nero, cioè in termini assoluti. Lo stesso Fonagy dice chiaramente: la mentalizzazione non è una capacità stabile, ma fluttua continuamente in base al contesto emotivo.
Molti consulenti, counselor e coach lavorano — spesso senza chiamarla così — sull’ottimizzazione della mentalizzazione. Donald Winnicott, uno dei più importanti psicoanalisti del ‘900, già molto prima, parlava dell’importanza di uno spazio relazionale sicuro, in cui la persona possa pensarsi mentre è in relazione.
Mentalizzazione o… Empatia?
Allora a questo punto vi sorgerà una domanda: Mentalizzazione, empatia e consapevolezza sono…sinonimi?
Come spiega anche Jon Allen, psichiatra e psicoterapeuta, la mentalizzazione è prima di tutto una capacità riflessiva: non significa sentire tutto, ma capire cosa sta accadendo nella mente, senza esserne travolti.
Ed è questo che permette anche a chi assiste di restare presente, non reagire d’impulso, contenere l’altra persona e facilitare degli insight reali.
In quanto, capacità riflessiva, mentalizzare è centrale nel cambiamento che avviene quando una persona passa da:
“Sono fatto così”
a…
“In questo momento mi succede questo”.
Questa transizione è pura mentalizzazione. Da qui, iniziano responsabilità, scelta e crescita. Quando invece perdiamo mentalizzazione, entriamo in modalità difensiva, ovvero: vediamo tutto in maniera assoluta, interpretiamo le intenzioni degli altri come ostili e spesso reagiamo d’impulso. Questo accade sempre sotto sollecito emotivo.
Pertanto la mentalizzazione, l’empatia e la consapevolezza sono tre concetti diversi: la prima e l’ultima hanno a che fare con una capacità riflessiva, la seconda è sia una capacità riflessiva che una capacità emotivo-sensoriale. In questo senso la mentalizzazione è un precursore dell’empatia.
In conclusione, a cosa ci serve la mentalizzazione e come allenarla nel quotidiano?
Mentalizzare serve, eccome.
A creare relazioni sane, ad imparare a gestire dei conflitti, a creare leadership e lavoro di squadra e, più in generale ad autoregolarsi emotivamente.
Chi mentalizza bene, di solito: reagisce meno d’impulso, comunica meglio ed efficacemente, capisce prima cosa sta succedendo, prende decisioni più ferme e lucide e comprende anche gli stati d’animo degli altri, cioè empatizza, meglio.
Per allenarla, bisogna necessariamente porsi delle domande del tipo:
“Cosa sto provando davvero adesso?”,
“Perché questa situazione mi attiva così tanto?”,
“Che ipotesi alternative posso fare sul comportamento dell’altro?”
È uno strumento centrale nel lavoro di crescita personale, consulenza e leadership, perché trasforma reazioni automatiche in scelte consapevoli.
Oltre a questo, si può:
1) imparare a fare delle pause prima di reagire;
2) Dare un nome a ciò che senti (nominare le emozioni);
3) Costruire sempre ipotesi, mai certezze con frasi tipo “potrebbe essere che…” o “immagino che sia…”;
4) Tenere presente che si hanno sempre “due menti”, una che riguarda l’esperienza interna propria e una che riguarda la possibile esperienza dell’altro;
5) Riflettere a posteriori, cioè a fine domanda chiedersi: “Dove ho perso la mentalizzazione oggi?”, “Cosa mi ha attivato?”“Cosa avrei potuto fare di diverso?”








